FRANCO CARDINI.
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ANDALUSIA. VIAGGIO NELLA TERRA DELLA LUCE.
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2018. Edizioni Il mulino, BOLOGNA.
ISBN 978-88-15-27949-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE. 
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In un dolce tardo mattino o in un torrido meriggio o in una fresca sera o in una notte stellata, una jarra di sangra  il minimo per godere di quel vino rosso leggero che  quasi un'espressione filosofica. Scrivere di Andalusia, pensare all'Andalusia,  impossibile a mente fredda e a cuore sereno. Se e quando ti provi a farlo, mille immagini t'invadono gli occhi.
L'Andalusia  uno spazio geografico, storico e mitico, ma anche uno spazio intimo.  un "finis terrae" europeo, cuore di molte culture - barbara ed eurasiatica, berbera e araba, sefardita ed ebraica - eppure, rispetto a tutte, appartato e remoto. In questo orizzonte quasi senza tempo, lungo sentieri roventi come la piana del Guadalquivir d'estate o gelidi come i picchi della Sierra Nevada d'inverno, incroceremo molti viandanti: da Averro a Maimonide, da Cervantes a Garca Lorca, a Primo de Rivera, a Manuel de Falla, ciascuno di essi ha la sua Andalusia da narrare, da amare. Questo libro  un invito al viaggio: incamminiamoci allora, perch, pur inafferrabile e misteriosa, alla fine incontreremo la Terra della Luce.

L'AUTORE.
Franco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940)  uno storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo.
 socio di numerose organizzazioni scientifiche italiane e straniere e ha ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi studi accademici.
Il campo di studi principale di Cardini  quello della storia delle Crociate, affrontato con studi su scritti cristiani e arabo-islamici.

ANDALUSIA. VIAGGIO NELLA TERRA DELLA LUCE.

ai fraterni amici "rocieros" del gruppo "Maruja Limn"
della Venerable y Fervorosa Hermandad
de Nuestra Seora de la Esperanza de Triana
in ricordo della "romera" di Pentecoste del 2018.
"Al Roco yo quiero volver".

Prologo in cielo
"... junto al Guadalquivir de las Estrellas"
Da qualche parte, nell'infinito, presso al Guadalquivir delle stelle[1], lungo un cammino senza
tempo e senza spazio: perch nell'eternit non ci sono n il tempo n lo spazio. Eppure, per grazia di
Dio onnipotente o per la gentilezza di un qualche dio pietoso dell'uomo, quello sembra proprio un
cammino; anche se non come tutti gli altri. Uno di quelli che non esistono ma che si creano
camminando, come dice Antonio Machado: "Caminante, no hay camino: se hace el camino al andar".
Un cammino forse diurno e rovente come il deserto di Almera in luglio, forse notturno e gelido come i
picchi della Sierra Nevada in febbraio. Non importa se arido o scivoloso, coperto di sabbia o di neve,
illuminato dal sole o dalla luna.
 l che s'incontrano alcuni viandanti, stanchi e assetati oppure infreddoliti: seduti sul bordo
d'una fonte provvidenzialmente gelida oppure stretti e tremanti attorno a un piccolo fuoco. Viandanti
che vengono dal Nulla e vanno verso il Sempre.
Tra loro due pensosi vecchi giocatori dinanzi a una piccola scacchiera portatile dai pezzi rossi e
neri. La partita sembra andar ormai avanti da ore, eppure sono stati mossi solo alcuni pedoni rossi e
neri; e un solo cavallo rosso.
Il primo giocatore  il saggio Moshe di Cordova, per gli ebrei Moshe ben Maimon, quel
Maimonide grande filosofo di cui ancora oggi si cercano le tracce nella judera, il quartiere ebraico di
Cordova.
Il secondo  il suo coevo e concittadino Ahmad Muhammad ibn Rushd, l'Averro dei latini, alla
cui opera di interprete d'Aristotele tanto sarebbero stati debitori i secoli a venire.
Sopraggiunge a quel punto l'emiro Abu Abdallah, quello che la storia ricorder come Boabdil.
 stanco - la rossa fortezza dell'Alhambra si  formalmente arresa ai Re cattolici il 2 gennaio 1492 - e
s'inginocchia dinanzi ai due saggi: si toglie l'elmo appuntito avvolto dal bianco, leggero turbante di
sciamito, lo depone a terra e posa la testa sulle ginocchia di Moshe.
S'insinua piano tra loro, taciturno e in punta di piedi, un bel giovane bruno che di quando in
quando va sfiorandosi con le dita della mano destra la pajarita, il papillon di seta che ha prediletto in
vita e che porta ancora al collo: polveroso, come tutto il suo abito elegante ma stazzonato e macchiato.
Federico Garca Lorca.

Si aggrega allora al gruppo, con signorile discrezione, anche un nuovo interlocutore dal passo
elegante ma deciso: un bel giovane anche lui, alto, stempiato, dai capelli nerissimi, par quasi un torero.
Il poeta lo saluta con un largo sorriso e un cenno di mano.  Jos Antonio Primo de Rivera[2]. In
qualche modo si somigliano, i due nuovi arrivati: pi o meno coetanei, Federico granadino quasi puro,
di Fuente Vaqueros, e Jos Antonio madrileno s, figlio per di padre gaditano[3]. Ma l'eleganza dei
loro volti e dei loro gesti contrasta stranamente, in modo quasi lugubre, con gli abiti sporchi, strappati e
sdruciti che portano. Come se fossero stati sepolti in fretta e furia. Ai cinque si unisce quindi un
anziano signore dal profilo severo e tagliente come una navaja di Albacete: una corta barba appuntita
gl'incornicia il volto magro al quale due spessi occhiali professorali conferiscono quell'espressione di
severit e di autorevolezza del tipo che soltanto gli accademici spagnoli sanno ispirare. L'austerit del
comportamento  sottolineata da un semplice, impeccabile seppur un po' liso abito nero. Cammina a
fatica, curvo, a passi lentissimi, appoggiato a un bastone dal pomo d'avorio. Federico e Jos Antonio lo
salutano entrambi con un cenno deferente della testa ed egli risponde loro con un sorriso appena
accennato, tra la mestizia e l'ironia. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell'Universit di Salamanca e
fulgida stella nel firmamento intellettuale del Novecento.
Gli tiene dietro un altro, pi vecchio di lui e comunque dall'aria ancora pi sofferente della sua.
La sua ampia veste, nera anch'essa, ne nasconde quasi del tutto la magrezza rivelata tuttavia dal lungo
collo rugoso, dal bianco spento dei capelli che spuntano da un ampio copricapo di vecchio velluto e da
mani sottili e diafane come rami secchi d'inverno. Il braccio sinistro  nascosto nelle pieghe della
veste; il destro serra al petto un grosso libro rilegato in cuoio di Cordova. Come non riconoscere
Miguel de Cervantes y Saavedra?
 senza dubbio casuale, eppure impressionante, come le tre coppie dei convenuti siano
simmetricamente costituite da personaggi che paiono somigliarsi. Solo Boabdil rimane, se non proprio
isolato, quantomeno privo d'interlocutore diretto.
Il maestro ebreo e il filosofo arabo portano lunghi burnus di color bruno cupo forniti entrambi
di ampio cappuccio alla maghrebina e solo il colore del turbante li distingue: giallo l'ebreo, che la
consuetudine musulmana imponeva ai figli d'Isacco e di Giacobbe; verde l'arabo, segno per indicare
un haji, un devoto che ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca: uno dei cinque doveri di ogni buon
musulmano.
Lo scrittore reduce di Lepanto e il rettore di Salamanca, simili nella magrezza ma diversi nei
tratti somatici, sembrano tuttavia fratelli nello sguardo intenso, nei gesti misurati, nel nero dei loro abiti
da studiosi.
Il poeta granadino e l'avvocato madrileno si differenziano nell'abbigliamento, pur elegante
anche se rovinato dalla violenza subita in entrambi i loro casi: un abito bianco che sarebbe andato alla
perfezione a Douglas Fairbanks per Federico, un impeccabile "principe di Galles" uscito di fresco da
un'eccellente sartoria della Calle de Alcal e una sobria cravatta di seta blu per Jos Antonio. Qualcosa
comunque li accomuna nella loro aria da spagnoli fieri di esserlo eppure singolarmente aperti al resto
del mondo. Indossano delle americanas, come gli iberici della prima met del Novecento usavano
ancora definire le giacche di taglio moderno. "Mi sarei aspettato di vederla in camisa azul e botas de
montar[4], don Jos", scherza Lorca; "E io di trovarla magari in abiti da gitano, come lei presenta il
protagonista della Casada infiel, don Federico", gli restituisce lo scherzo l'interpellato. "Si ricorda di
quella mia poesia?"; "E come potrei dimenticarla? Fue la noche de Santiago: y quasi por compromiso
- se apagaron los faroles, y se encendieron los grillos".
Sull'immagine del tramonto della santa notte di luglio, o di dicembre, si fa nell'aria un silenzio
profondo. Attorno alla coppia seduta dinanzi alla scacchiera gli altri quattro van disponendosi in due
coppie affrontate, i due venerabili anziani pi vicini ai giocatori seduti e i due giovani bruni
leggermente disposti ai margini. Boabdil resta dov'era, seduto sui talloni ai piedi del Maestro ebreo. E
ha inizio un colloquio a sette voci, come una Sacra Rappresentazione.
Dialogo
Personaggi:
BOABDIL, ultimo emiro di Granada
FEDERICO GARCA LORCA, poeta granadino, assassinato nel 1936
JOS ANTONIO PRIMO DE RIVERA, membro del Parlamento spagnolo, assassinato nel
1936
AVERRO, filosofo arabo di Cordova, sec. XII
MOS MAIMONIDE, filosofo ebreo di Cordova, sec. XII
MIGUEL DE UNAMUNO, filosofo, sec. XX
MIGUEL DE CERVANTES, scrittore, secc. XVI-XVII
BOABDIL (rivolto a Mos Maimonide) Vi confesso, Maestro, di non aver mai osato affrontare
n il Moreh Nevukhim n il Mishneh Torah; ma di grande conforto da quando ho abbandonato il mio
regno mi  stato il vostro Maqala fi-bayan al-aral, quel breve scritto dedicato alla "spiegazione delle
coincidenze" che voi redigeste durante il vostro esilio egiziano per alleviare le pene intime di un
sultano ammalato nell'animo.
Mos solleva con la mano sinistra il mento dell'emiro e con la destra gli ravvia i capelli in un
gesto lento, quasi di benedizione: intanto lo guarda fisso negli occhi. Boabdil prosegue.
BOABDIL Non temete, Maestro: non c' pi traccia di quelle lacrime che la signora Aisha mia
impietosa madre mi rimprover di versare come una donna, dopo che non avevo saputo difendere il
mio regno come un uomo. Ma ora so che c' un dolore ancora pi grave di quello che i miei sudditi
cristiani descrivevano: no hay pena ms grande - que de ser ciego en Granada. Ed , Maestro, il
dolore dell'averla perduta.
FEDERICO Eppure, se ci  vero, principe - e senza dubbio lo  -, non sono forse giuste, non
sono legittime le tue lacrime? E perch mai dovresti vergognarti di aver pianto come una donna? Di me
hanno detto lloraba como un nio, che cio piangevo come un bambino mentre quella gente armata mi
trascinava via, verso quella gola non lontana da Vznar, a due passi dalla mia Granada: dalla nostra
Granada, sidi Abdallah. Dissero che tremavo di paura e che supplicavo che non mi ammazzassero, ma
non  vero: non era paura, era amore. Amore per la vita che si sarebbe dissolta di l a poco, nel fumo
dei moschetti. Quelli ignoravano la paura, a sentir loro. Non facevano che gridare Viva la Muerte!,
come devoti e intrepidi candidati al martirio: ma era alla morte altrui che inneggiavano, non alla
propria. Non erano santi, non erano eroi; erano solo assassini. Se davvero non conoscessero la paura,
non lo so: so di certo che c' una cosa che non sapevano fare. Non sapevano amare: riuscivano solo a
odiare. E per loro io ero soltanto un miserabile omosessuale, la feccia del genere umano: el maricn de
la pajarita, proprio cos, solo una mariquita, un effemminato, una donnicciola... Mi hanno sepolto in
fretta e furia, come si fa con una cosa rubata o con una carogna di bestia, con quest'abito ancor
addosso: sotto i pini, in quell'agosto del '36. Avrei preferito che almeno mi avessero sotterrato ai piedi
di un olivo. Amo gli olivi; e le olive hanno un sapore, un colore che mi ricordano la voce di Salvador
Dal, una voce aceitunada[5].
JOS ANTONIO Mi creda, don Federico, quelli che l'hanno assassinata non avevano nulla a
che fare con i miei: non, almeno, con quelli che davvero erano i miei.
FEDERICO Non solo la credo, mio caro don Jos, ma ho riflettuto spesso a quanto siamo
vicini, a quanto parallele siano state le nostre vite. Io ero del '98, lei del '3; cinque anni pi giovane di
me, e la fucilarono nel carcere di Alicante pi o meno tre mesi dopo che gli altri mi avevano fatto fare
la sua stessa fine. Dicono che siamo caduti dalle due parti opposte della barricata: eppure, gli unici che
a Granada tentarono di salvarmi furono i fratelli Rosales che mi avevano coraggiosamente ospitato per
difendermi ben sapendo che ci poteva costar la pelle anche a loro. Dei veri falangisti[6]. Quelli che mi
hanno ammazzato erano solo delle camisas nuevas[7], gente che proveniva dal vecchio partito del
centro cattolico, la CEDA di Gil Robles; e, dietro a loro, c'era la Guardia Civil. Quelli non mi avevano
mai perdonato la mia descrizione, in un poema di una decina d'anni prima, di un loro rastrellamento a
Jerez de la Frontera. E dietro ancora c'erano i borghesacci ricchi e ottusi di Granada, perbenisti ipocriti
e cinici, puttanieri bigotti per i quali il vero scandalo non era la poesia trasgressiva ma la poesia
comunque, in s e per s[8].
JOS ANTONIO  vero: quanta violenza, quanto dolore... Eppure siamo un popolo buono, un
popolo generoso. Io ho sognato la rinascita della Spagna imperiale sotto l'egida del Cristo Re e nel
segno della giustizia sociale. Ma so fin troppo bene che la sua storia si porta dietro una scia di sangue e
di pus come ha scritto quell'americano, quell'Ernest Hemingway, a proposito dei colori della bandiera
nazionale rosso e oro. Eppure ci furono anche le nuevas leyes che Carlo V (noi lo chiamiamo don
Carlos Primero, el Rey) ha varato nel Nuovo Mondo in difesa degli indios, ispirato da frate Bartolom
de Las Casas; e le speranze degli anarchici e dei socialisti del nostro paese che hanno sognato una
Spagna nuova grazie all'industrializzazione e alla riforma agraria, quelle dalle quali  nato il nostro
sindacalismo rivoluzionario...
FEDERICO Certo, don Jos. Eppure  questa la Spagna che non ha mai perdonato a se stessa di
aver perduto la guerra di Cuba; la Spagna che affolla le Semanas Santas e che va pellegrina a Santiago
e alla Vergine del Roco eppure  capace di fucilare le statue del Cristo, d'incendiare le chiese e di
massacrare frati e suore. Una terra di crudelt e di contraddizioni.  questa la gente che ho descritto in
Bodas de sangre. Sono i bambini che si sono divertiti ad ammazzare a sassate la mia gattina dal muso
camuso e dal nasino di latta...
Gli s'incrina la voce e trattiene le lacrime: come se la morte di quella bestiola gli pesasse pi
della propria, che non era stata meno crudele e per la quale Antonio Machado aveva gridata alta la
sua denunzia, "El crimen fu en Granada". I due vecchi seduti alla scacchiera ascoltano attoniti,
disorientati.
AVERRO Ma a che cosa hanno ridotto il nostro paradiso in terra, quello che noi arabi
chiamiamo al-Andalus e voi ebrei Sefarad, Maestro? Chi l'avrebbe mai potuto prevedere ai nostri
tempi, nonostante le crudelt e le guerre che senza dubbio c'erano anche allora? Sento parlare di una
ferocia bestiale che questi nati tanti anni dopo di noi sembrano giudicare innata; sento descrivere gente
che trova quasi naturale odiarsi da porta a porta, ammazzarsi senza ragione...
MOS Eppure, chiediamoci: eravamo davvero tanto migliori noialtri, ai nostri tempi, mio buon
amico? Pensa a quel che  successo a me e alla mia famiglia quando quei fanatici degli almohadi ci
hanno costretto a fuggire da Cordova... Se non fosse stato per la mia professione di medico e per la
protezione che trovai al Cairo presso il visir del grande Saladino - che sia benedetta la sua memoria -
non avrei potuto n scrivere le mie opere pi importanti, n forse nemmeno sopravvivere[9].
L'arabo sembra riflettere triste, a lungo, prima di rispondere...
AVERRO Hai ragione, purtroppo, rabbi. L'ho provata anch'io la ferula almohade, sia pure
per poco tempo perch il loro califfo mi tolse inaspettatamente dai guai: ma dovetti rifugiarmi in
Marocco per trovare un po' di quiete, le pietre di al-Andalus si erano trasformate in carboni ardenti. Era
gente intrattabile, convinta di aver sempre ragione e che Dio fosse con lei. In fondo, i pi equi siete
sempre stati voialtri ebrei: forse perch siete sempre stati solo perseguitati...
MOS Fossi in te, mio caro, non ne sarei troppo convinto. Ma discorrendo fa' anche attenzione,
te ne prego, ai pezzi del tuo schieramento. O lo stai facendo apposta? Forse t'illudi di distrarmi e
magari di meravigliarmi, con codeste tue lodi rivolte alla mia gente che io, del resto, non posso
condividere del tutto. Di', non  che tu speri che io, distratto dalle tue parole, non mi accorga di come
stai manovrando pericolosamente il tuo cavallo rosso? Attento: c' un cavallo rosso anche
nell'Apocalisse dei cristiani; ma l non manca nemmeno il mio, quello nero. Che, mentre tu sei
indaffarato nel cercare di nuocermi al pi presto,  in procinto di minacciare il tuo alfiere...
AVERRO Ne sei proprio sicuro, Maestro? Bada che la tua minaccia, tradotta in una mossa,
esporrebbe incautamente al pericolo la regina nera. Te lo segnalo contro il mio interesse: ma non vorrei
proprio che questa partita finisse troppo presto.
MOS Non so se esserti grato per codesta tua generosit. Il fatto  che quando si siede al tavolo
del gioco dei re non si dovrebbe parlare, lo sai: quanto meno, sarebbe proibito commentare le mosse
proprie o quelle dell'avversario. Ci sono gi gli spettatori a farlo: e non  simpatico per chi gioca aver
intorno a s un capannello di gente che non c' verso di fare star zitta. Comunque, ricambio il tuo atto
di generosit - ammesso che tale sia stata - fornendoti un'indicazione che va nel senso di quanto
sostengo e contrasta il tuo giudizio, forse troppo generoso nei confronti del mio popolo che come ogni
altro ha i suoi difetti: e tanti. Pensa a quel che ha scritto nel Sefer ha-Kuzari il nostro Yehuda ha-Levi,
che  vissuto fra Toledo e Cordova proprio quando c'eravamo anche noi e ci ha lasciati nell'anno dei
cristiani 1141. Descrivendo quell'episodio straordinario che alla met dell'VIII secolo dei cristiani si
verific in seguito ai rapporti tra il re dei khazari - una popolazione turca insediata tra mar Nero e mar
Caspio - e Hasdai ibn Shaprut, ministro ebreo dell'emiro della nostra citt, allorch il sovrano di quella
lontana gente barbarica si convert all'ebraismo con tutto il suo popolo, Yehuda fa tuttavia s che il
sovrano khazaro (pur convinto della bont della legge ebraica al punto di farla sua) replichi
ironicamente al suo interlocutore venuto a convertirlo che gli ebrei sono sempre stati pacifici perch e
finch sono stati deboli e inermi: ma, come insegna la Bibbia, quando hanno a loro volta conseguito
forza e potenza terrene, non hanno esitato a comportarsi come tutti gli altri. Quel che hanno subto i
nostri insieme con i vostri quattro o cinque secoli dopo che noi due eravamo passati dal mondo, quando
i cristiani ci hanno costretti ad abiurare e ci hanno prima spogliati e umiliati, quindi cacciati
chiamandoci conversos, marranos, moriscos, non  stato n sar diverso da quel che abbiamo fatto o
che potremo fare anche noi e voi, a nostra e a vostra volta, se e quando verr il nostro e il vostro
turno...
DE UNAMUNO Lei ha ragione, Maestro. Ma responsabili di tutto ci non sono gli uomini e i
popoli. Questa  la natura umana. Questa  la vita, che  bella cos com' ma che resta tuttavia
profondamente, irreparabilmente tragica. (Quindi, rivolto a Federico:) Li ho incontrati anch'io, quelli
del Viva la Muerte! Come il generale Milln Astray, l'eroe del Tercio legionario, che interruppe con
quel grido la cerimonia di apertura dell'anno accademico 1936 nell'Universit di Salamanca, della
quale ero allora rettore. Era un plurimutilato sopravvissuto miracolosamente alle sue troppe ferite. Gli
replicai con pacatezza che il suo era un grido assurdo: si poteva comprenderlo solo alla luce dell'odio
per la vita espresso da un'anima a pezzi come il corpo che la conteneva; un'anima assetata solo di
sofferenza e incapace di augurare a s e agli altri qualunque cosa che non fosse dolore. Dopo di ci,
non mi restava che dimettermi dalla carica di rettore; anzi, dovetti la fortuna che non finisse peggio al
fatto ch'era l presente doa Carmen Polo de Franco, la sposa del caudillo la quale con tempestivit mi
chiese di darle il braccio. Del resto, me ne sarei andato poco dopo anche da questa vita, sempre nel
fatale 1936: come lei, don Federico, e come don Jos Antonio. Ma voi eravate molto giovani, io avevo
ormai passato la settantina. Di che cosa fossero capaci i miei compatrioti lo avevo gi visto a dieci anni,
al tempo del golpe del 1874. Che la vita possa essere cos crudele, eppure tanto meravigliosa, lo avevo
imparato subito: e l'ho sempre amata almeno quanto ho odiato la filosofia, per quanto tutti mi
considerino un filosofo[10]. Confesso comunque, io nato a Bilbao, di sentirmi troppo nordico, troppo
atlantico, troppo freddo per capire gli andalusi. Sar perch da voi c' troppa luce e non piove mai
mentre noialtri fra Pas Vasco, Navarra, Asturie e Galizia siamo sempre immersi nelle nuvole e nelle
nebbie, sempre zuppi di pioggia. Darei non so che cosa per riuscir a comprendervi: ma non ce la faccio.
CERVANTES Davvero? Allora sentiamo, don Miguel: accetterebbe di perdere la mano destra,
se il farsela tagliare fosse la condizione per farle capire sul serio anche noi gente del sud?
DE UNAMUNO Eh no, mi perdoni, no davvero. Del resto nemmeno Vostra Grazia[11] ha mai
regalato a nessuno la sua: e s che quando aveva poco pi di vent'anni - lei sa bene quanto io conosca
le vicende della sua vita - c'era pur un giudice che avrebbe voluto fargliela tagliare come punizione per
aver mozzato in duello l'arto analogo di un nobile cavaliere. Ma, per fortuna di tutti noi, Vostra Grazia
ci teneva a quella mano che ci ha regalato tanti capolavori immortali: e cos  fuggita in Italia...
CERVANTES Il che, mio caro e prezioso omonimo e biografo, mi salv solo fino un certo
punto. Appena ventiquattrenne, due anni dopo, per sottrarmi alla giustizia del re Filippo II nostro
signore dalla quale infaticabilmente ero tallonato, mi arruolai nella compagnia di don Diego de Urbina;
cos mi trovai in mezzo a quel gran parapiglia che fu la battaglia di Lepanto, dove un colpo di colubrina
mi maciull la mano sinistra...[12].
DE UNAMUNO Insomma, era proprio scritto che una mano dovesse comunque rimettercela.
D'altronde, sempre meglio la sinistra della destra: non trova anche Vostra Grazia?
CERVANTES Difatti, forse mi sarei magari adattato a diventar mancino: ma conservando la
destra ho potuto scrivere pi speditamente, e molto. Al punto da meritarmi che il senso della vita non
mia, bens quella dei due poveri coprotagonisti d'un mio noioso romanzo non so se di cavalleria o di
critica alla cavalleria o di satira della cavalleria, sia stato mirabilmente spiegato ai posteri proprio da
lei. Se non ci fosse stato quel suo studio cos alto e profondo, il mio sfortunato hidalgo e il suo scudiero
sarebbero probabilmente finiti da tempo nel limbo sotterraneo delle cose dimenticate: e l'averli sepolti
non sarebbe stata la colpa peggiore di quel terribile secolo, il Novecento...
DE UNAMUNO Gi. Di quell'obbrobrioso secolo, sopravvissuto alla morte di Dio - quanto
meno, il mio diletto Nietzsche pensava questo - solo per continuar a bestemmiare il Suo Santo Nome.
Tuttavia, Vostra Grazia, il fatto che Lei sia castigliano, il suo Signor Cavaliere dalla Triste Figura e
l'amico Sancho manchegos e io basco mi fa pensare. Che ci facciamo noialtri quattro forestieri in
mezzo a tutti questi andalusi, e poi sulle rive del Guadalquivir, sia pure quello delle stelle?
CERVANTES Beh, caballero, direi che fra Andalusia e Mancha una somiglianza se non altro
sussiste. Sono regioni contigue, meridionali, assolate: un tempo le nubi ingombravano di rado il cielo
andaluso e si pu dire mai, proprio mai o quasi, quello manchego. Ora  diverso: con tutti gli embalses
e i pantanos con i quali il generale Franco ha cercato di calmare l'antica sete degli spagnoli che lo
hanno ricompensato aggiungendo al codazzo degli epiteti che gi gli avevano appiccicato quello di
Paco el Rana. Che in fondo era uno dei pi gentili. E poi, lo dicevo proprio ieri all'amico Sancho: le
avevi mai viste prima, le nuvole, nel cielo sempre incandescente della Mancha?
DE UNAMUNO Appunto: vi siete mirabilmente, gloriosamente tradito. Vostra Grazia  il
signor Cervantes e il Cavaliere dalla Triste Figura al tempo stesso. E mi sembra di essere stato proprio
io a dimostrare a sufficienza che Vostra Grazia, il signor don Chisciotte cos alto e allampanato e il suo
grasso e basso valletto, insomma il nobile hidalgo e il suo servo sempre impaurito e affamato, siete in
realt non meno uni nell'anima che duplici nei corpi, cos come Nostro Signore era uno nella Persona
bench duplice nella Natura. E anche voi avete la vostra Gerusalemme. La vera, quindi la sola autentica
patria di Vostra Grazia, il cuore della sua vita, il suo luogo prediletto,  proprio il centro della citt di
Siviglia negli anni in cui essa era a sua volta il centro politico ed economico di tutta la terra. La citt
che al suo tempo rigurgitava dell'oro e dell'argento del Nuovo Mondo e ospitava i pi magnanimi e
munifici signori d'Europa: e ci nonostante, o appunto per quello, era piena di tagliaborse, di
tagliagole, di mendicanti e di truffatori. E il centro della citt di Siviglia ch' il centro del mondo  la
Porta del Perdono della cattedrale, quella dove attorno a Rinconete e a Cortadillo[13] ruota tutto
l'universo degli hidalgos e dei pcaros dei quali la Signoria Vostra  padre, padrone e burattinaio; a
differenza del sivigliano purosangue don Juan Tenorio, che si finge o si crede padrone dei corpi e dei
cuori di tutte le donne, delle ragazze e perfino delle vecchie che il suo servo Leporello mette in lista nel
suo catalogo, mentre invece ne  in realt inesorabilmente posseduto.
CERVANTES Ma via, caro don Miguel, non mi paragoni al Cristo benedetto, ma non mi
confronti nemmeno con il burlador, quel peccatore. Don Juan si credeva davvero il padrone e l'arbitro
di doa Elvira, di doa Ana e di tutte le altre 1.003 dame e damigelle solo in Spagna, per non contar le
altre in tutta Europa e perfino in Turchia, dove nonostante la sorveglianza degli eunuchi diceva di
essersene fatte 91: ed erano di tutto, grandi e maestose oppur piccine e vezzose, grassotte per l'inverno
o magrotte per l'estate, giovin principianti che per lui erano la passion predominante o anche vecchie
messe in lista nel catalogo di Leporello solo per il piacere di mettercele, come sapete. Quanto a me, non
credo per nulla di essere il padrone e il burattinaio di nessuno. A Rinconete e a Cortadillo mi sono
limitato a dar la vita:  vero. Ma sono a mia volta uno strumento, non sono il creatore di nessuno, il dio
di nulla, perch essi non sono mai esistiti e le loro azioni sono fatte di nebbia: salvo che ce ne sono stati
millanta simili a loro che invece li ha fatti Iddio vero, che sia benedetto il Suo Santo Nome...
DE UNAMUNO D'altronde Vostra Grazia sa bene che una vita fittizia, una vita immaginaria,
non  come tale meno tragica di una vita autentica. Lo sa bene lei, seor don Miguel, perch Vostra
Grazia  appunto al tempo stesso il Cavaliere dalla Triste Figura: e ne porta tutte le stigmate, oltre alla
mano sinistra mozzata che invece appartiene solo a Lei. Con la sua fantasia, col suo genio, Vostra
Grazia ha creato se stesso: e Dio Onnipotente sar onorato, ne sono certo, di pavoneggiarsi potendo
definirsi, in quanto Creatore, collega del seor don Miguel de Cervantes y Saavedra!
Testimoni
Altri viandanti poco alla volta intanto si avvicinano. Ecco il giurista e diplomatico don Joaqun
Jos Mara Juan Donoso Corts, marchese di Valdegamas, che a Siviglia ha passato alcuni anni della
sua breve, intensa vita penetrando i segreti della nuova et rivoluzionaria che l'Ottocento andava
preparando all'Europa e al mondo[14]. Ossequiata da tutti, che rispettosamente salutano alzandosi in
piedi, ecco la bella doa Eugenia Mara de Montijo de Guzmn, la granadina per eccellenza che, andata
sposa nel 1853 a Napoleone III, divenne imperatrice dei francesi. Al suo fianco l'elegante arguto signor
Prosper Mrime che in quegli anni aveva contribuito come pochi alla popolarit europea e mondiale
dell'Andalusia pubblicando nel numero del 1o ottobre del 1845, sulla "Revue des Deux Mondes", il
lungo racconto dedicato alla sigaraia sivigliana Carmen e al suo mondo di toreri e di
contrabbandieri[15]. Da l l'opra-comique di Georges Bizet, il Preludio di Claude Debussy dedicato
alla Puerta del Vino, un po' anche il Capriccio spagnolo di Rimskij-Korsakov. E son tanti i musicisti a
farsi ora intorno alla scacchiera[16]. Dal gaditano Manuel de Falla, che ha rivestito di note prodigiose i
giardini, le marionette, il fuoco, perfino la storia di don Chisciotte[17], al chitarrista Andrs Segovia, di
Linares, sino a Ernesto Lecuona, cubano di nascita e andaluso nell'anima, autore di Malaguea e di
Andaluca.
Poi ancora altri. Fra tutti, gigantesco, l'attore e scrittore americano Orson Welles, che ha
sposato quella splendida diva di Hollywood dalla chioma color di fiamma, Margarita Carmen Cansino,
figlia di un sivigliano di Castilleja de la Cuesta che, giunta a Hollywood, assunse come "nome d'arte"
il cognome della madre, Hayworth, d'origine irlandese. Il suo film Gilda del 1946, con la sconvolgente
scena dello streap tease del solo braccio guantato che vale da sola dieci Kamasuthra, fu classificato
"altamente pericoloso" dall'occhiuta censura franchista.
Altri andalusi o amanti dell'Andalusia continuano ad arrivare in quel luogo prossimo al
Guadalquivir delle stelle. Tanti i pittori nati in Andalusia o che l'hanno amata: come quel Diego de
Silva che noi conosciamo con il cognome materno di Velzquez o come Manuel Esteban Murillo,
sivigliani entrambi; ma anche l'aragonese Francisco Jos de Goya y Lucientes, che am una duchessa
d'Alba e la ritrasse come Maja desnuda; e l'altro pittore, Pablo Picasso, autentico andaluso lui perch
originario di Malaga. Tanti anche i poeti e gli scrittori, come il cordobs Luis de Gngora y Argote.
Ciascuno, in quel lontano incontro sospeso fra il Sempre e il Mai, fra il Tutto e il Nulla, fra il no where
e il now here, ha la sua Andalusia da proporre, da ricordare, da narrare. Da amare.
[1]  F. Garca Lorca, Llanto por Ignacio Sanchez Mejias, 2, La sangre derramada, in Id., Obras
completas, VIII ed., Valencia, 1965, p. 541.
[2]  Jos Antonio Primo de Rivera (1906-1936), avvocato e uomo politico, fondatore della
Falange Espaola (cfr. J.A. Primo de Rivera, Textos de doctrina poltica, a cura di A. del Ro Cisneros,
Madrid, 1959). Si tratta di un personaggio politico di estremo interesse, che dopo anni di
fraintendimento e d'oblio comincia solo adesso a venir collocato in una luce storica corretta: si veda il
bel libro di A. Rivero Taravillo, El Ausente, Madrid, 2018.
[3]  Gaditano  il cittadino di Cadice: tale era il padre di Jos Antonio, il generale Miguel Primo
de Rivera y Orbaneja (1870-1930), il quale govern la Spagna dal 1923 al 1930 gestendo una "dittatura
illuminata" responsabile di misure dirigiste in economia ma anche di politiche sociali che gli
procurarono l'appoggio e quasi la simpatia della Confederacin General del Trabajo.
[4]  La camisa azul, camicia azzurra, e le botas de montar, gli alti stivali da cavalleria, erano
l'uniforme dei falangisti.
[5]  Il libro "classico" al riguardo  I. Gibson, Granada en 1936 y el asesinato de Federico
Garca Lorca, Barcelona, 1979; in Italia, la ricostruzione forse pi onesta e coraggiosa dell'oscuro
episodio della morte di Garca Lorca  quella di un grande giornalista e "scrittore di viaggio", Stefano
Malatesta, pubblicata sulla "Repubblica" del 5 maggio 1992 e riedita quindi nella magistrale raccolta
di scritti Stefano Malatesta, Firenze, 2017, pp. 173-179.
[6]  Sulla trasformazione della Falange e l'abbandono del suo spirito originario, cfr. J.A. Parejo
Fernndez, Seoritos, jornaleros y falangistas, Sevilla, s.d.
[7]  Gli iscritti di fresco al movimento falangista dopo l'alzamiento, in genere giovani e
giovanissimi che avevano scelto di stare con i vincitori.
[8]  Si allude qui al poema Romance de la Guardia Civil espaola, in Garca Lorca, Obras
completas, cit., pp. 543-557.
[9]  Gli almohadi (al-muhawiddun, "i fedeli dell'Unit divina") furono una bellicosa setta
d'origine berbera e di confessione sciita che fondarono un principato in Marocco e che verso la met
del XII secolo, chiamati in aiuto da alcuni emiri di al-Andalus, s'insediarono nella penisola iberica.
Furono sconfitti da una coalizione castigliano-aragonese-navarrese nella battaglia di Las Navas de
Tolosa, nel 1212, e cacciati poi da una rivolta arabo-berbera.
[10]  Si allude evidentemente al suo notissimo capolavoro: M. de Unamuno, Del sentimiento
trgico de la vida en los hombres y en los pueblos, edito per la prima volta a Madrid nel 1913 e tradotto
in italiano a Firenze tra il 1923 e il 1924.
[11]  In castigliano Vuestra Merced, da cui discende nel castigliano moderno il vocativo usted,
derivato dall'abbreviazione notarile V(ue)st(ra Merc)ed.
[12]  L'evento  richiamato con lucida levit da Corrado Bologna nella sua splendida
Introduzione a M. de Unamuno, Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, Milano, 2005, p. XIV.
[13]  Si allude ai due protagonisti del celebre racconto omonimo (cfr. M. de Cervantes Saavedra,
Novelas ejemplares, in Id., Obras completas, a cura di A. Valbuena Prat, XIV ed., Madrid, 1965, pp.
834-852). Rinconete, da rincn, "angolo di strada", "cantone",  lo sfaccendato che se ne sta tutto il
giorno appoggiato all'angolo della via; Cortadillo, da cortar, "tagliare",  il tagliaborse. La data pi
probabile della composizione di questo racconto, immortalato da una lapide in azulejos murata sulla
parete a destra della grande bellissima Porta del Perdono,  il 1601-02.
[14]  Eugenio D'Ors ebbe a definirlo calido retrico, fro poltico (cfr. C. Schmitt, Donoso
Corts, Milano, 1996, p. 76).
[15]  Costruita verso il 1750, la Manifattura dei Tabacchi (Real Fbrica de Tabacos)  il pi
grande edificio di Spagna dopo l'Escorial; oggi appartiene all'Universit di Siviglia. Nel periodo di
massima attivit, durante il XIX secolo, dava lavoro a circa 10.000 cigarreras. L'immenso palazzo 
situato immediatamente a sud-est del celebre Hotel Alfonso XIII e ad est del Palacio de San Telmo.
[16]  Cfr. T. Marco, Spanish Music in the Twentieth Century, Cambridge, MA, 1993.
[17]  C.A. Hess, Sacred Passion. The Life and Music of Manuel de Falla, Oxford, 2005.
Prologo in terra
Le fasi di una storia
L'Andalusia  uno spazio geografico, uno spazio storico, uno spazio mitico, uno spazio intimo.
Quale di tali spazi sia il pi "vero" non  un problema:  un gioco di specchi.
Ma perch parlarne? Perch proporsi e proporre addirittura un viaggio in una regione che  un
finis terrae estremo-europeo eppure dall'Europa tanto remoto, estremo-occidentale eppure
dall'Occidente tanto diverso, cuore e centro di sei successive civilt tra loro differenti eppure tanto
profondamente connesse l'una all'altra?
E perch, poi, sei civilt? E quali?
La prima: orientale, latina ed eurasiatica. Il suo nome deriverebbe - per quanto non sia sicuro -
dal basso latino Vandalicia, poi divenuto Vandalusia. Secondo le leggi fonetiche della lingua parlata
dai nuovi conquistatori venne trasformato in al-Andalish (da cui il pi comune al-Andalus). Ci sono
altre tre teorie sull'origine del nome, fino ad oggi nessuna delle quali convincente. Ma  cos che la
provincia romana Baetica fu ribattezzata a partire dal V secolo dal nuovo popolo che vi si era insediato.
I vandali, germano-orientali affini ai longobardi e provenienti dall'Asia centrale, noti (e magari
calunniati) per la loro cieca ferocia distruttrice ("atti vandalici"), per alcuni decenni s'insediarono in
una terra che, dopo gli "autoctoni" iberi - ammesso che davvero possa mai darsi un'autoctonia -,
aveva conosciuto e ospitato fenici, cartaginesi e romani. Erano gente delle steppe e delle brughiere
eurasiatiche, Reitervlker[1] che - al pari dei goti prima di loro - avevano saputo riciclarsi come
marinai e pirati senza scrupoli: pagani conquistati all'eresia ariana, saccheggiatori di Roma a met V
secolo, fondatori nell'estremo lembo sudoccidentale della terra iberica di un regno che non ci ha
lasciato nulla se non il nome. Eppure, quella rozza e corrotta Cristianit vandalica gener ispidi fiori:
pensiamo a Isidoro di Siviglia e alle sue Etymologiae. Che cosa mai sarebbe il Medioevo europeo senza
di esse? E che cosa mai ci avrebbe raccontato Umberto Eco?
La seconda: araba, berbera, ebraica, "mozarabica" e mudjar: termine, questo, derivato dalla
parola araba mudajan, che significa "accettato", ma anche "retrivo". I musulmani l'applicavano ai
cristiani, colpevoli secondo loro di non aver riconosciuto come il Profeta avesse completato e
perfezionato l'iter della Rivelazione. Dalla morte di Muhammad erano passate pi di tre generazioni:
l'Arabia, culla dell'Islam arroccata tra impero bizantino, impero persiano sasanide e impero etiopico,
era lontana molte centinaia di chilometri. Le aristocrazie sceiccali ed emirali arabe si erano quasi
perdute per strada: sopravvivevano solo nell'odio dei berberi, nordafricani pagani irriducibili che i
romani avevano ferocemente cristianizzato tra V e VI secolo e che alla cristianizzazione altrettanto
ferocemente avevano prima resistito per finire con l'accettarla appropriandosene con fede profonda e
vedersela poi strappare, pochi decenni pi tardi - e l'avevano difesa con accanimento - dai nuovi
barbari orientali che parlavano un'altra lingua estranea, com'era stato per loro il latino. Eppure, arabi e
berberi uniti e confusi avrebbero conquistato la Spagna e le avrebbero imposto in blocco il nome
debordante di Andalusia, "terra dei vandali", anche laddove essi non erano arrivati. E sarebbe nata la
Spagna delle "tre culture", pi sognate, sperate e inventate forse che reali. La Spagna dei califfi
cordovani e degli emiri granadini, delle chiese fatte moschee e poi tornate chiese, dei fiumi aridi e delle
fontane che cantano, del deserto fiorito e delle rosse torri di Granada.
La terza: il Sefarad degli ebrei (la parola deriva dalla pronunzia in ebraico del termine latino
Hispania), la judera di Cordova, il verbo filosofico di Mos Maimonide. Il modello lontano d'una
saggezza perduta che finalmente aveva trovato una nuova patria. Fino ad oggi gli ebrei sefarditi hanno
mantenuto vivo il ricordo - subito mutato in racconto mitico - dei tempi della serenit e della gioia,
nonostante le tempeste furibonde degli almoravidi prima, degli almohadi poi, e il calvario dei marranos
dopo la presa di Granada, e le nuove Andalusie ebraiche sparse da Livorno a Ferrara a Venezia a
Salonicco. Sefardim e Ashkenazim, figli di Spagna e figli di Germania, il Sole e la Luna, il Giorno e la
Notte, due danze che si somigliano, s'incrociano e non s'incontrano mai.
La quarta: cristiana e castigliana. Da Toledo, nel corso di poco pi di mezzo secolo gli eredi del
regno unito di Castiglia e di Len avanzarono spogliando l'una dopo l'altra le citt andaluse dei loro
principi musulmani, convertendo in chiese le moschee e in campanili i minareti, avviando la
trasformazione del paesaggio con l'abbandono almeno parziale dei giardini, degli orti e dei canali che
gli uni e gli altri alimentavano e sostituendo gli agricoltori venuti dall'Africa, e da secoli radicati nella
piana del Guadalquivir e nelle circostanti alture, con i pastori scesi dalla Meseta che avevano
attraversato la Sierra Morena. Ultimo gioiello d'una cultura musulmana destinata a lasciare dietro di s
uno scintillante e struggente ricordo, restava il "regno moro" di Granada, la cui capitale, incastonata tra
i candidi picchi della Sierra Nevada, sarebbe stata destinata a una memoria e a una mitizzazione delle
quali sono ancor oggi simbolo le rosse torri dell'Alhambra. Granada cadde nel 1492 nelle mani dei Re
cattolici.
La quinta: la Nuova Andalusia, l'America tra il sud degli States, il Messico e la Mesoamerica. Il
sogno della Reconquista e le lacrime per Granada perduta che mischiate insieme varcano l'oceano e si
rifugiano in infinite Nuove Cordove e Nuove Granade sparse tra Hollywood e i Caraibi. Deserti remoti
e vicendevolmente sconosciuti che pur si somigliano (e, geologicamente parlando, non senza ragione),
profili e pigmentazioni cutanee di indios che con l'India non hanno nulla a che fare a parte un equivoco
geoculturale e che tuttavia ricordano ostinatamente altri profili, altri occhi e capelli neri, altre
pigmentazioni cutanee provenienti dal sud, dall'Africa berbera, e trascinati fin oltreoceano per fondersi
con estranei che - e non siamo in grado di dire se e fino a che punto casualmente - tuttavia loro in
modo sorpredente e inquietante somigliavano. E allora ditemi monsieur Lvi-Strauss, ditemi monsieur
Todorov, perch mai una sciamana di Cuzco dovrebbe somigliar tanto, fino all'ultima ruga e all'ultimo
incantesimo, a un'indovina di Marrakesh, ed entrambe a una strega gitana di Ronda? Quale brujera ha
mai potuto trasformare un principe inca nel nobilissimo hidalgo Garcilaso de la Vega? Quali misteri ci
nasconde ancora e probabilmente ci nasconder per sempre la remotissima preistoria con i suoi
cataclismi e le sue migrazioni? Che cosa si cela dietro il sogno dell'Atlantide di cui ancora si discute -
o se preferite si favoleggia - nella citt di Niebla con le sue mura saracene ancor intatte e il suo piccolo
museo cittadino nel quale viene con pedante, liceale ingenuit rievocata la favolosa metropoli descritta
da Platone e inghiottita dalle acque?
E infine, la sesta: quella che abbiamo gi incontrato junto al Guadalquivir de las Estrellas e che
appartiene a tutti noi, dal momento che ciascuno di noi ha il suo chteau en Espagne. La terra dei
mulini a vento contro i quali tutti abbiamo almeno una volta in vita nostra combattuto; la terra dei
pcaros e dei gitanos, delle fantasie stregoniche di Francisco Goya, delle plazas dal sole accecante e
degli ombrosi patios moreschi, dei bandoleros, dei racconti dell'Alhambra celebrati dall'americano
Washington Irving, della Puerta del Vino di Debussy, della Carmen di Mrime e di Bizet; e poi
ancora Tyrone Power, Rita Hayworth, Orson Welles, e la guerra civile epicamente descritta da Ernest
Hemingway, e il sogno utopista tradotto da Roger Garaudy a Cordova nella Torre de la Calahorra.
Sangue e arena, chitarre e azulejos...  davvero tutto sorpassato l'inattuale?  davvero tutto falso
l'irreale?  davvero tutto irreale l'immateriale? Ed  davvero tutto immateriale l'immaginario? Non
avr ragione il vecchio Shakespeare, non siamo davvero fatti tutti della medesima stoffa dei nostri
sogni?
Il tempo e lo spazio
Questa  l'Andalusia segreta che ci portiamo dentro: tutta, magari alla rinfusa come gli oggetti
nella sacca del pellegrino. Andaluso, anda-luz, "cammina con la luce".  l'Andalusia degli archetipi e
magari anche dei luoghi comuni, che dovremmo continuare a cercare se la globalizzazione informatica
e consumistica non ci avesse rubato, dopo tutto il resto, perfino la memoria col suo tesoro ch'era fatto
anche di care banalit. Quella che inseguiamo nel fondo dei nostri ricordi, delle nostre immagini, della
musica che talvolta ci capita di tornar a ricordare. E magari quella che "reinventiamo", o addirittura
che inventiamo tout court.
Viaggiare nel tempo, insieme con il tempo. Non  forse questo, non dovrebbe essere forse
questo la storia? Rivisitare il passato, ricostruirlo, ripensarlo, interrogarlo per dare un senso al futuro
attraversando il presente. Ma il viaggio non , per eccellenza, un movimento attraverso lo spazio? E
allora, se spazio e tempo sono complementari, se davvero la geografia e la cronologia sono gli occhi e
le orecchie inseparabili della storia, visitare l'Andalusia di oggi e scoprirne il suo ieri non posson non
essere due aspetti di una sola operazione.
E incamminiamoci dunque, con la desolata allegria di chi sa di voler riconquistare il proprio
paesaggio interiore, verso l'Andalusia di oggi. Siamo disposti a tutto: perfino a scavare tra le rovine
occultate o dimenticate sotto la moquette dei turistici resort e delle menzogne mediatiche. Andiamo con
la luce, verso la Terra di Luce che ci sta dentro.  inafferrabile: ma finiremo col trovarla, o se non altro
avremo la sensazione che ci sia per un attimo balenata dinanzi agli occhi e nel cuore, intravista in un
profilo di torri e di montagne o di promontori al tramonto oppure nel riflesso violaceo di una jarra di
sangra.
Ecco: forse proprio questa  la porta pi sicura per entrare nella Terra di Luce. La Puerta del
Vino, come quella dell'Alcazaba dell'Alhambra di Granada messa in musica da Debussy. La nostra
"porta del vino", umile e quotidiana, sar appunto la jarra piena di sangra.
La jarra  una caraffa: la parola  la stessa, d'origine araba, della nostra "giara". In realt  un
recipiente di terracotta o di vetro (respingete quelle di plastica, se ve le offrono, e cambiate locale); la
capienza ideale  un litro: per quanto ve ne siano di varia grandezza, adatte a tutti i gusti, a tutte le
borse e a tutte le seti. Non pu essere comunque mai troppo grande in quanto deve stare su un tavolo,
tra i convitati, e va sollevata con la forza di una sola mano e di un solo polso per riempire i bicchieri.
La jarra pi comune  quella da un litro: se la ordinate, potete esser soli ma non dovrete essere pi di
quattro: altrimenti non vi baster (vero  che se ne possono ordinare una seconda, una terza e cos via).
In un dolce tardo mattino o in un torrido meriggio o in una fresca sera o in una notte stellata,
una jarra  il minimo che potete consumare se volete godervi la divina bevanda fatta di vino rosso
leggero, molto ghiaccio in cubetti o - meglio ancora - in pezzi grossolani, acqua frizzante o buona
gasosa, succo e fette d'arancio e di limone, qualche pezzetto di mela o di pesca se volete (secondo la
stagione), un po' di zucchero e di cannella nonch un paio di chiodi di garofano se un minimo di aroma
in pi non vi dispiace, un sorso di brandy (meglio se Cardinal Mendoza) se proprio vi volete bene.
Quanto alle dosi, fate voi: la sangra  come l'anima, ciascuno ha la sua.
La sangra non  solo una bevanda.  un'espressione filosofica, una scelta di vita. Se dopo
averla assaggiata anche solo una volta riuscite ancora ad avvicinare una Coca-Cola, significa che siete
perduti: che l'abitudine di piegarsi alla corruzione spirituale, in voi,  divenuta irreversibile. E allora
continuate ad andare avanti cos: continuate a farvi del male.
Invito al viaggio
Ma si fa presto a dire Andalusia; e a dire viaggio. Anzitutto, quando andarci? Al riguardo,
l'attenzione al clima  fondamentale. Se non  troppo importante quando visitare ad esempio la bella
Sierra de Grazalema col suo parco naturale dal momento che ci piove quasi di continuo (ed  questo il
segreto del suo lussuoso fiorire e verdeggiare), e quindi dovete sapere che l il munirsi di giacche a
vento e di ombrelli  necessario, va da s che in certe aree di bassa quota  bene evitare i mesi estivi:
cos ad esempio per Cordova (Crdoba) o per il deserto di Tabernas presso Almera; Siviglia (Sevilla) 
unanimemente considerata la citt pi calda di tutta la Spagna, ma in estate sulla costa si raggiungono
tranquillamente i 40 e talvolta si superano; mentre Granada  da evitarsi d'inverno, quando i giorni e
le notti sono di un limpido cristallino.
Se poi, per motivi non solo turistici bens anche antropologici, si fa attenzione ad esempio al
calendario delle ferias, il responso  allegramente disperato. L'Andalusia  difatti sempre una festa, in
tutti i mesi dell'anno: in gennaio ci sono le Cabalgatas de los Reyes Magos (celebre quella di Malaga),
in febbraio il Carnevale, tra marzo e aprile le celebrazioni della Semana Santa un po' dappertutto oltre
la Feria de Abril a Siviglia e l'imponente processione di Nuestra Seora de la Cabeza ad Andjar
presso Jan; in maggio ci sono le croci fiorite e i Festival de los Patios a Cordova, il 17 la romera de
San Isidro a Setenil, le processioni del Corpus Domini un po' dappertutto, la romera de Santa Eulalia
ad Almonaster la Real nella Sierra de Aracena il terzo fine settimana, la Feria de la Manzanilla a
Sanlcar de Barrameda l'ultima settimana; a giugno le Candelas de San Juan un po' dappertutto e fra
giugno e luglio il Festival di musica e danza all'Alhambra di Granada; tra marzo e ottobre c' la
stagione delle novilladas e delle corride; enumerare le feste tra luglio e settembre  quasi impossibile;
un po' di tregua fra ottobre e novembre, quando ci si limita alle feste religiose; e in dicembre, oltre al
Natale, sono popolarissime le celebrazioni dei Santi Innocenti. Insomma, se volete seguire le principali
feste andaluse con una certa continuit, trasferitevi nella regione.
Ma come e da dove entrarvi? In Andalusia si accede dal mare e dall'Africa, come ha fatto Tariq
nell'VIII secolo; oppure via terra dalla Sierra Morena, sulle orme dei crociati del 1212 attraverso il
passo di Despeaperros fino alla battaglia di Las Navas de Tolosa. Altrimenti ci si entra col cuore e con
la fantasia, calandosi per le corde della chitarra che suona Andaluca lejana di Lecuona; o seguendo i
passi di danza dell'Amor brujo di Manuel de Falla; o lasciandosi scivolare lungo la scala di seta dei
versi di Federico Garca Lorca in cerca della sua Crdoba, lejana y sola, come ho fatto io tanti anni fa.
Ma se invece che a piedi, in auto, in treno oppure in aereo, e prima che non con la fantasia, si
volesse entrarvi con la ragione e con la comprensione, che strada dovremmo prendere?
Scrivere di Andalusia, pensare all'Andalusia, pronunziare la parola Andalusia,  quasi
impossibile a mente fredda e a cuore sereno. Se e quando ti provi a farlo, mille immagini viste e riviste
t'invadono gli occhi; diecimila clich tutti abusati e tutti falsi t'aggrediscono; centomila stereotipi tutti
ugualmente intollerabili t'assediano.
Non solo. Un certo fasullo immaginario andaluso - talora tuttavia, ammettiamolo, tenero e
commovente, talaltra curioso e gustoso - ha invaso tutta la Spagna, ch' un paese d'incredibili diversit
e di stridenti contraddizioni; attraversato oggi da contrasti e da mutamenti come mai forse prima. Vero
 non solo che non tutta la Spagna  Andalusia, ma che nemmeno l'Andalusia  soltanto Andalusia.
E allora, che fare? Cambiar aria, magari: lontano dalla terra del sole e delle ferias, abbasso le
chitarre e il paso doble, via i tori e i giardini fioriti di Granada, no al flamenco e al duende, aboliamo
Semanas Santas e gitani, diamo il benservito ai bandoleros e alle peas taurinas, asteniamoci
severamente dal jamn de patanegra e dalla sangra?
No davvero: o meglio, non proprio. Cerchiamo semmai di recuperare, al di l degli schemi
oleografici, questa ch' una vera e propria "regione delle differenze": ora che il sistema politico
spagnolo ce l'ha quasi fatta con la creazione di un armonico intarsio di autonomie - a parte i casi pi
difficili, il Paese Basco e la Catalogna - e che in tale contesto l'identit andalusa si  senza dubbio
ulteriormente affermata, proviamo a ribadire che essa - al pari di qualunque altra "identit" - 
credibile e plausibile solo se pensata come dinamica e imperfetta, comprensibile solo se intesa nel
contesto di altre identit; che le "radici" andaluse ci sono, e non gelano, ma solo a patto di pensarle
rimanendo ben consapevoli ch'esse sono il frutto d'una volont storica magari non sempre cosciente ed
esplicita ma soprattutto comunque di scelte storiche comunitarie anzich di puro determinismo
biologico; che le "tradizioni" andaluse esistono eccome, a patto di saperne individuare (e di volerne
accettare) quella che Eric Hobsbawm ci ha lucidamente indicato come la loro "invenzione". Non
perdiamoci dietro il mito del loro "tramonto", altrettanto aprioristico di quello della loro "alba"; non
lasciamoci tentare dall'oziosa distinzione tra "quel ch' autentico" e "quel ch' revival". Ma  allora
possibile avvicinarsi alla "vera" Andalusia?
Possiamo farlo. Ricominciando da zero. Affrontando una terra difficile che si estende per quasi
90.000 chilometri quadrati fra Atlantico e Mediterraneo e tra la Meseta e le punte di Tarifa e di
Gibilterra, con 7 milioni di abitanti e con una geodiversit e una biodiversit tanto affascinanti quanto
scoraggianti: dal prospero altipiano percorso da nord-est verso sud-ovest dal Guadalquivir chiuso tra
due forti sistemi montagnosi, la Sierra Morena a nord e la Cordigliera Betica con il suo vertiginoso
culmine nel Cerro Mulhacn della Sierra Nevada (3.483 metri: un eterno ghiacciaio), sino alle dune e
alle paludi del Parque Nacional de Doana, con il suo infinito orizzonte di bassure dove acqua e terra si
confondono e dove abitano gli uccelli pi diversi che si possano immaginare; dal freddo e dalla pioggia
quasi costante della Sierra de Grazalema, l'area di maggior piovosit della Spagna (ancora pi della
Galizia e del Cantabrico!), fino al deserto della provincia di Almera, tanto "deserto" da aver fatto da
scenario a decine di film ambientati nel Sahara, in Arabia o nel Far West, e alle favolose spiagge di
Marbella e di Torremolinos, meta da almeno mezzo secolo d'un ricco turismo e, ohim, teatro di
sfacciate speculazioni edilizie e di un disastro ambientale ai quali solo di recente si  tentato di porre un
limite.
Ma il progresso, se ha comportato molteplici forme d'inquinamento, ha d'altro canto
determinato anche effetti che sarebbe arduo non qualificare come benefici: ad esempio una fino ai
nostri tempi inedita cura - almeno quanto a intensit e sistematicit, senza nulla togliere a qualche
intuizione e a qualche esperimento del passato - per l'ambiente e per le specie animali e vegetali in via
(o "a rischio") di estinzione, sostenuta da un'attenzione etologica ed ecologica che va facendo sempre
pi parte della cultura diffusa. I cieli andalusi, fra la primavera e l'autunno, sono ancora solcati dalle
cicogne in disciplinata formazione: che sanno bene di trovare un ambiente accogliente e un cibo
abbondante nelle marismas dei parchi nazionali, ma anche un rifugio sicuro sui fastigi degli antichi
palazzi e delle belle cattedrali cittadine, dove i loro nidi sono affidati al rispetto e all'affetto di gente
attenta e cordiale, che ama i suoi ospiti e sa come proteggerli. Ed  sempre il progresso ad aver mutato
per molti versi il panorama e le molte diversit microclimatiche d'una regione che i vecchi ricordano
ancora in troppe aree come desolata e bruciata dallo spietato sole estivo, eternamente tormentata dalla
sete e minacciata dalla siccit. Tutto ci adesso - in Andalusia come nelle vicine e confinanti Castiglia
Vecchia e Mancha -  solo un ricordo tinto magari di nostalgia. Le pianure assolate e desolate dove si
stagliano i profili dei mulini a vento (proprio loro, quelli che il Cavaliere dalla Triste Figura
confondeva con i giganti dei romanzi di cavalleria) sono ormai un ricordo da quando, a partire dagli
anni Sessanta, il governo di Madrid si avvi a intraprendere una politica della quale - accanto ai primi
tratti autostradali, al rinnovamento della linea ferroviaria, all'istituzione di prestigiosi alberghi detti
paradores de turismo e indirizzati al tempo stesso a incoraggiare i sempre pi numerosi viaggiatori
stranieri e a restaurare antichi e preziosi edifici - erano protagonisti embalses e pantanos, grandi e
talora sterminati bacini ricavati dalla chiusura d'intere valli per mezzo di audaci dighe artificiali. Quella
nuova risorsa dette rivoluzionario impulso all'agricoltura guadagnando ad essa regioni di secolare
aridit che spesso, peraltro, non erano state tali: l'Andalusia musulmana era coperta da una sapiente
rete di canali idrici, che peraltro dal Quattro-Cinquecento in poi erano stati abbandonati dai nuovi
padroni cristiani, i quali preferivano i pi facili guadagni della pastorizia, dell'allevamento e del
commercio di lana, pellami, latticini, carne. Essa mut profondamente i panorami, cambiando terre che
"da sempre" richiamavano i deserti nordafricani in plaghe allietate da specchi d'acqua dolce e da prati
e frutteti, che ricordano adesso qua e l ora la Toscana, ora la Borgogna, ora addirittura la Finlandia.
Certo, a dirla con i latini, ubi commoda, ibi incommoda: i buoni contadini e i saggi pastori andalusi
adesso conoscono la puntura della zanzara anche se non abitano nelle vicinanze della marisma di
Doana. E con un'importante variabile climatico-estetica: il cielo andaluso, al pari di quello della
vicina Mancha,  adesso percorso sovente dalle nubi e le precipitazioni sono aumentate. Come gi si 
detto, questa rivoluzione ambientale merit a suo tempo al caudillo Francisco Franco - che gli spagnoli
hanno molto temuto ma anche rispettato per quasi quarant'anni, che tuttavia non si pu dire abbiano
mai amato e ch'era oggetto di molti non sempre affettuosi soprannomi - il nuovo epiteto di Franco "la
Rana", vista la sua attivit di creatore di stagni e di laghi artificiali.
Strana, drammatica per un verso e tragicomica per un altro, la vicenda semantica del termine
caudillo. Nella tradizione spagnola e iberoamericana esso indica i leader politici e militari instauratori
di regimi dittatoriali di pi o meno lunga durata. Nel clima d'incertezza istituzionale soprattutto
iberoamericana la frequente fortuna e il generalizzato ricorso - spesso da parte di questo o di quel
gruppo del ceto dirigente - a un caudillo per risolvere una crisi sociale o politica dette luogo al
fenomeno, che si tent perfino di teorizzare, del "caudillismo". A partire dal 1936, i nacionales
proclamarono loro caudillo (in evidente analogia con la fortuna di epiteti quali "duce" in Italia e
Fhrer in Germania) il generale Francisco Franco y Bahamonde, il quale non ebbe scrupolo ad
assumere ufficialmente tale titolo che pur conservava, nell'uso e nella struttura semantica, una
sfumatura di canagliesco. Attorno al profilo di Franco sul rovescio della bella moneta argentea da 100
pesetas coniata nel 1966 in occasione del trentesimo dell'alzamiento, si legge Francisco Franco
caudillo de Espaa por la G.(racia) de Dios. Il regime politico inaugurato nel 1939, alla fine della
guerra civile, proclam immediatamente la restaurazione della monarchia ma si denomin
ufficialmente Estado Nuevo (sul modello del Portogallo di Salazar, seguito pi tardi anche dalla
denominazione di tat Franais assunta fra 1940 e 1945 dalla Francia di Vichy e adottata per evitare il
termine Rpublique). Franco lo govern fino alla sua scomparsa portando il semplice titolo formale di
jefe del estado, la genericit del quale gli consentiva un potere praticamente incondizionato di conditor
iuris. Una tacita e quasi "morbida" damnatio memoriae  andata scendendo sul "franchismo": al
generale gallego non si perdonano i lunghi e duri anni della dicta-dura, tra fine anni Trenta e met anni
Sessanta circa, la pesante memoria dei quali  in parte attutita dal ricordo di quello che venne dopo, il
decennio di dicta-blanda che prepar il graduale restaurarsi delle libert. Tuttavia, gli si riconosce se
non altro il merito di essere riuscito a resistere ai suoi ex alleati e di aver evitato alla Spagna la seconda
guerra mondiale.
La gente
Come cambiano i paesaggi, cos muta la gente. Il territorio degli iberi fu ambito dai greci, dai
cartaginesi e poi dai romani per i metalli del suo sottosuolo (soprattutto l'argento, ma anche il piombo,
il ferro, il rame, perfino l'oro). Gente di lontana e sconosciuta origine, che almeno dal III millennio a.C.
sapeva lavorare i metalli, gli iberi vennero "celtizzati" verso il VI secolo a.C. e quindi, dalla fine del
III, si romanizzarono alquanto profondamente, e non senza regalare al Caput mundi alcuni dei suoi figli
pi prestigiosi: iberi furono il filosofo Seneca e suo nipote il poeta Lucano, iberi gli imperatori Traiano
e Adriano. Cristianizzata nel corso del II-III secolo d.C., la loro terra fu contesa tra vandali, visigoti e
bizantini, fino all'arrivo degli arabo-berberi che nella prima met dell'VIII secolo la conquistarono
islamizzandola in gran parte e nel X secolo vi fondarono un califfato d'origine umayyade - gli
umayyadi erano una dinastia di califfi che con capitale in Damasco aveva dominato l'Islam tra VII e
VIII secolo - con sede a Cordova.
Dopo le ondate almoravide e almohade - due sette religiose trasformatesi in poteri politici,
provenienti dall'Africa nordoccidentale e portatrici di forme pietistiche musulmane molto rigorose -,
l'Andalusia fu interessata a partire dalla battaglia di Las Navas de Tolosa dalla crescente pressione dei
re cristiani di Castiglia che progressivamente, alleati con quelli d'Aragona, conquistarono la regione
fino all'abbattimento dell'ultimo emirato, quello nasride di Granada, nel 1492.
Prima ancora della sottomissione, la conversione forzata e quindi la cacciata dei musulmani,
analogo destino era toccato alle fiorenti comunit ebraiche andaluse. Tuttavia le tradizioni sia
musulmane sia ebraiche avevano lasciato un'orma profonda nell'idioma e nelle tradizioni regionali,
mentre nel XV secolo si erano venuti insediando in Andalusia anche i veri gruppi "gitani" provenienti
a quel che sembra dal Sind, vale a dire dall'India nordoccidentale (oggi Pakistan): per quanto il nome
gitanos, il pi diffuso e comune tra quelli con i quali furono indicati, rinviasse semmai all'Egitto, da
dove del resto probabilmente erano transitati (si propone come prima data del loro ingresso in Spagna il
1447).
La possente campagna di cristianizzazione condotta dai monarchi di casa Asburgo e
l'immigrazione nel paese di contadini e di pastori provenienti dalle aree centrali e settentrionali della
penisola iberica condussero alla lenta formazione di una cultura nella quale il cattolicesimo
controriformistico s'incontrava con le molteplici tradizioni spesso d'origine musulmana, ebraica e
addirittura pagana, mentre il territorio andaluso veniva diviso tra poche decine di grandi famiglie
nobiliari fra le quali spiccava la dinastia dei duchi di Medina Sidonia.
L'Andalusia del Cinquecento fu il luogo di una contraddizione profonda: l'afflusso dei metalli
pregiati d'oltreoceano e l'attivit straordinaria della Casa de Contratacin di Siviglia determinarono la
"rivoluzione dei prezzi" e il conseguente impoverimento di una popolazione in cui - anche a causa
della continua attivit dei corsari al servizio dell'Inghilterra che dominavano le rotte atlantiche -
prevalevano la fame, la miseria diffusa e la malavita cronica. Fu, quella, l'et d'oro dei pcaros,
destinati d'altronde a segnare di s una lunga stagione letteraria.
Dopo le riforme imposte nel paese dalla nuova dinastia borbonica, che si era impadronita della
corona di Spagna nel 1713 e aveva cercato di far uscire il paese dalla profonda depressione del secolo
precedente, il paese parve avviarsi a una nuova vita a partire dall'et napoleonica e da quella segnata
dalla Costituzione di Cadice del 1812 e dall'attivit artistica di Francisco Goya.
Il Risorgimento spagnolo, caratterizzato dalla lunga guerra civile - la "guerra carlista" - fra due
rivali pretendenti al trono, coincise anche con un lungo momento di modernizzazione della regione, con
le sue industrie (dall'estrazione dei metalli alla lavorazione del tabacco) e le sue attivit portuali, alle
quali inferse tuttavia un grave colpo la guerra ispano-statunitense di Cuba del 1894-98. L'isola
caraibica era stata fino ad allora capolinea di un ricco traffico tra l'Avana e Triana, il sobborgo
marinaro alla foce del Guadalquivir posto a occidente di Siviglia.
Frattanto, era nata una coscienza regionale nutrita dai versi del poeta Blas Infante (1885-1936),
il padre poetico della patria andalusa. Essa si svilupp sia nelle borghesie di Siviglia, di Cordova e di
Granada, sia nei ceti popolari tra i quali andavano allignando i movimenti socialista e, soprattutto,
anarchico. La passionalit degli andalusi esplose difatti durante la guerra civile del 1936-39, che divise
la regione in due campi avversi.
Dopo i durissimi anni Quaranta, la regione cominci comunque a rifiorire nonostante molti
andalusi prendessero la via dell'emigrazione - peraltro soprattutto interna, verso la pi prospera
Catalogna - in cerca di lavoro. Simbolo del definitivo rinnovamento fu la vera e propria rivoluzione
urbanistico-architettonica di Siviglia in coincidenza con l'Esposizione universale del 1992. Oggi,
nonostante la crisi del 2008, i dati congiunti dello sviluppo industriale, turistico e culturale fanno
dell'Andalusia una delle pi dinamiche tra le regioni della Spagna.
Comunque, forti restano le differenze e le variet di vita tra gli otto capoluoghi di provincia:
Siviglia, per molti versi la primigenia; Cordova, la "capitale" dell'Hispania Baetica romana e del
califfato umayyade di al-Andalus; Granada, la splendida citt dell'Alhambra; Almera, terra di contrasti
fra la costa mediterranea e il deserto di Tabernas; Malaga, autentica "citt del sole"; Huelva, fiore di
palude nella quale terra e acqua sembrano incontrarsi e fondersi; Jan, un paradiso interiore dalla
discreta, segreta bellezza che bisogna sapersi conquistare; Cadice, stretta tra il mare e l'oceano. Come
affrontare tanta diversit in un modo il pi possibile coerente? Con un viaggio, senza dubbio.
Per si viaggia tanto nello spazio quanto nel tempo: e i parametri dei due tipi di viaggio non
sempre sono conciliabili tra loro. I "viaggiatori da biblioteca" non avranno forse difficolt a seguire il
filo sicuro della cronologia, perch i libri e le immagini - specie oggi, con l'aiuto della tecnologia
informatica - consentono di stabilire coerenti sequenze di eventi, di documenti, di monumenti, di
memorie. Ma chi preferisce sentirsi sotto i piedi o sotto le ruote il suolo delle citt e delle strade 
costretto invece a fare i conti con differenti nodi spaziali, artistici, monumentali, che gli propongono
chiavi di lettura di altro genere rispetto a quello dello scorrere lineare del tempo: o meglio, tempi
sovrapposti fra loro, talora mischiati, magari in reciproca contraddizione.
E allora? La storia  un misterioso labirinto: eppure da qualche parte c' sempre un'Arianna
disposta a offrirti un filo per uscirne. La storia  un intricato garbuglio: eppure non  poi cos difficile
sdipanarlo e tessere poi il filo cos ottenuto sulla trama del tempo e sull'ordito dello spazio.
Proviamoci. Partiremo da Siviglia, la capitale protetta da due Madonne: ad est, sulla riva destra del
Guadalquivir, la meravigliosa Macarena, la mujer ms guapa[2] en el mundo; a ovest, sulla riva sinistra,
il mio unico grande Amore, Nuestra Seora de la Esperanza de Triana.
Le mie personali preferenze non impediscono per che l'effigie mariana pi nota a Siviglia e
fuori di essa sia la Vergine Macarena, attribuita a una scultrice donna, La Roldana, perch - si  detto -
un uomo mai riuscirebbe a capire e quindi a rappresentare sino in fondo il dolore di una madre per la
morte di un figlio. Nel tesoro della Macarena figurano cinque preziosi fermagli di diamanti e smeraldi
donati alla Vergine da un famoso torero gitano, Joselito el Gallo, morto nell'arena nel 1920. Il
santuario della Macarena sorge in pieno barrio omonimo, gi il quartiere pi miserabile ma oggi il pi
pittoresco della citt insieme col Barrio de Santa Cruz dov' situata la chiesa gotico-barocca di Santa
Mara la Blanca. Nel santuario, sotto lo sguardo della Signora Addolorata, dorme l'eterno sonno il
generale Queipo de Llano, primo governatore dell'Andalusia conquistata dai nacionales nel 1936. Era
un terribile macellaio alcolista e un fanatico delle emissioni radiofoniche: torturava gli andalusi
pronunziando via radio interminabili orazioni-fiume. Da anni si discute di rimuovere i suoi resti da quel
sacro luogo: ma ormai, forse, sar la piet cristiana a prevalere.
Da Siviglia parte uno dei bellissimi caminos che, percorsi verso Pentecoste da un numero
straordinario di carretas tirate da cavalli o da muli - e ormai, ohim, anche da auto -, conduce al
pueblo blanco del Roco, il miracoloso santuario che sorge alla foce del Guadalquivir ed  prediletto
dai gitanos.
Al Roco, per, bisogna arrivarci. Come a Siviglia sotto la Giralda, o a Granada dinanzi
all'Albaicn, o a Cordova nella piazzetta del Cristo de los Faroles. L,  facile l'istantanea mirifica
visione dopo la quale tutto sembra chiaro da sempre. Ma prima? Anche noi, come ci ha insegnato Mos
di Cordova, abbiamo bisogno di una "Guida per i disorientati". E la prima guida che ci si offre 
sempre lei, vecchia e incerta, magari anche noiosa e pedante: ma non possiamo farne a meno. Un po' di
storia.
[1]  In tedesco, "popoli cavalieri".
[2]  Guapo  termine gergale, se non volgare, che significa "bello" in senso fisico, non senza
una certa connotazione sessuale, e al tempo stesso anche "bullo" (un termine affine allo spagnolo
bravo, passato al "falso amico" italiano come ben sanno i lettori del Manzoni). Guapa  un
complimento provocatorio che si fa a una donna o a una ragazza ma che  giudicato sconveniente. I
sivigliani salutano l'effigie della Vergine Macarena quando esce sostenuta a braccia dal suo santuario e
sfila per le vie cittadine la notte del Venerd Santo, con l'acclamazione "Guapa! Guapa! Guapa!". Le
autorit ecclesiali hanno pi volte protestato contro quest'uso popolare, ma invano.
Capitolo primo
Tra la Sierra Morena, il mare e l'oceano
Iberi, fenici, greci, cartaginesi, romani
Dove si trovava la mitica Tartessos, i vascelli della quale secondo Erodoto avevano incrociato
talora quelli dei greci? Era ed  identificabile con la Tarsis o Tarshish della quale parla l'Antico
Testamento evocandone i tesori?[1] E appartiene davvero a quell'antico mondo che molti si ostinano a
collocare alla foce del Guadalquivir, con il tesoro ritrovato nella palude di Doana e oggi esposto nel
Museo archeologico di Siviglia?
Il territorio corrispondente all'Andalusia odierna sembra essere stato popolato a partire da circa
un milione e mezzo di anni or sono, vale a dire dal Pleistocene inferiore; ma gi verso il 1000 a.C. ci
troviamo dinanzi a societ complesse di coltivatori e a forme di lavoro molto gerarchizzate. La
tecnologia metallurgica si svilupp abbastanza per tempo rispetto ad altre culture coeve anche data
l'abbondanza dei metalli che vi si trovavano: oro, argento, rame, ferro.
Resta misteriosa l'origine dell'omonimia, stabilita dagli antichi greci, tra la parola che indicava
tanto l'area costiera atlantico-mediterranea compresa tra Guadalquivir e Rodano - e dai poeti detta
anche Esperia, la terra dei giardini di Atlante dei pomi meravigliosi - quanto quella caucasica che i
bizantini chiamavano Georgia. Gli antichi iberes, o iberi, erano a quanto sembra gli antenati degli
odierni baschi: la loro lingua permane ancor oggi d'origine sconosciuta e non imparentata ad alcun
altro idioma fra quelli parlati al mondo. Tuttavia, un indizio che condurrebbe a non scartare l'ipotesi di
un rapporto tra gli antichi abitatori della pi sudoccidentale tra le penisole europee e quelli delle
lontane plaghe caucasiche sta nelle sorprendenti convergenze tra il basco e il georgiano attuali[2]. In
questo caso le affinit linguistiche sarebbero l'esito di millenni di migrazioni calate su un precedente
ampio tessuto insediativo preindoeuropeo (si continua a discutere se "camitico", cio africano, oppure
appunto caucasico, o lato sensu mediterraneo): nuove genti, interponendosi in secoli relativamente
recenti nelle aree centrali d'Europa, avrebbero isolato popoli d'idioma originariamente affine
cancellandone la memoria nel mezzo del continente ma consentendone la permanenza ai margini
orientali e occidentali. Gli iberi, originariamente insediati tra et del bronzo ed et del ferro nella valle
del fiume che da loro desume ancor oggi il nome, l'Ebro, e nel "Levante" (le province di Murcia e di
Alicante), erano contigui alla zona di Tartessos, sita pi a sud-ovest: e fu da quella ch'essi desunsero
precoci contatti con i fenici i quali fino dal 1100 ca. a.C. avevano fondato la colonia di Gadir (Cadice)
e che dalle coste iberiche, come da quelle libanesi, traevano i murici necessari a ottenere la pregiata
tinta di porpora, mentre celebri erano altres le saline di Almera. Pi tardi, in contatto anche con i
punici e i greci che punteggiavano le coste con le loro colonie, gli iberi s'incontrarono verso il VII
secolo a.C. con i celti che, nel corso della loro grande espansione, erano giunti a ovest fino alla Meseta
occidentale e all'Aragona odierne: qui si era stabilita la facies culturale propriamente detta appunto
"celtibera", esito di un antico processo acculturativo.
Ricchissima l'economia ibera: all'allevamento e alla pesca, largamente praticati da secoli, si
erano aggiunti grazie ai greci anche la coltivazione di cereali, vite e olivo. Ma la leggendaria opulenza
ch'era gi propria di Tartessos - e che per gli iberi  documentata da impressionanti pezzi unici, come
la favolosa piastra aurea (sec. VI) del tesoro di El Carambolo ora al Museo archeologico di Siviglia -
veniva alimentata dalle miniere d'oro, d'argento e di rame; lo stagno, non autoctono, trovava in Iberia
il suo centro privilegiato di scambio in quanto proveniva da Britannia, Galizia e Cornovaglia. Stagno e
rame, fusi insieme, determinarono la floridezza dell'et che dal nome della lega da essi risultante fu
detta, appunto, "del bronzo". Furono forse i fenici, forse i cartaginesi a chiamare Hispalis ("terreno in
pianura") quella citt ch'era gi preesistente, ma che fu da loro conquistata fra VI e V secolo a.C.
Attorno al terzo-quarto decennio del III secolo a.C. gli iberi entrarono progressivamente
nell'area della supremazia coloniale cartaginese: ma, con la seconda guerra punica, i romani fecero a
loro volta ingresso nella loro terra, che assoggettarono dopo un'ottantina d'anni di guerriglie e di
ribellioni nel 133 a.C., con la caduta di Numanzia. Polibio ci ha tramandato come dalla conquista da
parte di Publio Cornelio Scipione (che sarebbe poi stato detto "l'Africano") di Carthago Nova (oggi
Cartagena) con i suoi celebri depositi di armi, nel 209, facesse trionfale ingresso nell'armamento
legionario romano il "gladio ispanico", piccola spada a doppio taglio, lama molto larga e punta
triangolare affilatissima da entrambi i lati: un'arma pensata per colpire "di punta", manovrando nello
strettissimo spazio del compatto quadrato legionario. La metallurgia celtibera fu la regina delle guerre
puniche[3].
L'Andalusia era stata un teatro militare di primaria importanza: nel 206 a.C. la battaglia di Ilipa
(Alcal del Ro), poco a nord di Siviglia, aveva determinato la fine dell'egemonia cartaginese sulla
penisola; nel 205 cadde altres Cadice e a quanto pare fu Scipione stesso a fondare Itlica presso
l'attuale Siviglia, alla quale Cesare avrebbe attribuito il nome di Iulia Romula ("piccola Roma della
gens Iulia"). Altre citt di insediamento romano furono Corduba (Cordova), Carmona, Malaga,
collegate da un'efficiente rete viaria.
La riorganizzazione augustea del territorio iberico soggetto a Roma vide la distinzione tra
Hispania Citerior (a oriente) e Hispania Ulterior (a occidente), e l'inquadramento in tre province: due
senatoriali, la Lusitania e la Tarraconensis, e una imperiale, che dal fiume che l'attraversava (il Baetis,
poi Guadalquivir) assunse il nome di Baetica. Essa dette a Roma alcuni figli illustri, come Seneca e suo
nipote Lucano, entrambi di Corduba, e addirittura due imperatori, Traiano e Adriano. A Roma erano
giustamente celebri le miniere del distretto dell'odierna Ro Tinto presso Huelva e il garum, la tanto
nota quanto inquietante salsa a base di pesce fermentato, che si preparava a Baelo Claudia presso
Tarifa. Ma al Caput mundi giungevano abbondanti anche i carichi di vino e d'olio d'oliva provenienti
dalla Baetica, com' dimostrato dai cocci di migliaia di anfore olearie e vinarie originarie di quella
regione rinvenuti nel celebre deposito del Testaccio, presso Porta San Paolo.
La prosperit dell'Iberia romana divenne tuttavia rapidamente un ricordo con la crisi gi avviata
nel corso del IV secolo: gli imperatori della pars Occidentis, preoccupati per la piega che le cose
avevano assunto nella penisola italica a causa del flusso migratorio soprattutto dei visigoti, permisero
ad alcuni gruppi minori di trib germaniche di spostarsi lungo la Provincia (poi Provenza-Linguadoca)
e di approdare nella penisola iberica. Gli svevi s'insediarono cos in Galizia, gli alani in Portogallo e
nel Murciano, mentre i vandali presero dimora nella Baetica prima di passare in Africa.
Intanto il cristianesimo impiantava in territorio iberico le sue sempre pi profonde radici: l, a
Iliberis (poi Elvira) presso Granada, si celebr il primo concilio provinciale. E nel IV secolo la Baetica
forn alla Chiesa uno dei suoi pi prestigiosi padri, il cordovano Osio che tanto peso ebbe nelle vicende
dell'impero costantiniano.
Tra visigoti e arabo-berberi
Tra Iberia e Gallia, un grande regno romano-barbarico venne fondato nel V secolo dai visigoti
dopo la loro sosta in Italia. La fratellanza etno-culturale fra loro e gli ostrogoti, entrambi cristiani di
confessione ariana, fece balenare a pi riprese - e soprattutto al tempo in cui sulla penisola italica
regnava Teodorico - la concezione di una sorta d'impero goto-romano che avrebbe avuto una sua
embrionale autocoscienza: si parl, specie con Ataulfo, di una Gothia parallela e complementare alla
Romanitas quando non addirittura sua concorrente. I re visigoti, insediati con la loro corte nella citt di
Tolosa, furono legislatori molto attenti e sensibili: a Eurico (466-484), che aveva conquistato gran parte
della penisola iberica, si deve il pi antico codice di leggi germaniche, il Codex Euricianus (470 ca.);
ad Alarico II la Lex Romana Visigothorum o Breviarium Alaricianum (506), compendio di diritto
romano teodosiano. Ma ai primi del VI secolo i visigoti, il cui regno aveva finito per controllare quasi
tutta la Gallia occidentale a ovest e a sud della Loira, furono sconfitti militarmente dai franchi di
Clodoveo con la battaglia di Vouill presso Poitiers, nel 507, e costretti a ritirarsi al di l dei Pirenei: fu
proprio il saggio legislatore Alarico a dover gustare l'amaro sapore della sconfitta.
Da allora, essi organizzarono nella penisola iberica - nonostante la loro inferiorit numerica
rispetto alla popolazione autoctona - un regno dotato di leggi scritte di chiara influenza romana e
svilupparono una ricca cultura irradiante soprattutto dalla nuova capitale Toledo, semiomonima di
Tolosa e scelta da re Leovigildo (568-586), che aveva allargato il dominio visigoto sulla penisola
iberica conquistando nel 575 anche il piccolo regno svevo a settentrione dei suoi territori. Nell'intento
di normalizzare la vita religiosa dei suoi sudditi d'origine tanto germanica quanto ibero-romana, egli
cerc d'imporre l'arianesimo ch'era gi stato scelto circa un secolo prima dall'ostrogoto Teodorico in
Italia.
Eppure, a questo popolo germanico dalle buone leggi, dai sapienti amanuensi e dagli orafi
raffinati manc la fortuna. Il pur scricchiolante governo della pars Occidentis dell'impero era riuscito a
sloggiarli dalla penisola italica; i franchi lo avevano sospinto oltre i Pirenei; pochi decenni pi tardi -
fra 551 e 554 - Giustiniano, che nell'intento di ricostituire l'unit della compagine imperiale
circummediterranea stava concludendo in Italia la guerra contro gli ostrogoti, promosse anche la
riconquista di parte della penisola iberica. Tuttavia le forze militari romane, in effetti insediatesi nel
sud-est del paese, ne furono cacciate da Leovigildo.
La cultura visigota, molto viva, fu caratterizzata da personaggi come uno dei pi grandi
intellettuali dell'Alto Medioevo, Isidoro vescovo di Siviglia (560 ca.-636), autore di un trattato, le
Ethymologiae, fondamentale nella cultura dell'intero Medioevo. I visigoti abbandonarono la loro
originaria confessione ariana alla fine del VI secolo, quando re Recaredo (586-601) stabil di seguire
l'esempio dei suoi turbolenti vicini franchi accettando - un buon secolo tuttavia dopo di loro - le
proposizioni teologiche e l'inquadramento disciplinare sostenuti dal vescovo di Roma. Nel 654 circa re
Recesvindo (649-672), il terzo e ultimo - dopo Eurico e Alarico II - dei grandi legislatori visigoti,
promulg un codice unico di leggi comune ai visigoti e ai latini, la Lex Visigothorum, compiendo una
scelta che in Italia i longobardi avevano gi attuata con l'editto di Rotari.
Tuttavia, dalla met del VII secolo, l'equilibrio mediterraneo in qualche misura ristabilito da
Giustiniano - e mantenuto nonostante la crisi climatica, demografica e socioeconomica di quei
durissimi tempi - venne sconvolto dall'inatteso irrompere di una forza nuova che si manifest
provenendo dal meridione.
I visigoti di Spagna si erano preoccupati abbastanza presto dinanzi alle notizie dell'avanzata
araba lungo le coste dell'Africa settentrionale. Gi nel concilio di Toledo del 694 il re Egica aveva
lanciato l'allarme. Si andava anche spargendo la voce che gli ebrei, esasperati a causa delle misure
vessatorie assunte nei loro confronti, si apprestassero a dar man forte ai "nuovi barbari" che stavano
avanzando dall'Oriente; pi tardi esplose la guerra civile tra Achila e Roderico per la successione
all'ultimo re di Toledo, Witiza. Sembra che Achila, figlio di Witiza e quindi pretendente legittimo - il
quale, avuta la peggio, si era rifugiato oltre le Colonne d'Ercole, nell'Africa nordoccidentale -, si
rivolgesse per aiuto ai mauri (cos chiamati in quanto insediati nell'antica Mauretania, cio nel
Maghreb), vale a dire tanto agli arabi e arabo-siriani conquistatori quanto ai berberi arabizzati e
islamizzati che vivevano con loro: quelli che da allora per sempre sarebbero stati i feroci e affascinanti
nemici-compagni degli spagnoli cristiani, los moros. A causa della pigmentazione scura della loro
epidermide l'aggettivo sostantivato moro da etnonimo acquist, nel sentire comune, il significato di un
cromonimo. Da "abitante della Mauritania", il moro divenne "colui che ha capelli e pelle bruni,
tendenti al nero". Ci ha reso necessaria una sorta di sdoppiamento: quando si vuol indicare chi  bruno
di epidermide o di chioma senza per questo alludere all'Africa (o all'Islam), in spagnolo si usa il
termine moreno/-a.
Ma era terra ricca di miti e di fascino, l'Estremo Occidente afroeuropeo, gi fino dall'antichit
pi remota. Secondo il mito greco il semidio Ercole, affrontando le sue dodici fatiche, fu costretto ad
addentrarsi sempre pi verso la terra occidentale sconosciuta, che almeno fino al VII secolo a.C. era
considerata il limite ultimo della terra. Giunto alla sua impresa finale egli affront un cane bicefalo,
un'idra e il mostruoso Gerione dai tre toraci, sei braccia e tre teste, la cui mandria di buoi egli dovette
poi recare a Micene. Tutto ci avvenne in un'isola, Erithia, che a detta di Erodoto si trovava in un
arcipelago poi scomparso nella baia di Cadice. In tale occasione il figlio di Zeus e di Alcmena separ
l'Africa dall'Europa, fino ad allora legate dal sottile cordone ombelicale di un istmo, e a ricordo di
quanto meravigliosamente aveva osato eresse all'ingresso dello stretto cos creato due colonne: quella
di Calpe a nord, un picco roccioso di 426 metri, e quella di Abila a sud, corrispondente agli 851 metri
del monte Musa su quella che oggi  la costa marocchina. Per tale motivo Ercole campeggia ancora
nell'emblema dell'Andalusia, della quale  considerato il mitico fondatore. Vero  che pi tardi i greci
preferirono identificare le due colonne del mito, pi modestamente, nei due pilastri alti circa 8 metri
che fiancheggiavano l'ingresso del tempio dedicato dai fenici al loro dio Melkart a Cadice. Erano le
colonne del non plus ultra, che tuttavia molti secoli dopo i Re cattolici avrebbero modificato in plus
ultra ponendole ai lati della loro arme araldica, l'aquila simbolo dell'evangelista Giovanni caricata
dello scudo che univa le insegne di Castiglia, del Len, delle Asturie e d'Aragona, accompagnandole
"in punta"[4] alla melagrana simbolo dell'ultimo regno moro. Da allora, le due colonne sono sempre
rimaste nell'araldica pubblica spagnola; ma esse compaiono anche nelle armi regionali di Andalusia e
di Estremadura nonch in quelle cittadine di Cadice, di San Ferdinando e di Melilla; e sono presenti
anche al di l dell'oceano, negli stemmi della citt di Veracruz e di Tabasco in Messico, di Trujillo in
Per, di Potos in Bolivia, di San Diego in California.
Chiss se tra gli arabi e i berberi che verso la fine del luglio 711 passarono con una grossa flotta
lo stretto braccio di mare che separa l'Africa dall'Europa c'era qualcuno che conosceva la leggenda di
Ercole. Non  impossibile: la dinastia umayyade di Damasco aveva ereditato e assimilato
profondamente la cultura greco-siriaca delle terre conquistate a nord dell'Arabia, aveva assunto il
cerimoniale e gli usi sociali bizantini - a cominciare dalle terme, divenute hammam -, si era perfino
lasciata tentare dalla scultura che raffigurava esseri umani. Comunque, gli arabi non accolsero come
toponimo l'espressione pagana "Colonne d'Ercole": e dal nome - come si  detto - di colui che li
guidava, il berbero Tariq ibn Ziyad governatore di Tangeri, chiamarono jabal al-Tariq ("monte di
Tariq") il capo Calpe, dando cos origine al nome di Gibilterra.
Le navi saracene approdarono nella baia di Algeciras che gi l'anno prima era stata razziata. Le
forze arabo-berbere ascendevano forse a 10.000 uomini circa. Sconfitte le truppe del re visigoto
Roderico sul Ro Guadalete, presso Jerez de la Frontera sulla via tra Algeciras e Cadice, gli assalitori
puntarono senza indugio su Siviglia della quale fecero per breve tempo la loro capitale. Dopo un ultimo
tentativo di resistenza gota a Mrida i musulmani si trovarono la strada sgombra fino al corso dell'Ebro
e alle montagne asturiane: e stabilirono naturalmente il centro del loro emirato nella capitale romana
della Baetica, la bella Cordova, dove la chiesa visigota di San Vincenzo fu trasformata in moschea; nel
713 s'impadronirono poi di Toledo. L'Aragona fu conquistata l'anno successivo; entro il 720 anche la
Catalogna e la Settimania, dunque a quel punto tutti i territori della monarchia visigota a sud e a nord
dei Pirenei erano in potere dei musulmani.
I nuovi arrivati avevano sconfitto agevolmente la compagine avversaria, forse pi forte, minata
per dall'incertezza e dalla discordia. La loro conquista di parte della penisola era stata rapidissima e si
era svolta praticamente senza resistenza, quindi con ben poca violenza: d'altronde, il fatto che il diritto
musulmano permettesse a cristiani ed ebrei - ahl al-Kitab, "genti del Libro", monoteisti e partecipi
della Rivelazione divina - di mantenere privatamente i loro culti e le loro tradizioni come dhimmi,
"soggetti-protetti", aveva pi facilmente indotto i conquistati ad accettare gli eventi.
I nuovi padroni si erano incontrati con una situazione sociale tanto complessa quanto fragile: un
regime formalmente subordinato all'impero romano d'Oriente (cio a Bisanzio) ma in realt in piena
crisi; le aristocrazie d'origine gota e sveva in lotta tra loro; la compagine religioso-culturale minata dal
contrasto fra cristiani fedeli al credo niceno-efesino-calcedoniano e cristiani di fede ariana oppure
adepti di varie eresie. In queste condizioni e con queste premesse, i nuovi arrivati furono spesso accolti
- come in molte altre aree del Mediterraneo - alla stregua di liberatori e i casi di conversione all'Islam,
in maggioranza presumibilmente spontanea, dilagarono. Certo, si trattava di scelte favorite dalla voglia,
antica quanto il mondo, di saltare sul carro del vincitore: sembra tuttavia certo ch'esse non furono in
generale frutto di costrizione o d'intimidazione e che su di esse molto semmai pes la condizione di
diffusa ignoranza e di corruzione della Chiesa visigota.
D'altronde, una volta passati in Europa, i nuovi arrivati sapevano di addentrarsi in una terra
ch'era stata da oltre due secoli insediata da una popolazione che a sua volta, sull'onda delle migrazioni
(le Vlkerwanderungen), si era spostata attraverso Gallia meridionale e penisola iberica passando lo
stretto e dilagando nell'Africa nordoccidentale abitata dai berberi? Tale popolazione era comunque (noi
ne abbiamo la certezza) quella germanica dei vandali, che aveva a lungo sostato nel meridione di quella
che oggi chiamiamo Spagna. L'area iberica da loro per qualche tempo insediata, e corrispondente alla
Baetica, aveva desunto sempre da loro - per quanto riguardo a ci i pareri siano controversi - il nome
di Vandalicia, da cui come gi detto al-Andalus, poi allargato a tutta quella parte della penisola iberica
nella quale si affermarono la colonizzazione araba e la dominazione musulmana. Se davvero gli
arabo-berberi avevano potuto denominare in tal modo la terra a nord dello stretto, ci presuppone che
avessero imparato la parola dalla memoria di quel che restava dei vandali insediati nel nord-ovest
africano e ormai soggetti ai visigoti o con essi confusi, ma non dimentichi delle loro origines e delle
loro peripezie e custodi probabili di memorie oralmente tramandate.
Che l'Andalusia appartenga all'Europa, nessuno sotto il profilo geografico pu metterlo in
dubbio: tuttavia le vicende storiche della regione sono state a lungo legate all'Africa settentrionale.
Dopo che Siria e Palestina erano state conquistate dagli arabi tra 633 e 640 e l'Egitto tra 639 e 646, i
marinai siriaci ed egiziani avevano abbracciato la nuova fede islamica o si erano comunque messi
presumibilmente non senza soddisfazione - loro, cristiani in maggioranza monofisiti e quindi
perseguitati e discriminati dall'amministrazione imperiale bizantina - al servizio dei seguaci del
Profeta. Nel 649 l'allora governatore di Siria Muhawiya - pi tardi califfo e fondatore della dinastia
umayyade - attacc Cipro; nel 652 si verific gi qualche modesta scorreria in Sicilia, isola
appartenente ancora all'area dominata da Bisanzio; tre anni dopo, una grande battaglia navale non
lontano dalle coste della Licia segnava la crisi della talassocrazia romano-orientale. Vi fu sconfitto lo
stesso basileus Costante II, ch'era pur a capo d'una flotta di 500 navi. L'antica provincia romana
d'Africa, che gli arabi chiamavano Ifriqiya (comprendente la Tripolitania, la Tunisia e l'Algeria
attuali), era stata invasa dai musulmani nel 647: ma solo dal 663 la resistenza bizantina e soprattutto
berbera cominci a cedere.
Gli arabi distinsero, nell'area che stavano conquistando, tre componenti etnosociali: i rum, un
termine che per loro indicava principalmente i bizantini (dal greco romioi) ma che sul litorale africano
a nord della Sirte non poteva qualificare se non genti d'origine o comunque di lingua latina; gli afriki,
autoctoni ormai cristianizzati; e infine i berber, dal latino barbarus, appunto i "berberi" ch'erano
rimasti fuori dalla civilt romana e che dopo una lunga resistenza erano stati cristianizzati solo in parte
e in data recente. Essi finirono con l'accettare l'Islam, anzi con l'arricchirlo di severe e rigorose
interpretazioni, senza tuttavia mai assimilarsi agli estranei che avevano trasmesso loro tale religione.
Comunque, tanto gli arabi quanto i berberi erano refrattari alla vita di mare: ma l'apporto di siriani e di
egiziani gi associati fin da met secolo alla compagine dei fedeli del Profeta consent comunque presto
ai musulmani d'Ifriqiya di egemonizzare il Mediterraneo disponendo di marinai, di pescatori e di
cantieristi di eccellente esperienza.
Gi dal 665 i musulmani usavano quindi la base navale di Jalula, strappata ai bizantini; nel 670
fu fondata la citt di Qayrawan, che assunse il nome dal termine che in arabo indica il "campo
militare"; dall'anno 700 un efficiente porto musulmano fu organizzato a Tunisi, dove si trasfer un
centinaio di famiglie egiziane esperte nell'arte delle costruzioni navali; entro circa un lustro l'intera
Africa settentrionale sino a quello che gli arabi indicavano come "il lontano Occidente" (al-Maghreb
al-Aqsa), il Marocco, era nelle mani dei conquistatori. Da l, come si  visto, passarono nella penisola
iberica.
 stato facilmente ipotizzato che anche in Spagna e in Settimania[5], com'era accaduto in gran
parte delle regioni ex bizantine conquistate dai musulmani, i nuovi arrivati sarebbero stati tutt'altro che
malvisti da una parte - se non dell'aristocrazia - quanto meno della popolazione e la loro prospettata
supremazia preferita, in quanto considerata ben meno pesante e vessatoria, a quella dei dispotici
principi cristiani.
Ma la conquista saracena della penisola iberica non era completa; fra le asperit dei Pirenei e
dei Cantabrici sopravvivevano alcuni focolai di resistenza cristiana. Il goto Pelagio organizz nelle
Asturie, nel 720, un principato indipendente che una ventina d'anni dopo si sarebbe trasformato in
regno e avrebbe posto la sua capitale in una nuova citt, Oviedo, fondata nel 760.
 consuetudine un po' usurata ma non proprio desueta, presso gli occidentali, stabilire un fermo
confine all'espansione musulmana in Europa con la battaglia di Poitiers del 732 o del 733 (la data
dell'episodio militare  controversa). Quanto c' di vero in tutto ci?
A proposito di quell'epocale scontro alcuni moderni dilettanti, sulla scorta del settecentesco
Edward Gibbon, continuano a vaneggiare di 10.000 caduti arabi. In realt la celebrata battaglia dovette
essere poco pi di una scaramuccia, il mito della quale fu ingigantito nel XVIII secolo per dare una
base tradizionale "continuista" a quello della crociata antimusulmana che ormai si era tradotto da secoli
nella Weltanschauung delle guerre europee contro i turchi. Nel 732-33 nemmeno le pi grandi citt
occidentali contavano ancora 10.000 persone (una cifra immensa, se si calcola che attorno all'anno
Mille, quando l'incremento demografico cominci a farsi vorticoso, l'Europa poteva ospitare al
massimo una quarantina di milioni di abitanti). La battaglia di Poitiers serv tanto poco a "fermare
l'avanzata araba" - contrariamente a quanto alcuni mass media sono tornati con leggerezza ad
affermare -, che nei decenni successivi i musulmani s'impadronirono di buona parte della Linguadoca.
Il raid guidato dall'emiro Abd al-Rahman nel 732-33 doveva avere uno scopo preciso e ambizioso ma
tuttavia circoscritto: puntare su Tours per razziarvi il ricco santuario del prestigioso patrono della gente
franca, san Martino. Il merito senza dubbio notevole di Carlo Martello, magister palatii del re
merovingio, consist nell'aver impedito un saccheggio e magari una strage, non certo per nell'aver
salvato l'intero regno dei franchi - e magari l'intera Europa cristiana - da un'invasione che avrebbe
potuto sottometterlo.
 noto che la cultura di al-Andalus fu una delle pi fiorenti del dar al-Islam[6], specie a partire
dal X secolo, cio dai tempi del califfato di Cordova. La successiva crisi e la frammentazione della
compagine musulmana in vari emirati, spesso in guerra tra loro, coincisero con la ripresa demografica e
socioeconomica dell'Europa occidentale prima, con la straordinaria forza propulsiva della Chiesa
riorganizzata dai riformatori dell'XI secolo poi. Il movimento che si  convenuto - non senza
polemiche - di definire Reconquista[7], gi avviato nel corso del X secolo dai regni del settentrione
iberico, rimasti cristiani, si rafforz nei secoli XI-XIII grazie alla fondazione delle due monarchie
castigliana e aragonese e al collegamento con il movimento crociato, all'indomani del quale anche
nella penisola iberica si fondarono caratteristici Ordini religioso-militari. Durante la graduale
riconquista della penisola, tra XI e XV secolo, le fasi di guerra si alternarono comunque a lunghi
periodi di pace. Tanto nei regni cristiani quanto negli emirati musulmani, invece, si stabiliva un clima
di relativa distensione e di ordinariamente buona convivenza tra comunit cristiane, musulmane ed
ebraiche, le quali vivevano tra loro in spirito di serena collaborazione, per quanto su tutto ci alcuni
scrittori abbiano talora esagerato, costruendo al riguardo una specie di "mito dell'et dell'oro". Del
resto, anche le guerre della Reconquista non parlano solo il linguaggio dell'affrontamento militare. Tra
i "combattenti di frontiera", i border fighters, sia tra i cavalieri cristiani che tra i ghazi musulmani,
c'erano figure di mediazione: magari eroi nati dall'unione tra esponenti delle due "avverse" culture e
legati quindi ad entrambe, come accade nel poema Digenis Akrites che illustra un'analoga situazione in
Anatolia, nella quale si affrontavano bizantini e musulmani. Rodrigo Daz de Bivar, il Cid Campeador,
 uno di questi eroi-mediatori; e non era raro nella Spagna della Reconquista assistere a scontri di leghe
miste cristiano-musulmane in lotta tra loro. Nulla sarebbe pi errato che leggere crociate e guerre
iberiche medievali come "guerre di religione".
Gli umayyadi a Cordova
Intanto, a Oriente, alcuni eventi provocavano ripercussioni che, nel giro di poco tempo,
avrebbero coinvolto anche la regione andalusa. Gli sciiti e i kharigiti creavano difficolt al califfato
umayyade, ormai trasformatosi in una sorta d'impero ereditario. Era inoltre nato un forte contrasto fra
quella dinastia e una potente famiglia, quella degli abbasidi, che aveva il centro del proprio potere in
una zona marginale rispetto ai gangli del potere umayyade: il Khorasan. In quest'area i locali
islamizzati e gli invasori arabi avevano trovato un punto in comune nell'odio verso la politica fiscale
dei califfi siriani. Inoltre la nascente dinastia e il suo leader Abu Muslim attrassero le simpatie degli
sciiti conducendo una campagna di propaganda in nome dei discendenti della famiglia del Profeta. Ma
nel 749, quando l'ultimo califfo umayyade usc sconfitto e il califfato damasceno rovesciato, il primo
vicario del Profeta appartenente alla nuova dinastia non venne scelto nella linea ereditaria di Ali cara
agli sciiti, ma in quella degli abbasidi nella persona di Abul Abbas detto al-Saffah ("il Sanguinario",
nel senso di colui che compie sacrifici), che discendevano da uno zio di Muhammad. Tuttavia, al pari
degli sciiti, gli abbasidi basavano il proprio potere sull'idea di una discendenza che si appoggiasse sulla
volont divina, nella quale il califfo era vicario di Dio in terra. Gli epiteti scelti dai califfi (al-Mansur,
"il Vittorioso"; al-Mahdi, "l'Atteso", al-Hadi, "il Ben guidato") si richiamavano esplicitamente a
quelli assunti dagli imam sciiti.
Rispetto al passato, gli abbasidi basavano il nuovo califfato nella loro area di riferimento e in
una nuova citt appositamente fondata nel 762 dal califfo al-Mansur (754-775), Baghdad, sul fiume
Tigri. Il luogo da essi scelto per la capitale indicava che ormai il baricentro della nuova dinastia non
sarebbe stato pi nell'area mediterranea e prossima a Costantinopoli, bens in quella
mesopotamico-persiana: era in ci sottinteso un programma di asiatizzazione del califfato, dopo che i
califfi di Damasco avevano seguito per un secolo il modello bizantino.
Lo spostamento a Oriente del potere centrale islamico condusse a un progressivo indebolimento
dell'influenza sulla compagine occidentale del Mediterraneo. Un membro della famiglia di Ali, Idris,
sfuggito alla repressione umayyade, trov rifugio nelle regioni dell'attuale Marocco. Qui fra 788 e 791
egli avvi un'opera di unificazione delle trib berbere, certo favorito dalla sua posizione di discendente
del cugino e genero del Profeta ma senza tuttavia che le popolazioni locali aderissero esplicitamente
alla shiia: esse lo elessero comunque quale loro imam. La logica che guidava l'ascesa della dinastia da
lui fondata, e dal suo nome detta degli idrisidi, era la stessa che aveva favorito gli abbasidi nella loro
scalata al potere: la volont delle popolazioni islamizzate (per gli abbasidi le genti del Khorasan, in
Marocco i berberi) di sottrarsi alla leadership araba e di attivare invece governi locali. Ci conferma
altres che la diffusione dell'Islam pass attraverso la conversione ancor pi che per la conquista
militare araba.
La regione marocchina aveva i suoi punti di forza nelle citt romane, ancora attive sotto il
profilo commerciale, come Tangeri e Volubilis. Ma Idris e suo figlio - Idris II, nato postumo
dall'unione con una concubina berbera, Khenza - diedero vita a una nuova, importante fondazione: la
citt di Fez, che sarebbe diventata la capitale dell'emirato e punto di riferimento per l'intera area,
attirando abitanti e frequentatori dall'Ifriqiya e dall'Andalusia. I tentativi della dinastia di espandersi
verso est e verso sud si scontrarono per con la resistenza di nuove compagini politico-istituzionali che
si andavano formando contemporaneamente. Tuttavia gi i testimoni coevi hanno lasciato memoria
della floridit dell'emirato idriside, sebbene con la morte di Idris II (829) e la successione di suo nipote
Muhammad (829-836) l'emiro scelse (forse consigliato da Khenza) di tenere per s la sola regione di
Fez e di suddividere tra i suoi sette fratelli il restante territorio. Il potere della dinastia idriside in
Marocco si protrasse fino al 922, quando nuove realt di governo (legate alla dinastia fatimide, della
quale diremo) s'imposero nella regione.
Questa situazione creava un legame che sarebbe rimasto solido tra Africa settentrionale e
Spagna, passando dalla regione andalusa. L, a met dell'VIII secolo, un membro della famiglia
califfale umayyade era riuscito a raggiungere la penisola iberica e a fondarvi a Cordova un emirato
(dall'arabo amir, "principe") che seppe gradualmente imporre la sua egemonia. Ma per la verit il
legame di subordinazione tra i califfi umayyadi di Damasco e gli emiri cordovani, con essi imparentati
seppur alla lontana, era sempre stato alquanto fievole e formale.
Nel corso del X secolo l'emiro Abd al-Rahman III (912-961), che aveva guidato la dinastia
neo-umayyade di Cordova al massimo splendore e che nel 929 si era arrogato la dignit califfale, era
riuscito a estendere il suo potere anche su una parte del Maghreb occidentale. Cordova si era affermata
quale polo principale nella penisola iberica dei primi decenni del X secolo. Guidata da Abd al-Rahman
e dai suoi successori, la dinastia umayyade portava avanti una precisa politica di espansione verso il
settentrione della penisola iberica e verso il Nordafrica, con le campagne in Marocco e in Algeria
occidentale il controllo dei cui territori aveva strappato ai fatimidi d'Egitto. In poco tempo il califfato
aveva inglobato Melilla e Ceuta inserendole nel sistema portuale andaluso, esteso lungo la costa
mediterranea nordoccidentale fino a Tortosa. La stessa Almera, fondata nel 955, circa mezzo secolo
pi tardi era una delle dieci pi importanti citt andaluse: si trattava del grande porto vera e propria
base militare della flotta del califfo e punto di partenza per le numerose spedizioni che da l si
sarebbero condotte nel Mediterraneo occidentale e sulle stesse coste nordafricane. La capitale trov in
Almera il suo sbocco al mare: la convergenza d'interessi politici, militari ed economici ne fece un
centro commerciale di primo piano nella rete dei traffici iberici e internazionali. La penisola si
presentava allora con le sue dinamiche comunit urbane in espansione alla ricerca di intense relazioni
commerciali marittime con i paesi sotto il controllo musulmano, dalla Sicilia al Nordafrica, includendo
in questa ampia circolazione anche il mondo occidentale che diventava cos partecipe degli apprezzati
prodotti d'Oriente.
Le citt della penisola iberica, cristiane e musulmane, intrattennero intorno al Mille rapporti
diversi con il mare. Da Barcellona a Siviglia fino ai centri urbani atlantici esse svolsero ruoli diversi nel
contesto del risveglio del commercio occidentale. La coesistenza dei due mondi cristiano-latino e
musulmano con la loro progressiva integrazione avrebbe recato notevoli contributi nella trasformazione
del commercio e nel progresso socioculturale dell'intero bacino del Mediterraneo.
Nel 948 un viaggiatore arabo proveniente dalla Mesopotamia, Ibn Hawqal, visit la Spagna;
una ventina d'anni pi tardi egli affid i suoi ricordi a un libro, la Descrizione del mondo. Il titolo di
esso sembra forse un po' ambizioso: ma le sue pagine, vive ancora oggi, ci consentono di seguire e
d'immaginare la vita nelle magnifiche citt andaluse intorno al Mille. Quel che impression in primo
luogo Ibn Hawqal fu la prosperit delle terre in gran parte coltivate e fertili per l'abbondanza d'acqua,
la densa popolazione e i grandi centri urbani governati saggiamente e correttamente. Le varie forme di
tassazione, ch'egli giudicava nel complesso piuttosto miti, erano per lui il segno della buona situazione
economica del paese. Acutamente egli individu come elemento decisivo di questo benessere la grande
circolazione di monete d'oro e d'argento battute nelle zecche locali. Non gli sfugg l'abbondanza di
prodotti di lusso: tessuti, avori, ceramiche, oreficeria, pelli finemente lavorate, strumenti musicali,
carta, preziose stoffe che prendevano talvolta la via dell'Egitto. Sappiamo che si trattava di tessuti di
straordinaria qualit: si racconta che nel 997 il visir Almanzor - del quale tra poco parleremo -,
volendo ricompensare i nobili cristiani ch'erano stati al suo fianco nel saccheggio di Santiago de
Compostela, avesse offerto loro in dono 2.285 pezze di seta di diversi colori e disegni.
Molte sono poi le annotazioni di Ibn Hawqal sui giardini e sugli orti: ma, come si  detto,
furono soprattutto le citt a colpirlo. Popolose, ricche e ben curate, venivano dal viaggiatore di
frequente paragonate a quelle pi note nel suo Oriente: egli giudicava l'estensione di Cordova pari alla
met circa di Baghdad, a quel tempo una tra le pi grandi metropoli del mondo. Del resto anche
secondo altri testimoni di quel medesimo tempo la capitale andalusa aveva una grandezza paragonabile
a quella di centri illustri quali Costantinopoli, Palermo o Il Cairo; e comunque, nel X secolo, superiore
a tutte le citt europee. Siviglia era secondo Ibn Hawqal l'altra metropoli illustre di al-Andalus, seguita
da Toledo e dai centri costieri come Valenza, Granada, Almera, Malaga, Lisbona.
Cordova, la sede del governo califfale, superava dunque nel X secolo tutte le altre citt della
penisola: era la regina delle citt di al-Andalus e la sua reggia una meraviglia -  il caso di dirlo - da
Mille e una notte. Protetta dalle flotte armate nei cantieri di Tortosa e Almera, era collegata fino a
Lisbona da una rete di strade con un rapido sistema di corrieri originari dal Sudan e appositamente
addestrati. Un esercito permanente di 30.000 uomini, che probabilmente raggiunse sotto Almanzor il
numero di 50.000, completava il quadro difensivo.
Fino al primo decennio del X secolo il palazzo emirale sorgeva a Cordova sulle rive del
Guadalquivir. A met del secolo venne edificata a poca distanza dalla capitale una nuova sontuosa
citt-palazzo, Madinat al-Zahra[8], la "Citt dei fiori" che rifulgeva di marmo, di cristallo, di mosaici
per i quali si era fatto ricorso ai migliori artisti bizantini. Abd al-Rahman III vi aveva trasferito la corte
e tutti gli uffici di governo. Era molto pi che un palazzo: c'erano una moschea, giardini, residenze per
i funzionari e i dignitari, alloggiamenti per i soldati, bagni, quartieri per i commercianti. La residenza
del califfo era grande e sontuosa con immensi giardini e fontane, e nelle sale di rappresentanza, cos
come a Costantinopoli, non mancavano effetti speciali per sorprendere i visitatori. Anche se qui, a
differenza della scenografia bizantina che mirava a impressionare e spargere attorno all'imperatore
un'aura di sacralit quasi sovrannaturale, si coglie invece una ricerca estetica legata al piacere dei sensi,
alla raffinatezza dei giochi di luce e d'acqua nati dall'abilit e dalla fantasia degli architetti di
al-Andalus con una vena d'ironico divertimento: non lo stupore attonito di chi contempli il Sacro, bens
la serena felicit di chi goda il Bello. Il piacere che invade i cinque sensi: conquista gli occhi con le
forme e i colori; avvince le orecchie con la dolcezza del mormorio delle fontane e del suono di musiche
lontane; cattura l'olfatto con gli aromi dei fiori e delle spezie; soggioga il tatto con la grana finissima
dell'alabastro e la seta dell'erba fresca sotto le dita; seduce il gusto con l'offerta dei preziosi succhi
d'arancia e di melagrana, dei sorbetti di gelsomino e cannella. Il cronista al-Maqqari, il quale fu uno dei
fortunati che pot vederla prima del saccheggio a cui fu sottoposta al principio dell'XI secolo dopo la
disgregazione del califfato, cos la descriveva:
Un'altra delle meraviglie di al-Zahra era la Sala dei Califfi, il cui soffitto, cos come le pareti,
era costruito in oro e in blocchi di marmo di diversi colori, solidi ma trasparenti. Al centro della sala si
trovava una grande fontana ricoperta di lastre riflettenti; su entrambi i lati vi erano otto porte con archi
d'avorio e d'ebano, decorati con ori e pietre preziose di diversi tipi che poggiavano su colonne di
marmo e di cristallo trasparente. Quando i raggi del sole penetravano nella sala attraverso le porte,
l'intensit della luce sul soffitto e sulle pareti era cos forte che il riflesso poteva accecare gli spettatori.
Se il califfo desiderava spaventare qualche cortigiano seduto vicino a lui, gli bastava fare che un
segnale a uno dei suoi schiavi perch la fontana si mettesse in funzione: e in un istante tutta la stanza
sembrava attraversata da lampi di luce. Gli ospiti, ricevendo l'impressione che la sala si muovesse,
prendevano paura.
Il califfato cordovano, che pur si andava rigogliosamente affermando, non poteva d'altronde
non tenere in considerazione lo sviluppo del regno cristiano ibero-settentrionale. Ci era complicato
dalle discordie e dalle divisioni esistenti anche nel dar al-Islam. Con una larga parte dell'Africa
settentrionale conquistata allo sciismo dei fatimidi e la Spagna saldamente sunnita sotto gli umayyadi,
le zone di confine tra i due potentati divenivano facilmente aree di conflitto. L'emiro fatimide al-Muizz
aveva ordinato un raid contro Almera; in risposta gli umayyadi avevano attaccato le coste tunisine.
Preoccupati per la rapida espansione sciita nell'Africa settentrionale i califfi di Cordova cercarono di
organizzare una zona-cuscinetto a sud di al-Andalus, individuandola nel Marocco settentrionale. Per
attuare il loro piano era necessario assicurarsi che le dinastie tribali berbere di quell'area non
abbandonassero il sunnismo. Nella seconda met del X secolo gli umayyadi spagnoli trovarono i loro
migliori alleati negli zeneti marocchini che si installarono alla testa del paese. Ci non si verific
tuttavia senza problemi, in quanto la pressione militare da oriente era sempre molto forte. Tra 970 e
972 gli zeneti subirono diverse sconfitte contro la dinastia tunisina degli ziriti, che in quel momento
reggeva il paese con l'approvazione dei fatimidi nel frattempo affermatisi in Egitto. Nel 979 lo zirita
Bologgin giunse addirittura a espugnare Fez, che rimase sotto il suo controllo fino a quando gli
umayyadi non intervennero direttamente riportandola sotto il proprio controllo. Si pu dire che da
questo momento in poi i legami tra Marocco e penisola iberica sarebbero divenuti particolarmente
stretti, fino a costituire un blocco politico e culturale compatto: una situazione che non avrebbe
mancato di determinare alcune conseguenze per la stessa dinastia califfale cordovana. Se da una parte
questo saldo collegamento costituiva una difesa e una testa di ponte essenziale verso l'Africa e le sue
ricchezze, dall'altra il passaggio pi frequente di trib berbere oltre lo stretto verso la Spagna divenne
presto un elemento di instabilit sociale. In senso pi ampio, si sarebbe visto come a partire dal nuovo
millennio sarebbero state nuove realt nate nell'Islam maghrebino a influenzare in modo sostanziale la
storia della penisola iberica.
Il declino del califfato di Cordova e i "reinos de taifas"
Il fatto era quindi che, nonostante lo splendore raggiunto nel corso del X secolo, il califfato
cordovano cominciava a dover affrontare problemi sempre pi complessi. Arabi e berberi non si erano
mai propriamente fusi tra loro: la fiera aristocrazia araba di coloro che si consideravano i soli autentici
eredi del Profeta disprezzava i parvenus africani convertiti. D'altronde bisognava tener conto che la
moderata ma progressiva integrazione fra arabo-berberi doveva confrontarsi con altri abitanti della
penisola iberica, ch'erano i discendenti se non degli iberi quanto meno dei latini, dei celti e dei germani
che in quella terra erano insediati da ben prima dell'arrivo dei musulmani. La vera distinzione
qualificante restava pertanto quella tra i discendenti dei conquistatori dell'VIII, i locali guadagnati in
tempi diversi alla fede coranica (i muwalladun) e i cristiani rimasti fedeli alla loro religione per quanto
arabizzati nella lingua e nei costumi, tuttavia sovente non dimentichi del latino o meglio dell'idioma
volgare che da esso si era sviluppato (i musta'riba, che gli occidentali conoscono meglio col termine
"mozarabi"). Essi, pur culturalmente assuefatti se non addirittura rassegnati al predominio musulmano,
non amavano troppo i loro pur abbastanza longanimi dominatori. Molti di loro fuggirono verso
settentrione, nell'area della penisola iberica a nord dell'Ebro rimasta immune dalla conquista oppure
nella regione addossata attorno alla fredda e piovosa cordigliera cantabrica, verso le Asturie e la
Navarra: l essi dettero vita alla caratteristica cultura conosciuta appunto come mozarabica, con i suoi
archi "a ferro di cavallo" - forse reminiscenza di forme islamiche, forse sviluppo di modelli visigoti - e
le miniature caratterizzate da quel caratteristico gusto dal cromatismo violento che i codici contenenti il
commento all'Apocalisse redatto alla fine dell'VIII secolo dal monaco leonese noto come "Beato di
Liebana" hanno reso famoso.
Tuttavia, l'alto clero mozarabo tendeva a raggiungere e a mantenere un equilibrio vivibile con i
musulmani: fu ad esempio probabilmente una concessione implicita al rigoroso monoteismo islamico la
scelta dell'arcivescovo toledano Elipando che alla fine dell'VIII secolo abbracci la dottrina
adozionistica[9]. In reazione a ci, nella fascia settentrionale della penisola rimasta immune dalla rapida
conquista musulmana che si era peraltro bruscamente arrestata fra il secondo e il terzo decennio del
secolo, si and sviluppando un cristianesimo fortemente trinitario nel quale  lecito cogliere un
elemento di dura opposizione all'Islam.
Il regno cristiano fondato nel 720 dal goto Pelagio attorno a Oviedo non si limitava a tener alta
la bandiera della fede cristiana: dal suo nucleo si and poco a poco sviluppando un cristianesimo
destinato a saldarsi fortemente con l'identit iberica. In tale contesto va letta l'inventio nella localit
galiziana di Compostela, ai primi del IX secolo, di un corpo che fu ritenuto - non senza molte iniziali
resistenze - quello dell'apostolo Giacomo, miracolosamente trasportato per mare dalla Terrasanta sulla
costa nordoccidentale della Spagna. La tradizione attribuiva a Giacomo l'evangelizzazione della
penisola iberica: il ritrovamento delle reliquie (un evento che in latino si esprime appunto con il
termine inventio) conferiva pertanto alla Chiesa del regno asturiano il diritto alla dignit patriarcale
spettante alle comunit ecclesiali fondate dagli apostoli e comportava per essa un carattere primigenio,
originale, concorrenziale rispetto alle altre grandi Chiese cristiane: vale a dire alle comunit ecclesiali
di Roma, di Alessandria, di Antiochia, di Costantinopoli, le cui cattedrali erano a loro volta dotate di
reliquie illustri. Ci spiega perch, dal canto loro, i veneziani avrebbero chiesto di conseguire per la
loro Chiesa una simile dignit grazie alla translatio del corpo dell'evangelista Marco da Alessandria.
Al culto di "Santiago" (contrazione neolatina di sanctus Jacopus) si appoggi con vigore la
monarchia asturiana per rivendicare un programma di continuit rispetto alla corona visigota travolta
dall'invasione arabo-berbera. Di tale progetto faceva parte una vigorosa politica di ripopolamento della
valle del Duero, che pot essere interessata dalla fondazione di una serie di nuovi insediamenti - come
la stessa citt di Burgos, attorno alla quale verso la met del X secolo si organizz una contea - e dalla
ripresa di antichi, venerabili centri che si erano andati spopolando: ci fu possibile anche perch nel
frattempo, grazie a un generale miglioramento delle condizioni climatiche, si era avviato un po' in tutta
Europa un generale processo d'incremento demografico che avrebbe raggiunto il suo acme tra i secoli
X e XII e solo nella seconda met del Duecento avrebbe lasciato il passo a una fase di ristagno. Quando
con Alfonso III il Grande (866-910) la capitale fu trasferita da Oviedo al centro d'origine romana di
Len, il clima che si respirava nel regno preludeva ormai a un assalto verso il meridione musulmano
che poteva essere interpretato anche come un contrattacco: o comunque all'affermarsi di una tendenza
ad ampliare i confini verso il sud e ad allargare verso l'altipiano della Meseta l'area degli insediamenti.
Date le possibilit del tempo, non sarebbe stata possibile e comunque non era concepibile un'offensiva
di ampio respiro: ma erano frequenti le rapide spedizioni di razzia (aceifas).
Dopo Abd al-Rahman III, nessun altro sovrano del suo livello ascese al potere nel califfato
cordovano. Tuttavia, buon ricordo di s ha lasciato al-Hakam II (961-976), che abbell e ingrand la
citt di Cordova, ma soprattutto perch chiam presso di s un ministro e collaboratore tanto energico e
capace da provocare quasi l'impressione prima di soppiantarlo e poi di proseguirne l'opera. Il nome di
quel visir era Muhammad ibn Abi Amir: a causa delle sue gesta gli fu attribuito appunto il laqab, cio il
nome onorifico di al-Mansur, cio "il Vittorioso", e che gli spagnoli conoscono come Almanzor.
D'origine araba purissima egli fu per quasi un trentennio, fra 976 e 1002, padrone della Spagna e del
Marocco: obblig il regno cristiano di Len a riconoscersi vassallo del califfato di Cordova e nel
996-97 assal, saccheggi e distrusse il santuario di Santiago de Compostela, per quanto desse ordine
che le reliquie dell'apostolo Giacomo non venissero profanate.
Tuttavia, i trionfi di Almanzor nascondevano una debolezza intrinseca.  significativo
considerare come nel 985 le truppe musulmane avessero saccheggiato Barcellona, infliggendo ai
cristiani un'umiliazione che fino ad allora non aveva avuto eguali; ma venticinque anni pi tardi, nel
1010, truppe catalane giungevano a Cordova, su appello dei musulmani, per respingere i contingenti
berberi che dall'Africa la minacciavano.
Che cos'era successo nel frattempo? Alla morte di Almanzor erano scoppiate nella famiglia
califfale contese dinastiche tali da provocare la caduta del califfato travolto da una rivolta dei cordovani
nel 1009, quindi da un assalto dei berberi dall'Africa; la Spagna musulmana si era frazionata in una
dozzina e pi di emirati sovente in lotta fra loro, conosciuti nella tradizione spagnola come reinos de
taifas ("regni delle fazioni"). Frattanto le genti basco-navarresi - che avevano gi tenuto testa, prima
che agli arabo-berberi, anche ai visigoti e perfino ai franchi che talora premevano dal nord dei Pirenei -
erano riuscite a mantenere dal canto loro l'indipendenza; si era cos organizzato di fatto nel
terzo-quarto decennio del IX secolo, tra galiziani, cantabrici e asturiani - con l'appoggio d'un pugno di
guerrieri visigoti rifugiati presso di loro - il piccolo principato di Navarra, che sarebbe divenuto regno
circa un secolo pi tardi. Dalle Asturie, dalla Navarra e dall'Aragona settentrionale avrebbe preso
l'avvio di l a poco un movimento che, sia pure con molte battute d'arresto e fasi di ristagno, avrebbe
condotto alla progressiva riduzione della presenza "mora" nella penisola iberica. Va tuttavia
sottolineato come il mondo cristiano e quello musulmano, al di l dei pur frequenti episodi bellici che
caratterizzarono i loro rapporti, non parevano tuttavia tanto contrapposti, quanto piuttosto strettamente
intrecciati. Capitava anche spesso che delle aristocratiche cristiane si unissero in matrimonio ai signori
musulmani per saldare legami politici e alleanze, per quanto il diritto coranico impedisse, all'inverso, le
nozze fra cristiani e musulmane. Da entrambe le parti ci si serviva inoltre di milizie armate tanto
cristiane quanto musulmane; e proprio la debolezza dei reinos de taifas induceva i loro sovrani a far
ricorso sempre pi spesso, come nel gi citato caso dei catalani a Cordova, ai milites cristiani: magari
per far fronte alle ricorrenti incursioni di mauri e berberi musulmani in Andalusia. D'altra parte i regni
cristiani che si andavano organizzando a partire dagli inizi dell'XI secolo nell'Europa occidetale
inquadravano, al pari di quelli a nord dei Pirenei, societ in cui la guerra e lo spirito di avventura
cavalleresca erano divenute caratteri dominanti e in cui le aristocrazie avevano come elemento
caratterizzante l'esercizio delle armi. Allo stesso tempo, i regni ibero-cristiani erano caratterizzati da
societ ancora poco complesse sotto il profilo culturale e arretrate sotto quello economico, almeno
rispetto al mondo arabo e a quello bizantino.  questa miscela di elementi a spiegare l'espansione
europea che si sarebbe realizzata a partire dai decenni successivi al Mille a danno della Spagna
musulmana.
[1]  Tarshish significa in ebraico "raffineria di metalli", ma indica anche le navi di grande
stazza, adibite al trasporto dei minerali alle e dalle raffinerie (cfr. Gen, 10, 4; Sal, 48, 7; 72, 10; Is, 2,
16; I Re, 10, 22; 22, 49).
[2]  Cfr. M. Malherbe, Les langages de l'humanit, nuova edizione, Paris, 1993, p. 889.
L'idioma iberico ci  noto attraverso circa 500 iscrizioni su pietra, ceramica, lastre di piombo e di
bronzo, monete databili tra VII e II secolo a.C.; il sistema alfabetico usato sembra derivare da un
modello ionico con influenze fenicie e qualche tratto ancora pi arcaico (14 segni di valore
monosillabico e 15 di valore bisillabico). Tra Andalusia e Algarve sembra fosse comunque diffuso
anche un altro sistema alfabetico pi antico, detto appunto "tartessio".
[3]  Guerre puniche, a cura di G. Brizzi, Milano, 2016, pp. 55 ss.
[4]  Nel linguaggio tecnico dell'araldica, la "punta"  la parte inferiore dello scudo, nelle sue
forme pi comuni appuntito o arrotondato.
[5]  La Septimania era l'area occidentale della provincia romana della Gallia Narbonensis.
[6]  Dar al-Islam , secondo il diritto musulmano, la "terra dei fedeli", cio della pace, poich ai
musulmani  interdetto il farsi guerra tra loro. Dar al-Harb  invece la "terra della guerra", quella
insediata dagli infedeli.
[7]  Il termine - obiettivamente discutibile, per quanto carico a sua volta di una propria storia -
tende ad essere ormai desueto ed  contestato da molti studiosi; alcuni ne sconsigliano peraltro l'uso
anche per ragioni ideologico-politiche.
[8]  In castigliano Medina Azahara.
[9]  Dottrina fondata nel II secolo d.C. da Teodoto di Bisanzio il quale, per garantire il principio
dell'Unit di Dio, sosteneva che Ges era soltanto creatura umana, che tuttavia Dio si era associato
adottandolo come Figlio.
Capitolo secondo
Dio, la guerra, l'amore
Il tempo dei pellegrini e dei cavalieri
Nell'assalire tra il 996 e il 997 la citt di Compostela Almanzor aveva compiuto un gesto
dimostrativo di grande intelligenza e di straordinario valore simbolico: per quanto esso poi avrebbe
sortito con ogni probabilit effetti opposti a quelli voluti. Il visir si rendeva in realt perfettamente
conto dell'importanza d'un fenomeno nuovo, che si andava affermando appunto in quegli anni. A
Compostela stavano convenendo gruppi di anno in anno pi folti di pellegrini dalle regioni al di l dei
Pirenei. Quel che Almanzor non poteva comprendere  come quel culto si fosse ormai radicato in tutta
Europa: la notizia della profanazione del santuario, lungi dal seminar paura e sconcerto o dal
determinare una disaffezione e un oblio, fu seme d'indignazione e d'entusiasmo. La causa dell'apostolo
Giacomo diventava, ora, quella della Cristianit intera: alla dimensione del pellegrinaggio si associava
quella della difesa della santa tomba minacciata dai "pagani". Pellegrinaggio alla tomba dell'apostolo e
lotta contro i moros furono in un certo senso due aspetti d'uno stesso fenomeno storico. Il
pellegrinaggio di Santiago, cio le vie lungo le quali esso scorreva - e che costituivano, nel loro
complesso, il Camino -, si situava almeno in un primo tempo lungo una fascia non sempre troppo
lontana dalla "terra di nessuno" che divideva i cristiani dai musulmani, fin col rivestire ben presto
anche un ruolo guerriero. Si diceva che durante la battaglia di Clavijo dell'844 l'apostolo fosse apparso
in una veste abbagliante, in sella a un candido destriero, e avesse guidato i cristiani all'assalto contro i
nemici (come era accaduto per esempio in Sicilia): da allora in poi egli avrebbe ricevuto il titolo di
Matamoros, "l'Ammazzamori", secondo la tradizione trionfale che attribuiva ai sovrani epiteti che
ricordavano le loro vittorie (cos Basilio II imperatore di Costantinopoli, l'esponente pi illustre della
"dinastia macedone" e vincitore dei bulgari, era detto il Bulgaroctonos, "l'Ammazzabulgari").
Per la verit, non sappiamo con certezza quando questa funzione guerriera dell'apostolo si sia
andata a sovrapporre alla sua immagine di pellegrino e taumaturgo: le rappresentazioni iconiche ad essa
relative sono abbastanza recenti e la leggenda non sembra essersi diffusa in testi scritti prima del
Duecento. Anzi, della stessa battaglia non si ha memoria certa prima di questo periodo. Visioni di
questo genere facevano parte di una sacralizzazione del conflitto contro i saraceni che si pu facilmente
collegare alla propaganda ecclesiastica, ma che si radicava in un diffuso entusiasmo, in una sensibilit
collettiva eccitata, in una disposizione nuova al combattimento e al martirio.
Atteggiamenti e sentimenti analoghi si andavano sviluppando in Navarra, divenuta regno nel
926 e pi tardi collegata alla Castiglia; in Aragona, a sua volta regno nel 1035 allorch con la morte di
Sancho III di Navarra le compagini castigliana, aragonese e navarrese si erano definitivamente separate
fra loro; e nella contea catalana di Barcellona, sorta dalla Marca Hispanica carolingia. Tra fine X e
inizio XI secolo, la frontiera tra Spagna musulmana e Spagna cristiana si era andata delineando ormai
con chiarezza attorno al corso del Duero, per quanto permanesse abbastanza fluida; al margine di
nord-est di quel confine, i catalani - dopo aver respinto una serie di attacchi dei mori a Barcellona tra
985 e 1003 - ambivano a loro volta a portare il territorio sotto il loro controllo almeno fino a
Tarragona, a met strada fra la loro capitale e la citt musulmana di Tortosa alla foce dell'Ebro.
Ben presto, nel corso dell'XI secolo, si organizz - promossa e protetta dalla potente abbazia di
Cluny e garantita dai monasteri affiliati alla congregazione benedettina da essa guidata - una vera e
propria rete stradale che innervava Germania, Italia e Francia per convergere ai passi pirenaici e da l
proseguire sino in Galizia con una serie di tappe che attraversavano Navarra, Castiglia, Len e Asturie
fino a Santiago. Lungo la strada - che, diretta verso il santuario pi celebre, collegava tuttavia una rete
di luoghi di culto di minor importanza (ma taluni di cospicuo rilievo) detti stationes, ciascuno di essi
con le sue reliquie, le sue leggende, la sua fama miracolosa, la sua feria con relativo mercato - si
costruivano ponti e ospizi per facilitare l'itinerario dei pellegrini e si organizzavano confraternite il cui
fine era sovvenire le necessit dei viandanti e curarli e alloggiarli se si fossero ammalati per strada. Un
soffio di spiritualit nuova, animato dal rinnovamento delle istituzioni ecclesiali e dalle istanze di
riforma morale portate avanti da una parte della Chiesa del tempo e vigorosamente sostenute
dall'ambiente che ruotava attorno ai papi riformatori e alla congregazione cluniacense, pervadeva
questo entusiasmo per il pellegrinaggio che - senza perder di vista le mete tradizionali, Roma e
Gerusalemme - stava ormai diventando l'asse portante d'un modo nuovo d'intendere e di vivere la
realt di un'Europa vivificata dallo slancio demografico e dalla rinascita economica e commerciale[1].
L'energico abate Odilone di Cluny - "re Odilone", lo chiamavano con sarcasmo i suoi avversari
ecclesiastici - si attir addirittura molte critiche per la passione con cui organizzava spedizioni contro i
musulmani: poich era chiaro che ormai pellegrinaggio e lotta contro l'Islam iberico erano strettamente
connessi.
La leggenda guerriera dell'apostolo - che, si  visto, non si afferm precocemente - era
comunque conosciuta con certezza nel 1064, allorch alcuni guerrieri cristiani provenienti soprattutto
dalla Francia stavano assediando Coimbra in Portogallo. Potevano, quei guerrieri, saper gi qualcosa di
un episodio analogo, accaduto giusto un anno prima durante la battaglia che in Sicilia, a Cerami, aveva
contrapposto i normanni ai saraceni: quando era apparso e si era mischiato al combattimento lo stesso
san Giorgio, un bianco vessillo inastato sulla lancia?
Visioni di questo genere avrebbero costellato appunto tanto la conquista normanna della Sicilia
quanto, pi tardi, quel singolare e sconcertante episodio verificatosi tra 1096 e 1099 e che siamo
abituati a denominare "prima crociata". Esse facevano parte di una sacralizzazione del conflitto contro
i saraceni che si pu facilmente collegare alla propaganda degli ambienti riformatori della Chiesa ma
che si radicava in un diffuso entusiasmo, in una sensibilit collettiva eccitata, in una disposizione nuova
al combattimento e al martirio.
La Spagna musulmana, dopo la liquidazione del califfato di Cordova, era divisa tra i vari reinos
de taifas e dilaniata dai conflitti tra famiglie arabe e famiglie berbere. La situazione rimase comunque
in uno stato d'instabile equilibrio perch anche i regni cristiani, a nord, erano percorsi da rivalit e da
inimicizie. Le cose cambiarono comunque verso il 1055, quando Ferdinando I - dal 1037 acclamato re
di Castiglia e di Len - si sent in grado di scatenare un'offensiva che mise in suo potere la bassa valle
del Duero. Coimbra fu conquistata nel 1064, dopo che il sovrano aveva compiuto un pellegrinaggio a
Compostela per chieder l'aiuto dell'apostolo Giacomo nell'impresa: e in tale occasione, come s' detto,
cominci ad affermarsi la fama dell'apparizione di Santiago Matamoros durante la battaglia di Clavijo.
Frattanto, il fronte aragonese rischiava un tracollo per la morte del re Ramiro I durante l'assedio alla
fortezza saracena di Graus. Poich l'infante Sancho era ancora minorenne, spett a papa Alessandro II
prender l'iniziativa che condusse fra 1063 e 1064 alla conquista della piazzaforte di Barbastro, non
lungi da Saragozza, grazie a una spedizione che si avvalse del contributo di molti cavalieri francesi e
che provoc una forte ondata di entusiasmo guerriero e religioso. Coimbra e Barbastro, insieme, furono
un colpo per al-Andalus. I "re" mori di Saragozza, di Badajoz, di Toledo e di Siviglia furono costretti a
pagare un tributo a Ferdinando di Castiglia che, in un'orgogliosa cavalcata compiuta a scopo
dimostrativo, giungeva fino a Valenza. Ma nel 1065 egli spirava a Len, poco dopo aver potuto
venerare nella nuova cattedrale da lui fondata le reliquie di sant'Isidoro di Siviglia cedutegli dai mori.
La campagna di Barbastro fu probabilmente un episodio epocale nei rapporti tra cristiani e
musulmani. La bolla pontificia che la determin e la sanc, la Eos qui in Hispaniam emessa da papa
Alessandro II, costitu nella tradizione canonistica il modello dei successivi documenti papali poi
confluiti nel diritto della crociata: in essa si concedeva un'indulgenza a remissione dei peccati per i
partecipanti all'impresa, cui parteciparono il duca Guglielmo d'Aquitania e cavalieri provenienti da
diverse parti della Francia.  probabile che Alessandro II - ch'era Anselmo da Baggio, uno dei capi del
partito riformatore della Chiesa - abbia consegnato al duca d'Aquitania il vexillum sancti Petri che
poneva i volontari della campagna sotto la tutela della Chiesa di Roma e che al tempo stesso
adombrava un eminente diritto di essa sulle conquiste che dall'impresa sarebbero scaturite[2].
Fu quindi in Spagna, non meno che nelle acque del Tirreno e in Sicilia, che si and preparando
il clima che, tra la fine dell'XI secolo e il successivo, avrebbe condotto alla maturazione del complesso
di spedizioni militari e di acquisizioni religiose e spirituali collettive noto sotto il nome -
posteriormente usato, e comunque generico e sviante - di "crociata". Quel che qui preme di
sottolineare  come nello svilupparsi di quelle situazioni e di quegli stati d'animo influirono e
confluirono parecchi fattori: la necessit della lotta contro i musulmani dalla penisola iberica alla
Sicilia (e poco pi tardi alla Siria); l'impressione - errata, ma comprensibile - che l'Islam costituisse
una compatta e unitaria compagine dall'Oriente asiatico all'Occidente iberico e maghrebino; infine il
clima che i riformatori della Chiesa erano riusciti a stabilire e a imporre nelle stesse coscienze di parte
dell'aristocrazia laica e guerriera del tempo, guadagnata in un modo o nell'altro alle loro tesi e
partecipe del movimento della pax Dei che - imponendo tregue e sospensioni nelle guerre feudali,
endemiche nella Cristianit occidentale - determinava la prospettiva della possibilit di guerre contro
gli infedeli come cespiti di risorse nuove, attraverso il saccheggio e la conquista di terre, in grado di
sostituire quelle che venivano a mancare a causa dell'interruzione forzata dei conflitti endemici tra
milites e del taglieggiamento di mercanti e pellegrini lungo la strada. In tal modo, l'"esportazione della
violenza guerriera" fuori dai confini della Cristianit, la sanzione ecclesiale e in qualche modo la
santificazione (attraverso l'indulgenza e la consegna del vexillum) delle prospettive che ne derivavano e
il rapporto che veniva a stabilirsi tra conquiste cristiane e ampliamento del raggio e della portata dei
commerci ad essa conseguenti, si presentavano come i vettori d'una dinamica nuova in cui ragioni
religiose, politiche ed economiche convergevano.
Il progetto di utilizzazione dell'aristocrazia laica all'interno dei programmi della Chiesa
riformata di Roma, che andavano dalla lotta contro gli ancor persistenti poteri e controlli laici sugli
uffici e sui beni ecclesiali fino alla guerra contro gli infedeli, e l'una cosa in rapporto complementare
con l'altra (per quanto poi, sul piano pratico, certe iniziative o certe situazioni potessero entrare in
episodico conflitto tra loro), emerse con particolare evidenza a proposito di Gregorio VII, il quale non
esit a chieder contro il suo avversario, l'imperatore romano-germanico Enrico IV, l'appoggio di quel
Guglielmo duca d'Aquitania ch'era uno dei pi sicuri alleati della Chiesa romana. Nel 1074 Gregorio
rese il duca Guglielmo partecipe principale di un suo progetto di soccorso militare ai cristiani d'Oriente
minacciati dall'avanzata turca. Si era, significativamente, vent'anni dopo l'inizio dello scisma
d'Oriente e a tre dalla battaglia di Manzikert nella quale i selgiuchidi avevano sconfitto il basileus. Era
evidente che il progetto del pontefice mirava, al tempo stesso, a sanare o quanto meno ad attutire gli
esiti dello scisma, a ridurre le distanze con Costantinopoli ma anche a estendere all'Oriente, se non
proprio il potere, quanto meno il prestigio del vescovo di Roma. Tale era il clima determinato in
Spagna dalla popolarit del Camino di Santiago e dai primi successi di quella che - con un termine poi
abusato e contestato, oggi ormai tendenzialmente desueto - venne chiamata Reconquista. Esso fu
decisivo per le successive vicende del rapporto tra Cristianit e Islam in tutto il Mediterraneo.
La scomparsa di Ferdinando I di Castiglia, nel dicembre del 1065, provoc una nuova battuta
d'arresto in quel processo storico di lunga durata e d'incostante andamento. I tre figli e le due figlie del
grande sovrano se ne divisero e se ne disputarono l'eredit finch uno di loro, Alfonso VI, non riusc
fortunosamente a riunire di nuovo sotto di s Castiglia e Len e a infliggere ai mori nuove sconfitte
avvalendosi anche della collaborazione di una figura presto consegnata alla leggenda, Rodrigo Daz de
Bivar detto con epiteto arabo-latino-ispanico El Cid Campeador (campi ductor). La fondazione di due
nuove grandi cattedrali, quella di Barcellona nel 1058 - la vecchia era stata distrutta durante i raid di
Almanzor contro quella citt, fra 985 e 1003 - e quella di Santiago, iniziata nel 1075, furono eventi
sintomatici dello spirito che collegava strettamente i fatti religiosi con quelli guerrieri e con
l'affermazione vigorosa d'una prosperit a sua volta segno di vittoria.
D'altro canto sono proprio le complesse vicende del Cid, alleato scomodo e riottoso d'un
sovrano dal comportamento non sempre lineare, a darci un'idea concreta di quel che nella realt delle
cose era la drle de guerre tra i mori e i cristiani, caratterizzata da momenti d'intenso e magari feroce
entusiasmo religioso alternati a fasi di spregiudicata Realpolitik. Caduto in disgrazia del re e per questo
inviato in esilio nel 1081 - fra l'altro per non aver voluto rispettare talune garanzie che Alfonso aveva
concesso ai mori -, Rodrigo si pose al servizio del rey de taifa di Saragozza contro quello di Lrida, il
quale a sua volta era appoggiato dal re Sancho d'Aragona e da Raimondo-Berengario II conte di
Barcellona. Queste alleanze incrociate tra mori e cristiani contro fronti avversari anch'essi
moro-cristiani erano del tutto normali. Lo stesso Alfonso VI condusse a compimento la sua pi gloriosa
impresa, la conquista di Toledo il 6 maggio del 1085, appoggiando il malik moro di Badajoz contro
quello toledano al quale era stata promessa, come compenso, la citt di Valenza, ma che venne invece
ucciso.
Dopo la presa di Toledo le cose non furono tuttavia facili n per Alfonso, n per il Cid. Il
sovrano aveva cavalcato fin alla punta estrema della penisola, a Tarifa, di fronte all'Africa: e aveva
spronato il cavallo in mare sfidando il cupo gigante che gli stava di fronte, l'Islam maghrebino.  il
caso di dire che mal gliene incolse.
Il sire musulmano di Siviglia, il colto e brillante al-Mutamid - un qadi che guidava una specie
di repubblica aristocratica di notabili -, sentiva che ormai le fortune di al-Andalus stavano declinando:
intanto, oltre le Colonne d'Ercole, si era affermato il potere della rigorosa confraternita dei murabitun,
"uomini dei ribat", i guerrieri e anacoreti insediati nei conventi-fortezze formatisi lontano, oltre il
deserto, sulle rive del Senegal e del Niger, che gi si erano impadroniti di Marocco e Algeria. Gli
almoravidi, come noi li chiamiamo.
Al-Mutamid non amava certo quei tenebrosi fanatici: n fu felice di sentirsi ormai obbligato a
rivolgersi al loro capo Yusuf ibn Tashfin. Ma, a chi gli chiedeva il perch d'una cos triste scelta, pare
rispondesse: "Preferisco finir cammelliere in Africa che guardiano di porci in Castiglia". L'amir
al-muslimin, "il principe dei credenti"[3], pass dunque il mare; e ad Alfonso, che gli chiedeva di
trattare, si dice rispondesse citando un verso d'un canto marziale: "Non ho altre carte diplomatiche se
non le spade e le lance, n altro ambasciatore che l'esercito numeroso"[4].
Lo scontro avvenne presso il fiume Guadiana, a Zallaqa (oggi Sagrajas), il 23 ottobre del 1086:
e fu una delle pi grandi sconfitte cristiane della storia. Lo stesso re Alfonso si salv a stento, con
poche centinaia di cavalieri, riparando a Coria. Le teste recise dei vinti furono accatastate in macabri
mucchi trionfali. Ma, con gli almoravidi, era un altro Islam quello che cristiani e musulmani di Spagna
si trovavano ora davanti: come doveva sembrare ormai lontano lo scintillar delle fontane d'argento vivo
di Medina Azahara...
Il prezzo pagato per questa vittoria dalla gioiosa societ di al-Andalus non fu difatti per nulla
lieve. Yusuf obblig tutti i reyes de taifas a sottomettersi alla sua autorit: chi cerc di resistere,
naturalmente alleandosi con i castigliani - non appariva pi cosa tanto certa che la prospettiva di finir
cammelliere sotto quel mistico nerovestito fosse poi cos preferibile, per un buon musulmano, del
rischio di finire guardiano di porci sotto un principe cristiano -, fu inesorabilmente piegato. Toledo
restava ai cristiani: ma a sud del Tago non rimaneva pi nulla dei tentativi di conquista degli anni
precedenti. Nelle citt musulmane la gente comune - in un accesso di pietas religiosa esaltato
dall'entusiasmo per le vittorie - sosteneva il potere feroce e bigotto degli almoravidi. I vecchi emiri di
al-Andalus, giudicati corrotti e libertini dai nuovi padroni, dovettero andarsene in esilio: qualcuno,
come il qadi-poeta di Siviglia al-Mutamid, sarebbe morto in catene (e non cammelliere...) in Africa.
Frattanto la morte di al-Qadir, amico del Cid, indusse l'eroe cristiano desideroso di vendicarlo -
ma ben deciso anche a giocare per conto proprio sul tavolo della conquista - ad assediare la citt che
non aveva voluto accoglierlo. Dopo venti mesi Valenza cadde, il 15 giugno del 1094: e il Cid, peraltro
ormai riconciliato con Alfonso, la tenne come sua signoria fino alla morte, nel 1099. L'eroe spir a
Valenza, il 10 luglio del 1099, esattamente cinque giorni prima che dalla parte opposta del
Mediterraneo i pellegrini armati franchi, i cruce signati, entrassero in Gerusalemme. Secondo la
leggenda vinse la sua ultima battaglia da morto, uscendo dalla grande porta delle mura della citt
assediata e galoppando contro i mori che fuggivano: il fido cavallo Babieca recava sulla sella il suo
signore imbalsamato, tenuto dritto in arcioni da un'asse di legno legata alla schiena.
Yusuf non esit a marciare contro la citt, che pure gli resist a lungo. Il re di Castiglia cerc
invano di sostenerla: ma all'inizio del maggio 1102 dovette abbandonarla. La sposa di Rodrigo, doa
Jimena, si ritir con i resti del marito per inumarlo nella terra natale, a Burgos. Alfonso cerc
disperatamente di rimontare la china della sconfitta. Ma nel 1108, in una nuova battaglia a Ucls, fra
Toledo e Cuenca, contro gli almoravidi guidati dal governatore generale di al-Andalus, Tamin - uno
dei figli di Yusuf ibn Tashfin ch'era morto due anni prima - venne ancora battuto e perse il suo unico
erede, don Sancho. L'infante gli era molto caro: era nato dal suo amore per una rifugiata saracena,
Zaida, nuora del qadi di Siviglia. Tuttavia la vittoria di Ucls, paragonabile sia per la sua entit sia per
le ripercussioni che ne seguirono a quella di Zallaqa nel 1086, fu per gli almoravidi l'ultima: a partire
dal 1114-15 la loro superiorit militare fu messa a dura prova da una serie di smacchi.
Nonostante la barbarie dei mistici guardiani dei ribat, bisogna d'altro canto ammettere che gli
anni del dominio almoravide, esteso dal Tago al Sahara, furono prosperi e sereni. Le poche grandi
battaglie erano state sanguinose, dura l'iniziale repressione: ma i nuovi padroni, scrupolosamente
rispettosi delle norme coraniche, non esercitavano in cambio che una leggera pressione fiscale tanto sui
muslimin quanto sui dhimmi, i "protetti", vale a dire coloro che per il fatto di condividere con i
musulmani la rivelazione del Dio unico non erano kuffar, "idolatri" e avevano diritto a conservare la
loro religione a fronte di alcune limitazioni nella libert e dell'obbligo a osservare un culto strettamente
privato, astenendosi da pubbliche manifestazioni di esso.
Gli almoravidi dettero impulso allo sviluppo urbano - con l'ampliamento di un'altra capitale di
recente fondazione, Marrakesh (voluta dallo stesso Yusuf gi nel 1062)[5], e la sistemazione del
complesso impianto di Fez -, mentre proteggevano le attivit commerciali e manifatturiere che
andavano crescendo in centri come Tlemcn o Sijilmassa in Africa e Almera in Spagna che sarebbe
giunta a disporre di 800 laboratori di tessitura della seta, di 900 luoghi di sosta per viaggiatori e di
magazzini per merci (khan e funduq), di numerose officine dove si lavoravano i metalli, di un porto
frequentato da tutte le navi dell'Islam mediterraneo. Le monete d'oro coniate nelle zecche delle citt
almoravidi (dette perci, in Occidente, "marabottini") erano dappertutto apprezzate e ricercate. N si
deve pensare che il misticismo del ribat avesse soffocato la vita intellettuale: al contrario, come suole
accadere nel mondo islamico, il dibattito teologico e giuridico vi era molto vivo. La biblioteca e le
"madrase" di Cordova conobbero allora uno sviluppo straordinario, che super i gi cospicui livelli
dell'et califfale e che costitu la base di uno sviluppo culturale di cui, a partire dal secolo successivo,
avrebbe beneficiato lo stesso Occidente.
A Cordova, dove fu inventato l'amore moderno...
Ma a questo punto una lunga parentesi  necessaria. Senza di essa si rischierebbe di non capire
davvero che cos' l'Andalusia: che cosa significa in se stessa e per noi, ancora oggi. Perci serve un
po' d'agilit: il comodo itinerario cronologico sarebbe ordinato e riposante in superficie, ma  inadatto
a una comprensione un po' pi profonda, indispensabile invece per introdurci alla comprensione di
qualcosa d'essenziale: qualcosa che ha davvero rivoluzionato da allora in poi il nostro pensiero, il
nostro immaginario, perfino il nostro inconscio. Quindi a me gli occhi e soprattutto l'anima, please.
Ancor prima della nera ondata dei murabitun, tra Cordova e Madinat al-Zahra, era nato - quasi
esattamente un millennio fa - un vero dolcissimo, travolgente, lacerante miracolo: quel concetto di
amore che poi, attraverso la poesia trobadorica occitana, sarebbe penetrato nel nostro Occidente
diventandone una forza qualificante e trascinante. Spendiamo allora qualche parola a tale riguardo.
Questa mirabile conversione del mondo alla fede cristiana  segno certissimo degli antichi
miracoli; cos da non esser necessaria la loro ripetizione, apparendo essi evidenti nei loro effetti.
Sarebbe infatti il pi strepitoso dei miracoli, se il mondo fosse stato indotto a credere cose tanto ardue,
a compiere azioni tanto difficili e a sperare in tanto alti obiettivi da uomini semplici e poveri, senza
prodigi mirabili. Sebbene Dio non cessi, anche ai nostri giorni, per confermare la fede, di compiere
miracoli per mezzo dei suoi santi.
Coloro invece che introdussero sette erronee procedettero per vie del tutto contrarie, come 
evidente nel caso di Maometto, che allett i popoli con la promessa di piaceri carnali, ai quali essi sono
gi propensi per la concupiscenza della carne. Inoltre dette precetti conformi a queste promesse,
sciogliendo le briglie alle passioni del piacere, in cui  facile farsi ubbidire dagli uomini carnali. In pi
egli non impart altri insegnamenti all'infuori di quelli che qualsiasi persona mediocremente istruita
pu dare facilmente a comprendere col suo ingegno naturale; anzi, le verit stesse che egli insegn
sono mescolate a favole e a dottrine falsissime[6].
L'esigenza del confronto teologico con l'Islam[7], che comportava anche la problematica
relativa alla sua diffusione in terre cristiane e alle molte e rapide conversioni che esso aveva causato,
era gi stata avvertita dai teologi cristiani arabi e greci prima che da quelli latini[8]. Gi san Giovanni
Damasceno aveva puntualmente risposto, con accenti che sarebbero poi passati alla controversistica
cristiana anche occidentale, agli attacchi dei teologi musulmani indirizzati contro il cristianesimo. Nel
mondo latino la conoscenza dell'Islam da parte della cultura ecclesiastica aveva ricevuto una prima
sostanziosa sistematizzazione con Pietro il Venerabile, che oltre ad aver promosso la prima traduzione
in lingua latina del Corano[9] aveva redatto un trattato Contra Sarracenos - le due forme saraceni e
sarraceni si trovano di solito alternate e anche confuse - nel quale si possono rintracciare le due
principali linee teologico-controversistiche della contesa: la questione trinitaria[10] e quella
cristologica[11]. Peraltro Tommaso, che in tutta la sua opera non si riferisce all'Islam pi d'una trentina
di volte chiamandone di solito gli adepti sarraceni, mostra nei suoi confronti un'attenzione e anche una
conoscenza obiettiva molto pi ristrette e superficiali di quanto esse si presentassero nella successiva
letteratura specificamente domenicana due-trecentesca[12], che al riguardo vanta autori e opere
fondamentali quali il Pugio fidei adversus Mauros et Iudaeos di Ramon Mart, del 1278[13], e il Contra
legem Sarracenorum di Riccoldo da Montecroce, dei primi del XIV secolo[14], in seguito tanto
apprezzato da ricevere nel 1542 una traduzione in tedesco opera dello stesso Martin Lutero; scritti che
peraltro si rifanno entrambi a Tommaso.
Aveva senza dubbio presente il breve passo tommasiano Dante allorch, nel V canto
dell'Inferno, citava "Semiramis", che sarebbe stata "a vizio di lussuria [...] s rotta" da rendere "libito
[...] licito in sua legge"[15]. Il fatto che il poeta sottolinei che Semiramide "tenne la terra che 'l soldan
corregge", vale a dire Babilonia - con la confusione, allora consueta, tra la Babylonia antiqua fondata
da Nimrod, quella sita nell'attuale Iraq, e la Babylonia altera, cio Menfi sul Nilo, presso la quale
sorge appunto Il Cairo, capitale dell'allora sultanato mamelucco - sembra sottintendere un disegno che
potremmo con qualche audacia definire "etnostorico". La scelta della corrotta Semiramide sembra cio,
nell'universo mentale dantesco, aver posto le basi per un abbandonarsi di quel popolo che sarebbe poi
stato governato dal sultano a un vizio diffuso che, privo del salutare freno della legge, si sarebbe poi
per cos dire cronicizzato al punto da divenire un vero e proprio abito: e su ci Muhammad si sarebbe
pi tardi fondato per imporre su quella stessa gente il suo potere. In altri termini, l'indiretta citazione di
Tommaso utilizzata da Dante per presentare Semiramide conduce al legame istituito tra la leggenda di
Muhammad eretico da una parte e il topos gi latino degli arabes molles dall'altra. Il falso profeta,
conoscendo - e condividendo - la lascivia di quel popolo ch'era stato di Semiramide e che era anche il
suo, l'avrebbe utilizzata come instrumentum regni. E qui bisogna intenderci bene: premesso che
l'Aquinate ebbe una buona frequentazione dei testi dello Pseudo al-Kindi letto attraverso Vincenzo di
Beauvais, oltre che di Avicenna, di Averro, di al-Ghazali, di al-Farabi, dev'esser chiaro che attraverso
le sue pagine non  dato registrare tanto la testimonianza dell'incontro fra il mondo cristiano e quello
musulmano, quanto piuttosto quella tra il pensiero filosofico cristiano-latino e la filosofia
arabo-musulmana (il che significa soprattutto arabo-persiana) d'ispirazione ellenistica: ch'era quanto
tra XI e XIII secolo era giunto anzitutto attraverso la penisola iberica ma anche, in minor misura,
attraverso la Sicilia, la Terrasanta e la stessa Inghilterra. Il topos della vocazione alla lascivia non era
equivoco direttamente derivato dalla filosofia arabo-persiana: eppure, poteva indirettamente trarre
alimento dalla conoscenza della poesia erotica di quel medesimo ambiente.
Ed  da qui che possiamo riprendere le fila cronologiche del nostro racconto e tornare a
Cordova: non gi la Crdoba, lejana y sola del romantico cavaliere gitano o bandolero immaginato da
Garca Lorca, che nel desolato panorama andaluso - a suo modo struggente nella sua dura
magnificenza - sprona nella notte la sua cavalla nera con solo qualche bruna oliva nella bisaccia ("jaca
negra, luna grande - y aceitunas en mi alforja") verso gli spalti, neri anch'essi, d'una citt vegliata
dalla morte; bens la ricca, felice, dolce Cordova, e ancor pi la favolosa Madinat al-Zahra, che tornano
adesso gradualmente a veder di nuovo la luce grazie al lento, sapiente lavoro congiunto di archeologi e
restauratori.
Di quella civilt cordovana  espressione alta e purissima Il collare della colomba, l'epistola in
forma di trattato poetico "sull'amore e sugli amanti" scritta nel terzo decennio dell'XI secolo dal
giovane Abu Muhammad ibn Hazm, allora men che trentenne ma futuro teologo, giurista, polemista e
storico. Ibn Hazm aveva scritto quell'opera "per rivelare i misteri della passione, per descrivere in
assoluta verit e con finezza impareggiabile la psicologia e i comportamenti delle donne e degli uomini
innamorati"[16]. Il poeta andaluso aveva rivendicato con nobile orgoglio, alla fine della sua
lettera-trattato, il suo diritto di buon musulmano a pensare all'amore e a parlare d'amore:
Insomma, io non parlo da ipocrita bigotto, e nemmeno son dedito all'ascetismo estremo. Colui
che compie i doveri comandati, e si tiene lontano dalle cose illecite che sono state vietate, e non
dimentica la gentilezza nei rapporti con la gente, a costui ben si addice il nome di giusto. Non voglio
che mi si venga a dire altro: Iddio mi basta![17]
Riferendosi a un hadith del Profeta stesso, Ibn Hazm ricordava che "i cuori sono nelle mani di
Dio", e che Egli li aveva creati per amare: ben a ragione, introducendo l'epistola-trattato, Massimo
Jevolella richiama un passo di Amrico Castro, secondo il quale "l'Islam e il neoplatonismo combinati
insieme resero possibile il mantenimento della pacifica convivenza dell'erotismo e della religione,
impossibili nello stesso tempo per il cristiano"[18]. Dichiara infatti Ibn Hazm:
Sull'essenza dell'amore gli uomini hanno discusso a lungo e con svariate opinioni. La mia
convinzione  che esso consista nell'unione tra le parti delle anime, separate in questo mondo creato,
nel loro elevato fondamento originario [...] nel senso dell'affinit delle loro potenze nella sede del loro
mondo divino, e della loro vicinanza nella forma della loro (attuale) composizione. Noi sappiamo che il
segreto della congiunzione e della disgiunzione fra le creature consiste in ci che unisce e in ci che
separa; e difatti il simile richiama sempre il suo simile, e l'affine trova riposo nel suo affine, e la
concordanza dei generi esercita un affetto sensibile e un'influenza evidente[19].
Siamo dinanzi a una definizione che astrae del tutto dal sesso: ne deriva che in Ibn Hazm, il
quale ben conosce l'etica musulmana e il diritto coranico, l'amore  in s e per s profondamente
distinto dal sesso. E uno studioso dei nostri giorni, il quale sottolinea come tali posizioni dipendano
strettamente dal Convivio platonico, cos commenta:
Ibn Hazm parla essenzialmente di "anime", non di maschio e di femmina. L'amore perci,
come lui lo intende,  un sentimento purissimo che pu legare indifferentemente un uomo e una donna,
ma anche due esseri dello stesso sesso tra di loro. Il sesso  s il coronamento sensuale dell'amore, ma 
concepibile per Ibn Hazm solo nelle forme (eterosessuali) stabilite dalla legge morale. Il sesso
omosessuale  per lui un abominio. Ma non l'amore! E questo pu apparire una stravaganza, un
paradosso, un fatto illogico. Ma  cos. Questa potenza misteriosa che lega tra loro le anime,
indipendentemente dal sesso degli individui: questo  per Ibn Hazm l'amore. E questa  la ragione per
cui cos spesso, nelle sue storie di passione, noi vediamo salire in scena come attori non una lei e un lui,
ma un lui e un altro lui. E la persona amata, quasi sempre, viene definita al maschile come "l'amato",
senza altre precisazioni[20].
In altri termini, Ibn Hazm si guarda bene dal far "libito licito in sua legge", anzi dichiara senza
possibilit di equivoci di non voler infrangere in nulla i divieti del diritto musulmano e dell'etica che ad
esso  solidamente connessa, i quali pongono limiti ben chiari, e molto stretti, all'esercizio del sesso:
vale a dire a quello che per noialtri moderni sarebbe il love making tanto eterosessuale quanto
omosessuale, e che qualora sia esercitato al di fuori del legittimo matrimonio e in una prospettiva
d'infecondit e di dispersione del seme  condannato dalla shari'a e posto tra i kaba'ir, i peccata
graviora per i quali  prevista la pena capitale[21]. Alla "bruttezza del peccato" egli dedica un intero
capitolo della sua opera, il XXIX, esortando a resistere alle tentazioni carnali nelle quali tanto
facilmente si cade e rivendicando contro una visione diffusa anche per le donne un'inclinazione al
peccato del tutto identica a quella maschile; nonch innalzando un inno ineffabile, nel capitolo XXX
che conclude lo scritto, alla "eccellenza della castit"[22]. Ma l'amore come "unione tra le parti delle
anime, separate in questo mondo creato, nel loro fondamento originario",  di per s altra cosa: che non
ha a che fare neppure con l'omnia vincit amor, con l'amore-passione e l'amore-fato che conosciamo
dal filtro di Brangania bevuto per errore da Tristano e Isotta e divenuto con il saggio evergreen di
Denis de Rougemont il paradigma dell'amore come "invenzione" dell'Occidente[23]. Ed  a
quell'amore "unione tra le parti delle anime" ch'egli si rif proclamandosi con orgoglio uomo "cui si
addice il nome di giusto" e al quale basta "il nome di Dio", lontano dai bigotti ipocriti e dagli asceti,
l'esperienza dei quali rispetta ma non condivide definendola "ascetismo persiano": e qui si avverte
tutto l'andaluso, fiero delle sue ascendenze umayyadi e fedele al dettato arabo della moderazione
secondo l'apocope coranica Allah la yuhibbu al mu'tadin, "Dio non ama gli eccessivi"[24].
... con molte conseguenze fra Cristianit e Islam
L'opera di Ibn Hazm conflu, insieme con molte altre, nel grande mare della poesia cortese
musulmana e da l anche cristiana, per quanto la medievistica europea - come Mara Rosa Menocal le
rimprovera nel suo saggio sul ruolo della cultura araba nella storia letteraria medievale come forgotten
heritage - abbia a lungo ignorato o taciuto o sottovalutato il rapporto tra i due mondi.  ormai ben
conosciuto e universalmente accettato, nonostante le molte difficolt soprattutto linguistiche e le
numerose zone d'ombra, il contributo della poesia e della musica araba alla lirica occidentale: dopo le
ricerche del Menndez Pidal sulla strofa "zejelesca" araba e la sua diffusione in tutta l'area romanza, e
le indagini sulle parole e le frasi in idioma protoromanzo iberico nelle kharge (le "chiuse") delle poesie
arabe ed ebraiche di Spagna, possiamo affermare che da molti punti di vista la poesia euromediterranea
d'amore dei secoli XII-XIII fu caratterizzata da un continuum denso s di articolazioni e di variabili, ma
esteso in una koin d'atmosfera, di scambi d'esperienze e di temperie e in una pluralit espressiva e
idiomatica dall'Andalusia alla Provenza e dalla Sicilia alla Toscana. Certo, il punto  che nonostante la
durezza della shari'a e il pericolo di venir colpiti da una qualche fatwa - l'emiro di Siviglia, Mutadid,
ordin che si dessero alle fiamme i libri di Ibn Hazm -, nel mondo musulmano non esiste alcuna
organizzazione gerarchica e normativa di tipo ecclesiale:  quindi tecnicamente impossibile stabilire
formalmente un'ortodossia, e pertanto si possono certo identificare e punire apostati e blasfemi, ma non
definire che cosa sia un'affermazione ereticale e chi sia propriamente eretico. Difatti, all'emiro
sivigliano che faceva bruciare le sue opere il poeta cordovano poteva rispondere con fierezza:
"Bruciate pure la carta, tanto non potete bruciare / ci che essa racchiude, perch l'ho in custodia nel
mio cuore!"[25].
D'altronde, nonostante Tommaso citasse Muhammad nel suo scritto contra gentiles, facendo
pertanto di lui non gi semplicemente un "infedele" - vale a dire un seguace del monoteismo
abramitico partecipe del disegno divino della Rivelazione ma estraneo alla comprensione del Cristo
come vero Dio e vero Uomo - bens un gentilis, un "pagano", con tutte le potenzialit che tale termine
comportava (il politeismo e l'idolatria), permaneva a proposito del Profeta la tesi ch'egli fosse stato in
origine un cristiano. I Padri della Chiesa avevano peraltro lavorato a lungo sulla decostruzione
dell'Islam in una serie di proposizioni cristiane ereticali scomponendolo in un patchwork di eresie: esso
negava la divinit del Cristo al pari degli ariani, sosteneva che il vero Dio non potesse al tempo stesso
essere anche vero Uomo come dicevano i monofisiti e via dicendo. Al Maometto eretico, anzi eresiarca
e diffusore di scismi e di eresie, si rif com' noto lo stesso Dante il quale, studioso di filosofia
scolastica negli Studia domenicano e francescano di Firenze, conosceva e condivideva il giudizio
sull'Islam espresso dalla Summa contra gentiles di Tommaso d'Aquino, in particolare la tesi del
rapporto tra il successo della nuova fede e la pretesa libert sessuale dal Profeta concessa ai suoi
fedeli[26]. Il giudizio da lui espresso su Muhammad, che egli ritiene un eretico cristiano e uno
scismatico e colloca all'Inferno nel canto XXVIII della prima cantica[27], non aveva d'altronde nulla di
originale: si rifaceva alla complessa "leggenda nera" che riguardo a lui circolava in Occidente e le
differenti versioni della quale conosciamo grazie a molti studi critici, a partire da un celebre saggio del
filologo italiano Alessandro D'Ancona edito nel 1889[28].
Si potrebbe tuttavia obiettare che molti indizi rivelano che il giudizio del poeta fiorentino
rispetto all'Islam nel suo complesso non era poi cos chiuso, limitato e negativo. Ci si  chiesti se egli
non abbia potuto incontrare, nello Studium domenicano annesso al convento di Santa Maria Novella, lo
stesso frate Riccoldo da Montecroce, reduce dal lungo viaggio che lo aveva condotto fino a Baghdad e
duro con i musulmani, ma senza dubbio anche molto competente. Tuttavia, anche se ci fosse accaduto
- e non ne abbiamo le prove -, resta da domandarsi che cosa in concreto egli avrebbe potuto imparare
da qualche pi o meno lunga conversazione.
Ci nonostante egli manifesta se non altro rispetto, considerazione e perfino devozione nei
confronti di alcuni rappresentanti del mondo musulmano. Presentando nel canto IV della prima cantica
la struttura del regno sotterraneo dei dannati, egli c'introduce al Limbo, dove risiedono coloro che,
senza colpa, non hanno conosciuto il Cristo: i fanciulli morti senza battesimo e i grandi spiriti del
mondo pagano. Questi ultimi dimorano in un luogo oscuro ma sereno, in un'ampia prateria rischiarata
da un grande fuoco[29], all'interno di una confortevole fortezza, il "Castello degli spiriti magni". Tra
loro vi sono i sommi poeti pagani, come Omero e lo stesso Virgilio guida di Dante nel viaggio
oltremondano; i principi e capi militari dell'antichit, come Cesare; i filosofi, quali Aristotele, Socrate e
Platone[30]. Ebbene, tra i principi che Dante non pu far salire in Paradiso ma non osa condannare
all'Inferno v' anche il Saladino, per il quale egli ha espresso ammirazione anche in altre opere, come
il Convivio, e che il Medioevo occidentale ha venerato come specchio delle virt cavalleresche,
anzitutto quella somma, la magnanimitas. E, tra i filosofi e i sapienti, egli rammenta anche Avicenna e
naturalmente Averro, esplicitamente menzionato per il suo grande commento aristotelico[31].
L'ammirazione per tante illustri personalit trova un pi umile ma anche diffuso e corrente
corrispettivo, del resto, nella lode nella quale sovente c'imbattiamo - tributata da memorialisti e da
controversisti, ma anche da testimoni pi umili come i redattori dei diari di pellegrinaggio in Terrasanta
- nei confronti di tanti musulmani, gente magari di comune e modesta condizione, i quali si palesano
buoni, onesti e caritatevoli: il che suscita lode e ammirazione ma  al momento stesso motivo di
scandalo in quanto considerato contraddittorio rispetto a una "legge" che - conosciuta o no - viene
dichiarata infame e al suo perverso, vizioso fondatore. A proposito di Muhammad, come di Saladino,
esiste anche un'ampia tradizione romanzesca: che nel caso dell'emiro curdo - come ben si vede nella
"novella di ser Torello", nella X Giornata del Decameron - conduce all'elogio e all'ammirazione,
semmai increspata appena dall'ombra d'una magia di sospetta origine diabolica, mentre in quello del
Profeta arabo insiste sulla crudelt, l'invidia, la menzogna, la viziosit.
E che la "legge" musulmana, iniziata da un iniquo fondatore, fosse perversa, andava al di l di
ogni dubbio. Si giungeva addirittura a ritenere l'Islam un "culto diabolico", e a proposito di ci si
retrocedeva a ben prima di Muhammad chiamando in causa gli arabi detti non solo impropriamente
saraceni, cio "figli di Sara", bens con maggior esattezza rispetto alla tradizione biblica agareni, "figli
di Agar", bastardi cio in quanto progenie di Ismaele, nato dal profeta Abramo e dalla schiava egizia
Agar. Essi erano propriamente i nomadi del deserto, i "beduini"[32] - letteralmente figli del bidah, la
"solitudine" - che san Gerolamo, il quale li conosceva, riteneva dediti al "culto di Lucifero", cio del
pianeta Venere che si mostra al mattino[33]. Era d'altronde proprio Gerolamo a proporre che quel
pianeta risplendente che si mostra al mattino, e ch'era ormai identificato con ogni sicurezza con
Venere, fosse quello stesso del quale si parla nel testo di Isaia citato anche da Ges[34] e andasse
identificato con il principe degli angeli ribelli della tradizione apocalittica e quindi con Satana[35]. Non
v' al riguardo dubbio alcuno, ed  anzi cosa ben nota e ampliamente studiata, che i sistemi
mitico-religiosi correnti tra le genti dell'Arabia Petrea come dell'Arabia Felix prima del sorgere
dell'Islam mischiassero tradizioni prossime a quelle ebraiche e riscontrabili nel racconto biblico a varie
forme di culto astrale: e che la dea-madre Allat s'identificasse appunto col pianeta Venere. Secondo il
bizantino Niceta, Muhammad avrebbe proposto ai suoi seguaci l'adorazione di un idolo metroaco che
richiama i tratti della dea Allat, e senza dubbio la scia sincretistica di culti del genere - e di
atteggiamenti e abitudini a essi correlate, anche sotto il profilo dei costumi sessuali - sopravvisse a
lungo anche all'indomani dell'islamizzazione.  un fatto comunque - e il Corano lo attesta senza
possibilit di equivoco - che Muhammad, nel nome del suo rigoroso monoteismo[36], combatt
duramente proprio contro qualunque forma di superstizione idolatrica.
Una testimonianza precoce della credenza secondo la quale il Profeta, per sfuggire alla
vergogna che lo avrebbe colpito dati i suoi pessimi costumi libidinosi, avrebbe reso legittima
qualunque viziosa abitudine per quel che riguardava gli indiscriminati piaceri della carne, s'incontra
precocemente gi in una cronaca asturiana del IX secolo[37] e quindi in una leggenda che risaliva, in
quello successivo, alla Passio sancti Pelagii redatta dal presbitero Raguel e ripresa in termini di
tragedia dalla monaca Roswita di Gandersheim. Il culto del santo martire Pelagio di Cordova prendeva
le mosse dal martirio del giovinetto ad opera del barbaro e vizioso Abd al-Rahman III che aveva tentato
di piegarlo alle sue voglie sodomitiche[38]. Pelagio era stato consegnato all'emiro in quanto ostaggio in
cambio della liberazione dello zio, il vescovo Ermogio. Il ragazzo aveva rifiutato entrambe le proposte
dell'emiro: sia di convertirsi all'Islam, sia di concedersi oggetto del suo piacere: e per questo aveva
affrontato eroicamente un orribile martirio[39]. Il culto di Pelagio, presto travestito da "santo militare"
per distogliere l'attenzione dei fedeli dalla scabrosa ragione che lo aveva condotto al sacrificio, divenne
uno dei pi popolari nella penisola iberica e conflu in quello dei "santi martiri di Cordova" il
principale dei quali, Eulogio vescovo di Toledo, era stato un controversista antimusulmano tanto duro
da giungere a identificare Muhammad con l'Anticristo[40].
La prima traduzione latina del Corano, elaborata nel secondo quarto del XII secolo tra il
monastero di Santa Mara la Real di Njera e Toledo nonch collegata con il viaggio dell'abate di
Cluny Pietro il Venerabile in Spagna e al lavoro ch'egli impost attraverso il suo segretario Pietro di
Poitiers e altri - da Ermanno di Carinzia a Roberto di Ketton - e che avrebbe condotto alle opere di
traduzione dall'arabo raccolte nella cosiddetta Collectio Cluniacensis, spesso impropriamente detta
anche Corpus Toletanum o Collectio Tolentana, non valse a dissipare le voci che circolavano a
proposito della liceit degli eccessi sessuali che la "legge" musulmana avrebbe legittimato. Anzi
Pietro, inviando al grande abate il materiale che gli avrebbe consentito di elaborare lo scritto di
confutazione degli errori dell'Islam ch'egli stava preparando, dichiarava:
Anche il capitolo che vi si legge su chi abusa turpemente delle mogli non vi scandalizzi, perch
 davvero cos nel Corano, e come ho appreso per certo in Spagna, sia da Pietro di Toledo mio
compagno di traduzioni, sia da Roberto [di Ketton], ora arcidiacono di Pamplona, tutti i saraceni
compiono questo atto licenziosamente, come se fosse un precetto di Muhammad.
Secondo Pietro era necessario confutare "quanto [Muhammad] ha insegnato sul turpissimo atto
sodomitico, nel suo Corano, come parlando per conto di Dio: "Uomini, arate le vostre donne da
qualunque lato vi piaccia""[41]. In realt si trattava di un'interpretazione alquanto imprecisa e molto
tendenziosa della surat al-Baqara, dove si dice che "le vostre spose sono per voi come un campo.
Venite al vostro campo come volete"[42]: l'abate di Cluny non raccolse il suggerimento del suo
segretario e non tratt quindi - forse anche perch non si fidava del tutto della correttezza
dell'informazione - la scabrosa faccenda nel suo Liber contra sectam sive haeresim Saracenorum, ch'
una pietra miliare sulla via non tanto e non solo (come invece si ripete) della controversistica cristiana
antimusulmana quanto soprattutto della "ereticalizzazione dell'Islam", un processo secondo il quale si
tendeva a considerare quella avviata da Muhammad non una nuova fede religiosa scaturita dal ceppo
abramitico bens un'eresia cristiana: cosa questa esplicitata e ribadita con chiarezza dai termini
contenuti nel titolo stesso del trattato del Venerabile, dove si parla di secta sive heresis.
Dante era pertanto esattamente su questa linea quando nell'Inferno puniva Maometto come
eretico seminatore di scismi: per quanto si sia recentissimamente portata l'attenzione su testi mistici
musulmani che interpretano lo sventramento del Profeta sotto il profilo mistico-iniziatico e ai quali il
poeta ha potuto anche magari solo indirettamente accedere. Se tuttavia Pietro aveva lasciato cadere il
tema della sodomia eterosessualmente esercitata per giunta nell'mbito del matrimonio, lo stesso non
accadde per tutta la controversistica: al contrario. Il tema, come si  visto, circolava gi dai secoli IX-X,
cio dalla cronaca asturiana e dai testi di Raguel e di Roswita: e, se ci si pu fidare della testimonianza
di un documento che peraltro  purtroppo forse un falso, era approdato nell'Europa feudale e
cavalleresca anche dall'Oriente bizantino fino da quando, verso il 1091, il basileus Alessio I Comneno
avrebbe chiesto a Roberto I conte di Fiandra - pi tardi tra i pi intelligenti e valorosi capi della
cosiddetta "prima crociata", tra 1096 e 1099 - il contributo dei milites franchi pesantemente armati
contro i peceneghi e i turchi selgiuchidi che gli davano molto filo da torcere:
Ma che dire di pi? Veniamo a cose anche peggiori. Hanno degradato sodomizzandoli gli
uomini di ogni et e rango: ragazzi, adolescenti, giovani, vecchi, nobili, servi, e, ci che  peggio e pi
perverso, ecclesiastici e monaci e perfino - oh! che vergogna! una cosa che dall'inizio del tempo non 
mai stata detta o udita - i vescovi! Hanno quasi ucciso un vescovo con questo nefando peccato[43].
La testimonianza, va detto,  sospetta. Essa riecheggia alla lontana gli appelli lanciati
dall'imperatore bizantino una quindicina di anni prima, cio all'indomani della sconfitta di Manzikert
da lui subita ad opera dei selgiuchidi, e quello di Alessio I Comneno giunto e discusso nella primavera
del 1095 durante il concilio di Piacenza: appelli che, per quanto l'orgogliosa nobilt guerriera franca
cos mostrasse d'intenderli, non erano tanto una supplicante richiesta d'aiuto quanto un bando
d'arruolamento di foreign fighters che avrebbero dovuto raggiungere come mercenari le truppe
bizantine. Su un appello del genere si fond papa Urbano II nella sua allocuzione alla fine del concilio
di Clermont del novembre successivo, quello dal quale si fa scaturire formalmente la "prima crociata".
Nel 1091, peraltro, Alessio I una grossa gatta da pelare ce l'aveva davvero: ma per colpa non gi dei
selgiuchidi, la minaccia dei quali si era stabilizzata, o dei peceneghi, molti dei quali erano addirittura al
suo servizio mercenario, bens dei normanni di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Boemondo che
avevano assalito le coste epirote con le loro incursioni corsare.
Mentre i testi della Collectio Cluniacensis avevano gi cominciato a circolare e il movimento
crociato aveva gi avuto il suo decollo in Terrasanta come nella penisola iberica, il tema del contagio
omosessuale passato dall'Islam a minacciare la stessa Cristianit infetta dall'eresia si andava
affermando. Una sottintesa ma ci nonostante risentita denunzia almeno indirettamente volta a colpire
tendenze se non addirittura consuetudini sodomitiche si coglie con evidenza nelle parole che Bernardo
di Clairvaux, celebrando nel suo De laude novae militiae l'istituzione della "nuova cavalleria"
templare, dedica ai cavalieri mondani del suo tempo:
Qual  dunque lo scopo, e quali i vantaggi, di quella cavalleria mondana che, pi che "milizia",
definirei "malizia", dal momento che i suoi componenti peccano mortalmente quando uccidono e
muoiono di morte eterna se vengono uccisi?
Per usare le parole dell'Apostolo, Colui che ara la terra deve farlo nella speranza, e colui che
batte il grano deve sperare di raccoglierne i frutti. Che cos' mai allora, o cavalieri, questo errore cos
stupefacente, quest'insopportabile follia che vi fa guerreggiare con tanto grandi spese e tanti affanni
senz'altra ricompensa che la morte o il delitto?
Voi bardate di seta i vostri cavalli, e sopra le corazze indossate non so che veli ondeggianti;
colorate le lance, gli scudi e le selle con tinte sgargianti; ornate d'oro, d'argento e di pietre preziose le
redini e gli sproni; e con tutto questo sfarzo vi precipitate alla morte, con un furore del quale dovreste
vergognarvi e una bestialit che v'impedisce di provar vergogna.
Ma sono abbigliamenti degni di guerrieri, questi, o fronzoli da donna? Oppure pensate che la
spada del nemico risparmier l'oro, rispetter le pietre preziose, non riuscir a tagliare la seta?[44]
Per una sorta di contrappasso, Bernardo aveva vergato la sua splendida requisitoria contro la
militia huius saeculi, immo potius malitia, consegnando alla Cristianit come luminoso esempio da
seguire la nova militia dei Templari che, armati et non ornati, mostravano le loro spade e le loro
armature di puro acciaio senza dorature e niellature, i loro capelli rasati e sporchi di polvere, le loro
ispide lunghe barbe, ascetici e virili esempi contro la mollities femminea che i cavalieri laici ravviati e
agghindati dovevano aver imparato dai corrotti saraceni; un secolo e mezzo pi tardi anche i cavalieri
del Tempio venivano a loro volta accusati di sodomia e di vizi imparati dai musulmani[45].
Nel mondo cristiano la sodomia era ormai da tempo, o veniva comunque considerata, un aspetto
dell'eresia in genere e di alcuni gruppi ereticali in modo speciale. Enrico di Marcy, "abate di Clairvaux,
successore e allievo di san Bernardo, flagello dei catari e dei valdesi e predicatore della III crociata,
evocava un vento che da Oriente avrebbe riportato in Occidente l'olezzo del peccato nefando"[46],
mentre Alano da Lilla, pi o meno suo contemporaneo, "nel De planctu Naturae denunziava la
sovversione del mondo e la diffusione del vizio"[47], "nel Tractatus contra haereticos additava i
musulmani come gente prona ai piaceri della carne: "tutta la loro vita  infatti immersa nel fetore della
loro lussuria""[48] e infine nel De fide catholica contra haereticos definiva nel suo complesso l'Islam
"una setta abominevole [...] del tutto incline alle volutt della carne"[49].
A queste voci, nonch ovviamente ancora ai testi della Collectio Cluniacensis e alla Summula
brevis di Pietro il Venerabile doveva ispirarsi Giacomo da Vitry allorch, ai primi del Duecento,
andava redigendo la sua Historia orientalis nella quale si dice che Muhammad, hostis naturae, aveva
introdotto di nascosto il vizio sodomitico tra i suoi fedeli, per cui "la maggior parte di loro si 
abbandonata impropriamente a pratiche turpi non solo con entrambi i sessi, ma anche con le bestie"[50],
aggiungendo che i saraceni pi colti e intelligenti, che conoscevano gli scritti degli antichi e i testi
cristiani, si sarebbero senza dubbio convertiti al cristianesimo se non fossero stati trattenuti dalla
permissivit sessuale che la legge consentiva: un parere che trovava d'accordo Matteo di Parigi.
Ormai, dalla sodomia eterosessuale denunziata da Pietro di Poitiers e taciuta da Pietro il
Venerabile, si era passati senza una giustificazione documentaria sia pur falsa o sospetta alla sodomia
omosessuale e ai rapporti sessuali con gli animali. Il tema della generalizzata tendenza dei musulmani
alle pratiche sodomitiche indiscriminate sembrava definitivamente consolidato: e come tale sarebbe
giunto, verso la fine del Duecento, ai controversisti ch'erano anche progettatori e teorizzatori di una
nuova crociata secondo i piani avviati per volont di Gregorio X durante il secondo concilio di Lione:
tra essi Fidenzio da Padova che, nel suo Liber recuperationis Terrae Sanctae, avrebbe considerato
quell'immondo vizio come una ragione in s sufficiente, anche a prescindere dalle altre, per una nuova
e risolutiva spedizione armata, e Guglielmo de Adam nel De modo Sarracenos extirpandi[51].
Si and cos delineando un topos secondo il quale l'etica "pagana" ("eresia cristiana", per dirla
come le chansons de geste definivano i musulmani, attribuendo loro una religione idolatra fantastica
estranea all'esegesi dotta dell'Islam) era in realt il diabolico rovescio di quella cristiana. Tale tema
avrebbe avuto molta fortuna anche in et moderna e sarebbe circolato fra trattatisti, controversisti e
pellegrini, adattandosi ad ogni aspetto della vita e del costume di cristiani e musulmani contrapposti[52].
In questo contesto, l'accusa di pratiche sodomitiche assumeva il ruolo di un dato che, condannato nel
mondo cristiano fino a venir respinto nell'inferno ereticale, era invece un titolo identitario dell'Islam e
della sua immoralit priva non solo di equilibrio e di razionalit, ma anche e soprattutto di pudore.
[1]  Cfr. Compostella, Cinisello Balsamo, 1989; AA.VV., Santiago. L'Europa del
pellegrinaggio, a cura di P. Caucci von Saucken, Milano, 1993.
[2]  Per la complessa questione del vexillum sancti Petri, che intorno a quei medesimi anni fu
distribuito a molti capi militari in cause che la Chiesa di Roma riteneva meritevoli e intendeva avallare
- anche con l'evidente intenzione di arrogarsene la gestione e gestirne i risultati - cfr. C. Erdmann, Alle
origini dell'idea di crociata, Bologna, 1975, pp. 184-185.
[3]  L'autorit di amir al-muslimin, "principe dei credenti", titolo portato dai capi almoravidi ed
evidentemente ricalcato su quello di amir al-mu'minin, "principe dei fedeli", proprio dei califfi
abbasidi di Baghdad, era allora esercitata, con centro in Marrakesh, da Ali fratello di Tamin.
[4]  Al-Maqqari, Anecdotes sur l'histoire et la littrature des arabes d'Espagne, a cura di R.
Dozy, G. Dugat, L. Krehl e W. Wright, vol. II, Lrida, 1861, pp. 674, 678.
[5]  P. Guichard, Gli stati musulmani del Maghreb, in AA.VV., Il medioevo arabo e islamico,
s.d., s.l., p. 173.
[6]  Thomae Aquinatis, Summa contra gentiles, I, 6, a cura di T.S. Centi O.P., Bologna, 2000,
pp. 82-83.
[7]  Sul tema generale delle relazioni tra le due fedi, va subito detto che  essenziale il
sistematico ricorso alla consultazione dell'opera Christian-Muslim Relations. A Bibliographical
History, a cura di D. Thomas et al., Leiden-Boston, 2009 ss.
[8]  Cfr. Thomas d'Aquin, Les raisons de la foi, Paris, 1999, pp. 30-35, passim; a proposito di
tale opera cfr. L. Hagemann, Missionstheoretische Anstze bei Thomas Aquin in seiner Schrift "De
rationibus fidei", in "Miscellanea Mediaevalia", 19, 1988, pp. 459-483.
[9]  L. Hagemann, Die erste lateinische Koranbersetzung. Mittel zur Verstndigung zwischen
Christen und Muslimen im Mittelalter?, in "Miscellanea Mediaevalia", 17, 1985, pp. 45-58.
[10]  Cfr. R. Haddad, La Trinit divine chez les thologiens arabes, 750-1050, Paris, 1985.
[11]  Cfr. D. Bouthillier e J.-P. Torrell, Pierre le Vnrable et sa vision du monde, Louvain, 1986
e N. Daniel, L'Islam en Occident, Paris, 1993.
[12]  Cfr. L. Gardet, La connaissance que Thomas d'Aquin put avoir du monde musulman, in
Aquinas and Problems of His Time, a cura di G. Verbeke e D. Verhelst, Leeuwen, 1976, pp. 139-149.
[13]  Cfr. J.-M. Merigoux, Un prcurseur du dialogue islamo-chrtien: frre Ricoldo
(1243-1320), in "Revue de Thologie", 73, 1973, pp. 609-621. A Mart  attribuita anche una breve
confutazione dell'Islam, il De secta Machometi, scritta verso il 1258 e circolata sotto titoli vari: vi si
accusava il Profeta di aver insegnato che la sodomia era cosa lecita.
[14]  Cfr. J.-M. Merigoux, L'ouvrage d'un frre prcheur florentin en Orient  la fin du XIII
sicle: le "Contra legem sarracenorum" de Riccoldo da Monte di Croce, in "Memorie domenicane",
n.s., 17, 1986, pp. 1-144.
[15]  Inf., V, 58-59. Sulla lata contaminatio tra Ovidio, Metamorfosi, IV, 58-88 e Orosio, II, II,
1, il cui "ut cuique libitum esset liberum fieret" Dante ha tradotto alla lettera, cfr. G.R. Sassoli,
Semiramide, in Enciclopedia dantesca, IV, p. 152.
[16]  M. Jevolella, Introduzione a Ibn Hazm, Il collare della colomba. Sull'amore e sugli amanti,
a cura di M. Jevolella, Milano, 2010, p. IX.
[17]  Ibn Hazm, Il collare, cit., p. 203.
[18]  A. Castro, La Spagna nella sua realt storica, Firenze 1955, p. 381.
[19]  Jevolella, Introduzione a Ibn Hazm, Il collare, cit., p. XIV.
[20]  Ibidem, p. XV.
[21]  Ibidem, p. X.
[22]  Ibn Hazm, Il collare, cit., pp. 161-204.
[23]  Una concezione approdata com' noto, al di l delle sue peraltro esili ed equivoche fonti
medievali, al Tristan und Isolde di Richard Wagner (cfr. R. Wagner, Tristan und Isolde, a cura del
Teatro dell'Opera di Roma, Roma, 2016).
[24]  Corano, II, 190.
[25]  Jevolella, Introduzione, cit., p. X.
[26]  In generale su questi e altri temi, cfr. ora B. Deen Schildgen, Dante e l'Oriente, Roma,
2016.
[27]  Ma riguardo a ci, cfr. M. Salem Elsheikh, Lettura (faziosa) dell'episodio di Muhammad,
Inferno, XXVIII, in "Quaderni di filologia romanza", 23, 2015, n.s., 2, pp. 263-299.
[28]  A. D'Ancona, La leggenda di Maometto in Occidente (1889), nuova edizione a cura di A.
Borruso, Roma, 1994. Cfr. inoltre: P. Locatin, Maometto negli antichi commenti alla Commedia, in
"L'Alighieri", XX, 2002, pp. 41-75; C. Di Fonzo, Dalla "terza" redazione inedita dell'Ottimo
Commento. Il canto di Maometto: una nuova fonte, in "Studi danteschi", LXVI, 2001, pp. 35-62; R.
Morosini, Il "Roman de Mahomet" (1258) tra tradizione e riscrittura nei commenti danteschi del XIV
secolo e nella "Cronica" di Giovanni Villani, in "Letteratura italiana antica", VI, 2005, pp. 293-317;
Ead., Dante, il Profeta e il Libro, Roma, 2018. Per l'edizione di una nota fonte duecentesca romanzesca
francosettentrionale, evidentemente non ignota al Boccaccio che va considerato l'autentico e originale
fondatore con la sua versione della "favola delle tre anella" e con la novella di ser Torello, entrambe
contenute nel Decameron, della Legenda aurea, cfr. Alexandre du Pont, Le Roman de Mahomet, nuova
edizione, a cura di Y.G. Lepage, Louvain, 1996.
[29]  Per il simbolo del fuoco nel Medioevo e la relativa, sterminata bibliografia, cfr. J.-P.
Leguay, Le feu au Moyen ge, Rennes, 2008, passim.
[30]  Cfr. Inf., IV, vv. 129-144.
[31]  "Averrois, che 'l gran comento feo" (Inf., IV, 144).
[32]  Tra Africa settentrionale e Vicino Oriente la parola bedu indica propriamente il nomade del
deserto.
[33]  Hieronymi Vita Hilarionis Heremitae, 16, 1, a cura di A.A.R. Bastiaensen in Vite dei santi,
a cura di C. Mohrmann, vol. IV, Milano, 1975, p. 108; cfr. Il Demonio e i suoi complici. Dottrine e
credenze demonologiche della tarda antichit, a cura di S. Pricoco, Soveria Mannelli, 1995.
[34]  Is, 4, 12.
[35]  Hieronymi Commentarium in Isaiam, 14, in P.L., XXIV, col. 161.
[36]  Poi pi volte affermato anzi esacerbato, dagli almohadi del mahdi berbero e sciita Ibn
Tumart nell'XI secolo fino ai wahhabiti dal Settecento alla nostra era.
[37]  Cit. in J. Flori, La premire croisade, Bruxelles, 1992, p. 187.
[38]  Seguiamo qui le ricche indicazioni di V. Lavenia, Sessualit, islamofobia e inquisizioni
nell'Europa moderna, in Le trasgressioni della carne. Il desiderio omosessuale nel mondo islamico e
cristiano, secc. XII-XX, Roma, 2015, pp. 109 ss.
[39]  Cfr. J. Boswell, Cristianesimo, tolleranza, omosessualit. La Chiesa e gli omosessuali
dalle origini al XIV secolo, Milano, 1989, pp. 238-239.
[40]  Cfr. J.V. Tolan, Saracens, Islam in the Medieval European Imagination, New York, 2002,
pp. 85-97.
[41]  Cit. da Lavenia, Sessualit, cit., p. 110, che a sua volta riprende la citazione da J. Kritzeck,
Peter the Venerable and Islam, Princeton, NJ, 1964, pp. 215-217, studio fondamentale per la
ricostruzione della Collectio Cluniacensis.
[42]  Corano, II, al-Baqara, "La Vacca", 223.
[43]  Cit. in Boswell, Cristianesimo, cit., p. 344; cfr. ibidem, pp. 456-459.
[44]  Bernardi Claraevallensis Liber de laude novae militiae, II, 3 (Bernardo di Clairvaux, Lode
della nuova cavalleria, a cura di F. Cardini, Rimini, 2017, pp. 164-165).
[45]  Cfr. M. Steckler, Brotherhood of Vice: Sodomy, Islam, and the Knights Templar, in
"Perspectives. A Journal of Historical Inquiry", 34, 2008, pp. 13-28.
[46]  Lavenia, Sessualit, cit., p. 109.
[47]  Ibidem.
[48]  Ibidem.
[49]  Alani de Insulis De fide catholica contra hereticos libri quattuor, in P.L., CCX, coll. 305
ss.
[50]  Cfr. J. Wafer, Muhammad and Male Sexuality, e L. Crompton, Male Love and Islamic Law
in Arabic Spain, entrambi in Islamic Homosexualities: Culture, History, and Literature, a cura di S.O.
Murray e W. Roscoe, New York-London, 1997, rispettivamente pp. 87-96 e 142-157.
[51]  Cfr. Tolan, Saracens, cit., p. 210, e Boswell, Cristianesimo, cit., pp. 345-346, 367-368.
[52]  G. Vercellin, Harem e lussuria nel pregiudizio occidentale verso gli arabi, in "Islam",
VIII, 3, 1989, pp. 177-193; Id., Tra veli e turbanti, Venezia, 2000.
Capitolo terzo
Dalle moschee alle cattedrali...
Gli almohadi in al-Andalus
Dopo questa lunga digressione tra poeti e innamorati, tra virt e vizi e tra santi e teologi,
riprendiamo il filo del nostro discorso.
Il potere almoravide and presto deteriorandosi a causa tanto della riscossa militare dei regni
cristiani di Spagna (soprattutto di quello d'Aragona), quanto d'una nuova corrente mistico-teologica
sviluppatasi nel Maghreb a partire dal secondo quarto del XII secolo. Gli al-Muwahiddun (detti
"almohadi"), i "fedeli dell'unit divina", erano sorti nel pieno del Marocco berbero come movimento
politico-religioso a carattere rigoristico guidato dal mahdi[1] Muhammad ibn Tumart, il quale si era
opposto con indignato rigore alle concessioni all'antropomorfismo letterale del Corano in qualche
modo accettate o consentite dai teologi almoravidi. Alla sua morte, nel 1130, gli era succeduto Abd
al-Mumin che tra 1130 e 1163 si era proclamato califfo, aveva insediato la sua capitale a Marrakesh e
spazzato via il potere almoravide dall'Africa.
Non che i principi e le genti di al-Andalus, ch'erano gi stati provati dalla tirannia rigorista
degli almoravidi, si mostrassero granch entusiasti dei pii e tetri almohadi. Per i nuovi venuti avevano
segnato a loro vantaggio una serie di punti vittoriosi contro i castigliani, obbligando nel 1149 Alfonso
VII ad abbandonare l'assedio di Cordova, occupando Granada dove gli almoravidi erano fino ad allora
riusciti a organizzare una loro resistenza e facendo sloggiare i castigliani da Almera, Baeza e beda.
Ma i loro successi avevano preoccupato soprattutto l'emiro di Murcia e di Valenza Ibn Mardanish, che
tra 1158 e 1172 intraprese fra l'Andalusia e l'al-Sharq[2] di al-Andalus, cio quel che gli spagnoli
chiamano appunto el Levante ibrico, una serie di spedizioni militari abili e audaci contro i nuovi
venuti africani: esse si espressero nel tentativo (peraltro fallito) del 1162 di strappar loro Granada e in
quello di resistere nel Levante.
Dovette essere anche l'azione del valoroso emiro di Valenza a convincere il califfo almohade
Abd al-Mumin, che aveva frattanto occupato tutto il Maghreb e cacciato i normanni di Sicilia dalle citt
della costa nordafricana ch'essi avevano fino ad allora occupato, a sbarcare a sua volta in al-Andalus.
Egli non riusc comunque ad aver la meglio sul valenzano: venne a mancare nel 1163. La successione
di suo figlio Abu Yaqub Yusuf, emiro dal 1163 ma che solo nel 1167 avrebbe rivendicato il titolo
califfale, non fu sulle prime facile n nel Maghreb, n in al-Andalus. I residui dinasti musulmani che
non si rassegnavano al duro potere almohade consentirono o comunque facilitarono una certa ripresa
delle offensive cristiane, dal Portogallo dove fu conquistata nel 1165 Evora fino all'Estremadura. Solo
nel 1172, quando Ibn Mardanish giunse alla fine dei suoi giorni e i suoi figli si arresero agli almohadi,
il califfo pot lanciare contro la frontiera castigliana un jihad che tuttavia fall; ma intanto egli dava
avvio a un ambizioso programma edilizio che avrebbe rinnovato la citt di Siviglia.
I dodici anni che seguirono furono molto incerti per le sorti della guerra islamo-cristiana.
Castigliani, aragonesi e portoghesi non riuscirono a saldare i loro sforzi con quelli dei dinasti
musulmani non sottomessi agli almohadi, per quanto il "re" della taifa di Jan, Ibn Madanis (il Rey
Lobo delle cronache spagnole), si fosse dichiarato vassallo di Alfonso VII di Castiglia e i principi
corsari signori delle Baleari appartenenti alla dinastia dei Banu Ghaniya non esitassero a colpire le
coste marocchine. Ma Abu Yaqub Yusuf non ce la fece a battere n i castigliani, n i portoghesi; e mor
nel 1184 per le ferite riportate durante il lungo e inutile assedio di Santarm.
Le cose cambiarono con suo figlio, Abu Yusuf Yaqub, che rapidamente s'impose ottenendo il
riconoscimento della sua dignit califfale tanto in Andalusia quanto in Africa e che avvi una vigorosa
politica di contrattacco nei confronti di portoghesi e di castigliani. Nel luglio del 1195 egli sconfisse
clamorosamente Alfonso VIII di Castiglia nella battaglia di Alarcos, alla quale fecero seguito le razzie
della regione di Toledo e del bacino del Tago. Ormai, anche Abu Yusuf era al-Mansur, "il
Vittorioso"[3].
Quando il grande scontro campale di Alarcos ebbe luogo, erano passati appena otto anni dalla
sconfitta di Hattin e dalla riconquista musulmana di Gerusalemme: la Cristianit si sentiva ora serrata
in una morsa. Senza dubbio l'impressione di pericolo imminente ebbe il suo ruolo nell'elezione d'un
pontefice come Lotario di Segni, che si presentava ben deciso a rilanciare la crociata e che, divenuto
nel 1198 papa Innocenzo III, ne avrebbe fatto uno dei perni del suo programma di governo della
Chiesa. Visto il pericolo che si andava profilando per i cristiani al di l dei Pirenei, gli aquitani che
avevano fatto voto di partire crociati per la Terrasanta furono autorizzati a commutare il loro voto in
una spedizione iberica. La presa da parte degli almohadi del castello di Salvatierra, nel 1210, indusse il
papa a una nuova crociata diretta in Spagna e che venne predicata anche in Francia. Una campagna cui
parteciparono i re Alfonso di Castiglia e Pietro d'Aragona, cui si aggiunse pi tardi Sancho di Navarra
oltre a molti cavalieri spagnoli, portoghesi e francomeridionali, condusse il 17 luglio del 1212 alla
grande vittoria di Las Navas de Tolosa, nella battaglia combattuta a Mesa del Rey, ai piedi della Sierra
Morena, presso il passo di Despeaperros, la porta naturale attraverso cui si transita dall'altipiano di
Castiglia-La Mancha alla vallata andalusa del Guadalquivir[4]. Con questo episodio la storia volt
pagina.
Scampato al massacro della battaglia Muhammad al-Nasir, figlio e successsore di Abu Yusuf, si
rifugi a Marrakesh, probabilmente temendo una nuova avanzata e preferendo organizzare la resistenza
da un luogo pi sicuro. Ma al momento non pare che in campo cristiano la vittoria fosse stata salutata
come un evento cos epocale: agli ordini del vescovo Rodrigo Jimnez de Rada i castigliani si dettero a
rinforzare le difese, costruendo fortezze sulla strada per Toledo, piuttosto che penetrare pi
decisamente nel territorio nemico. Fu invece nel corso del regno di Yusuf al-Mustansir, figlio e
successore di Muhammad, che le tendenze centrifughe ormai presenti non pi solo nel Maghreb ma
anche nella stessa al-Andalus, si manifestarono senza tregua: il regno si and sgretolando pezzo dietro
pezzo, talvolta anche a causa di contese in seno alla stessa dinastia almohade. Gli ultimi discendenti
dell'emirato trovarono rifugio nelle montagne dell'Atlante: ma nel 1276, alla fine di un assedio durato
sette anni, vennero sterminati. Fu un segno del destino che questa grande dinastia dovesse trovare
l'estinzione proprio in quei territori che l'avevano generata.
Dalla giornata di Las Navas, che aveva vendicato lo smacco di Alarcos, il territorio andaluso
venne direttamente coinvolto in una dinamica militare che avrebbe conosciuto alterne vicende ma che
si sarebbe conclusa meno di tre secoli dopo con la cancellazione dei potentati musulmani dalla penisola
iberica: per quanto ci non coincidesse affatto con la fine della cultura musulmana in quell'area, e tanto
meno con la cancellazione della memoria di essa.
D'altronde tutta la situazione spagnola era particolare rispetto sia al resto dell'Europa, sia a
quanto riguardava la lotta fra cristiani e musulmani in Terrasanta. La tendenza dei re di Castiglia e
d'Aragona a considerare sempre pi i rapporti con i potentati islamici della penisola iberica qualcosa
ch'essi avrebbero dovuto regolare da soli era parsa assecondata, subito all'indomani di Las Navas de
Tolosa, anche dai pontefici[5]. Innocenzo III parve quasi contrariato della grande vittoria: scrivendo ad
Alfonso di Castiglia, lo incitava - e c' da chiedersi fino a che punto si trattasse d'una pura espressione
di retorica devota - a non gloriarsi della vittoria, perch essa apparteneva solo al Signore; quanto a
Pietro II d'Aragona,  significativo ch'egli, uno degli eroi crociati di Las Navas de Tolosa, cadesse
proprio un anno dopo il suo trionfo, durante la battaglia di Muret, combattendo al fianco del conte di
Tolosa per l'indipendenza dell'Occitania contro i crociati di Simone di Monfort.
Sulle prime, anche Onorio III succedendo a Innocenzo ribad che la crociata di Spagna non
avrebbe dovuto distogliere forze all'Oriente. In effetti, sembrava che le cose nella penisola iberica
avessero ripreso ad andar bene, mentre ormai dall'altra parte del Mediterraneo accadeva
sistematicamente il contrario. Ma quanto meno i francomeridionali continuarono a partecipare alle
imprese iberiche, mentre i crociati che - diretti in Siria via mare dall'Inghilterra, dai Paesi Bassi o
dall'area renana - incrociavano presso le coste portoghesi, sostavano spesso per concorrere alla presa
di qualche piazza costiera saracena. D'altronde gli almohadi entrarono in definitiva crisi a partire dal
secondo quarto del Duecento: dall'Africa non giunsero pi aiuti nella penisola iberica, e di ci
approfittarono tanto i castigliani quanto gli aragonesi. Il califfo almohade al-Mamun (1227-1232)
aveva bisogno dell'indiretto appoggio del re di Castiglia per imporre la sua autorit sulle residue taifas
di al-Andalus e il suo esercito fondava parte della sua efficienza su una forte presenza di mercenari
cristiani.
Con l'aiuto costante degli Ordini militari spagnoli e l'appoggio delle indulgenze concesse dal
papa, Giacomo I d'Aragona riusciva intanto a conquistare Maiorca con una spedizione durata due anni,
fra il 1229 e il 1231, e a impadronirsi fra 1232 e 1253 del regno di Valenza. Dal canto suo Ferdinando
III di Castiglia - che, al pari di san Luigi, sarebbe stato canonizzato - tra 1230 e 1248 conquist
successivamente Badajoz, Jerez, Cordova e infine Siviglia. Queste vittorie procurarono al santo re di
Castiglia un'immensa fama: egli era il pi grande, tutto sommato l'unico trionfatore dell'Islam in un
mondo nel quale musulmani e mongoli sembravano vittoriosi dappertutto. Ma il fatto che il papa
autorizzasse e anche benedicesse, nel 1246, la crociata che avrebbe condotto alla presa di Siviglia - una
delle pi grandi citt del tempo, dai sovrani di Castiglia prediletta da allora in poi come residenza -
nonostante Luigi IX stesse proprio allora preparando con enorme sforzo la sua grande spedizione in
Egitto e in Terrasanta, prova una volta di pi che, se da un lato  vero che quella iberica era l'"ala
occidentale" del fronte crociato, non meno vero  che ormai si stava affermando e generalizzando
l'idea che la crociata di Spagna fosse un affare degli spagnoli. E lo divenne al punto tale che san
Ferdinando pot finanziare la sua crociata prelevando le tercias reales, cio un terzo delle decime
raccolte dalla Chiesa castigliana.
Con la met del secolo, anche il Portogallo era ormai libero dall'ipoteca musulmana e un nuovo
equilibrio parve raggiunto. Il Marocco era in mano a una nuova dinastia, la merinide, che nel 1269
aveva conquistato Marrakesh: il sultano Abu Yusuf si era affrettato a rinforzare le guarnigioni di
quanto restava di al-Andalus. Da parte castigliana, qualcuno aveva pensato che fosse possibile
organizzare addirittura una crociata per conquistare il Maghreb. Ma Alfonso X, succeduto al padre
Ferdinando III come re di Castiglia, dopo aver tentato l'alleanza con inglesi e danesi - le navi dei quali
avrebbero potuto aggredire il Maghreb dalle coste atlantiche - e aver compiuto qualche assaggio in
terra marocchina, prefer consolidare le sue conquiste, espellere dalla zona di Murcia i musulmani che
si erano rivelati particolarmente riottosi e accettare il fatto che l'ultima grande citt di al-Andalus,
Granada, fosse per il momento imprendibile. La frontiera tra Spagna cristiana e Spagna musulmana
restava una terra ardua a sorvegliarsi: l, fra 1271 e 1273, parecchi nobili cristiani preferirono render
omaggio feudale al sultano maghrebino piuttosto che piegarsi ad Alfonso.
Quel che restava di al-Andalus era nel frattempo passato sotto il controllo di una nuova dinastia,
quella degli emiri detti "nasridi" dal nome del fondatore Muhammad bin Yusuf bin Nasr. Essi avevano
insediato la loro nuova capitale in Granada e, nonostante potessero contare su un territorio ridotto
rispetto a quello dei loro predecessori, si rivelarono tutt'altro che proni al sultano merinide che ambiva
presentarsi come la loro unica speranza di fronte ai cristiani; anzi, nel 1279 l'emiro nasride Abdallah
Muhammad II sigl con la Repubblica di Genova un trattato di commercio vantaggioso per i liguri, che
insediavano in Granada una loro colonia.  proprio anzi alla loro capacit diplomatica che i nasridi
dovettero la lunga sopravvivenza della loro dinastia, giocando anche sui conflitti tra castigliani e
aragonesi.
Sotto il profilo culturale l'epoca nasride tenne testa allo splendore della tradizione precedente:
nella seconda met del XIII secolo ebbero inizio i lavori, continuati nel secolo successivo, per
l'Alhambra, una delle massime realizzazioni dell'architettura musulmana e sintesi eccelsa dell'arte del
giardino islamico[6]. In essa la cultura musulmana ricca delle esperienze sia egiziana, sia siriana, sia
indopersiana metteva a frutto modelli diversi e nozioni di geoponica, d'idraulica, di botanica ma anche
di matematica e di geometria: non solo per la ripartizione dei canali, dei sentieri e delle aree da
deputare alla coltivazione delle differenti essenze vegetali, ma anche per la scelta soprattutto dei fiori
dei quali il grande filosofo, geografo e matematico iranico del X-XI secolo al-Biruni, nella sua
Cronologia, aveva insegnato ad apprezzare la struttura geometrica e il contrasto cromatico quali aspetti
dell'ordine cosmico.
Fu soprattutto in al-Andalus, nella Spagna dominata dai musulmani, che fu messa a punto la
tecnica delle regole d'irrigazione, che in arabo si chiamavano sakiya (da cui lo spagnolo acequia). Tra
X e XI secolo viveva, lavorava e pensava a Cordova il medico, agronomo e botanico Ibn Juljul. Egli si
serv del trattato di botanica di Dioscoride, ch'era stato tradotto dal greco in arabo a Baghdad: in tal
modo venne rinnovata la iatrobotanica e si fondarono autentici "orti botanici" a Toledo, Almera e
Siviglia. In epoca almoravide, tra XI e XII secolo, furono creati a Siviglia i giardini dell'Alczar.
Purtroppo si sa poco del sivigliano Ibn al-Awwam, che compose un grosso trattato, il Kitab al-filaha
("Libro dell'agricoltura"), nel quale si discuteva fra l'altro dell'uso dell'astrolabio per sistemare i
terreni e tracciare i canali. Nel corso del XIII secolo gli emiri nasridi edificarono, a dominare la loro
capitale Granada, il Qalat al-hamra (la "Fortezza rossa"), destinato a diventar celebre col suo nome,
ispanizzato, di Alhambra: esso si ergeva attorno a un nucleo primitivo, un palazzo il cuore del quale
erano la "Fontana dei Leoni" che celebrava il re e profeta Salomone e il "Giardino dei mirti": essi
erano stati gi cantati, nella prima met dell'XI secolo, dal poeta ebreo Ibn Gabirol. Sembra che il
primo nucleo dell'Alhambra si debba in effetti a un visir ebreo dell'emiro arabo al-Badis. Pi tardi vi si
sarebbe aggiunto il "Giardino dell'architetto", il Ganneth al-arif, ispanizzato in Generalife.
Dialogo, missione, crociata
Mentre l'Andalusia veniva progressivamente conquistata dalle potenze spagnole cristiane e
l'emirato nasride si apprestava a scrivere l'ultimo capitolo della presenza politica e militare musulmana
nella regione, l'attivit intellettuale e il dibattito da essa generato continuavano. Sforziamoci di non
perdere di vista quest'aspetto fondamentale della questione sfidando ancora una volta le trappole della
successione cronologica.
Si  tornati oggi a discutere a proposito dei due miti in qualche modo contrapposti che
caratterizzano la storia spagnola dei secoli VIII-XV e che rispettivamente sono stati sostenuti in
reciproca opposizione - anche se non sono mancati tentativi di accettarli entrambi e di farli convivere
-: quello d'una Reconquista cristiana come coerente e programmata volont da parte dei regni del nord
di reagire all'invasione musulmana e di liberare e purificare la penisola iberica dalla presenza degli
infedeli, e quello della Spagna delle "tre culture" nella quale - soprattutto in area "mora", ma con
qualche riserva anche in quella cristiana - i fedeli di Mos, di Ges e di Muhammad avrebbero
convissuto pacificamente, spesso addirittura cordialmente[7].
La necessit di reagire a tali affermazioni schematiche e di disincantare pregiudizi di tal genere,
i quali stanno di nuovo dilagando in Spagna e nel mondo occidentale anche a causa d'un loro
spregiudicato uso da parte di alcuni mass media, conferisce un valore anche civico all'opportunit di
ripercorrere fasi, aspetti e momenti del rapporto tra Spagna cristiana, Sefarad ebraica e al-Andalus
musulmana insistendo sul periodo che al riguardo fu decisivo, quello tra XII e XIV secolo, che nella
penisola iberica  segnato dai nomi di due illustri e per molti aspetti commoventi testimoni del loro
tempo: un filosofo, teologo e medico ebreo per il quale lo studio e il pensiero erano prima di tutto un
servizio reso a Dio e al genere umano, e un teologo, filosofo e mistico francescano nativo delle Baleari.
Il grande pensatore ebreo Moshe ben Maimon - uno dei tre padri della cultura filosofica
europea moderna, insieme con il musulmano Ibn Rushd, Averro, e con il cristiano Pietro Abelardo -
nacque a Cordova nel 1138 e mor al Cairo nel 1204. Visse quindi alcuni dei decenni dell'incontro pi
intenso e profondo fra le tre religioni scaturite dal messaggio monoteistico di Abramo: incontro
ch'ebbe come teatro privilegiato il bacino mediterraneo e in particolare proprio le tre regioni nelle quali
egli spese la sua esistenza: la penisola iberica, la Sefarad degli ebrei, l'al-Andalus degli arabi; la
Terrasanta dei cristiani, l'Eretz Israel degli ebrei; infine l'Egitto, la terra che il sultano Yussuf ibn
Ayyub Salah al-Din, il "Saladino" degli euro-occidentali, aveva riconsegnato all'Islam sunnita dopo la
lunga egemonia sciita imposta dai califfi fatimidi e dove, insieme con una florida comunit cristiana
copta, era fortemente radicata la tradizione ebraica. Costretto dall'intolleranza almohade a lasciare la
sua terra andalusa, a lungo sospettato d'essersi piegato all'abiura dell'ebraismo, coinvolto nelle
polemiche tra le differenti comunit ebraiche residenti in quell'Egitto nel quale era arrivato
ventisettenne nel 1165, ancora al tempo del califfato fatimide sciita, e dove aveva assistito alla
conquista sunnita condotta nel 1171 da Salah al-Din, fu appunto alla corte sultaniale degli ayyubidi
eredi del grande principe curdo ch'egli trov asilo e conforto. Maimonide sarebbe divenuto nel 1172
naghid - cio capo della locale comunit ebraica - e quindi medico del sultano Saladino e dei
successori fino alla sua scomparsa, nel 1204[8].
La fase intollerantistica gestita dagli almohadi, tuttavia, termin presto: la dinastia berbera
permise l'impiantarsi tra i musulmani in Marocco di culti simili a quelli santorali cristiani, mentre una
rinnovata libert di ricerca dava luogo al fiorire di pensatori come Ibn Tufayl e - dopo i primi sospetti
nei suoi confronti - Averro. Anche l'economia ebbe un forte rilancio sotto la nuova dinastia, attenta
allo sviluppo agricolo realizzato grazie a un massiccio impegno nel miglioramento delle opere
d'irrigazione; senza dimenticare i commerci, a proposito dei quali si stipularono alleanze con le citt
italiane del Mediterraneo occidentale, anche quest'ultimo un segno della duttilit della dinastia
almohade.
Nel XII secolo, i tempi erano ormai maturi perch una delle personalit pi autorevoli della
Chiesa di allora, Pietro il Venerabile abate di Cluny, si facesse protagonista d'una straordinaria
iniziativa che ebbe come centro Toledo, da poco pi di mezzo secolo restituita alla Cristianit, e quale
garante l'arcivescovo stesso della citt, Raimondo di Sauvtat. L'"imperatore" Alfonso VII di Castiglia
appoggi l'esperienza dell'abate di Cluny, che da un lato lavorava con convinzione alla maggiore e
miglior conoscenza dell'Islam, mentre dall'altro sosteneva con forza la necessit di combattere i
potentati musulmani iberici.
Dall'impresa di Pietro nacque l'attivit di un'quipe che, con la consulenza di musulmani e di
ebrei, provvide a una prima traduzione del Corano che porta il nome di Roberto di Ketton nel
Rutlandshire: essa, a quel che pare ottenuta attraverso una serie di versioni - dall'arabo in ebraico e in
castigliano, quindi in latino -, per quanto risultasse piuttosto confusa, lacunosa e incompleta, fu tanto
importante da restare fondamentale per i quattro secoli successivi. Naturalmente non si deve pensare a
un gruppo organico e strutturato di traduttori: si tratt piuttosto di una costellazione di personaggi che
agivano sulla base di una rete di relazioni.
La fatica del gruppo coordinato dal Venerabile non si ferm al Corano. Per quanto si possano
individuare almeno tre nuclei fondamentali di questa densa attivit - uno spagnolo, uno inglese, uno
italo-meridionale - il ruolo della penisola iberica resta centrale. I testi islamici redatti in versione latina
per cura di traduttori come Giovanni di Siviglia, Domenico Gundisalvi, Ermanno di Carinzia, Platone
di Tivoli, Gerardo di Cremona, e quelli islamologici redatti sulla base del rinnovato approccio rimasero
a lungo la base della forma migliore di conoscenza dell'Islam di cui l'Europa medievale disponesse.
Non si pu dire che Pietro avesse tratto da quegli studi tutte le conseguenze cui avrebbe potuto
giungere: tuttavia, come si pu vedere nei suoi due trattati, la compendiosa Summa totius haeresis
Saracenorum e il pi ampio Liber contra sectam sive haeresim Saracenorum, egli segn progressi
importanti, che in molti casi presentavano consonanze con opere come la Dilexis sarrakeno ki
christiano di Giovanni Damasceno, che pure il Venerabile almeno in un primo momento non poteva
conoscere, dato che gli opuscoli del Damasceno furono tradotti da Burgundio da Pisa solo verso il
1148-50. L'interesse di Pietro per l'Islam non si trasform tuttavia in una miglior comprensione della
figura e dell'opera del suo fondatore: Muhammad restava un apostata e un eretico; era necessario
raggiungere con l'amore e la conoscenza i musulmani, persuaderli dei loro errori, convincerli a
convertirsi.
Mentre Roberto di Ketton traduceva il Corano, Ermanno di Carinzia si occupava di una
genealogia di Muhammad e Pietro di Toledo - un cristiano mozarabo - traduceva in latino con l'aiuto
del segretario del Venerabile, Pietro di Poitiers, uno scritto apologetico, la Risala di al-Kindi. Con tutti
questi testi, assemblati insieme, si form la collezione per secoli pi completa, sicura e autorevole di
opere islamiche, la gi citata Collectio Cluniacensis. In seguito, Marco di Toledo propose una versione
del Corano ancora migliore della precedente: ed  sintomatico che egli, oltre che il Libro santo,
traducesse dall'arabo sia le opere di Galeno, sia uno scritto controversistico opera probabilmente di un
ex musulmano fattosi cristiano, sia infine un'opera mistica dovuta a Ibn Tumart, il celebre maestro
almohade. In altri termini, svolse da solo il lavoro di un'intera quipe interreligiosa, fondandone con
grande rigore selettivo i presupposti dialogici.
La personalit di Marco di Toledo  sotto molti versi esemplare. Il fine ultimo di studiosi come
lui non era per nulla puro amor di conoscenza: si era, anzi, in una sfera molto pratica. Anzitutto
s'intendeva recare armi alla controversistica: imparare cio a meglio conoscere la dottrina islamica per
meglio poterla confutare. Se questo tipo di atteggiamento  perfettamente comprensibile in un
Occidente ormai guadagnato al metodo del grande amico di Pietro il Venerabile, cio alla logica di
Abelardo, meno chiaro  com'esso poteva recar frutto in un ambito squisitamente missionario.  ovvio
che, nel dar al-Islam, il metodo controversistico avrebbe condotto a un solo esito: il martirio. Senza
dubbio molti cristiani si auguravano di conseguire tale gloria: tuttavia, sul piano degli esiti missionari
pratici, il martirio avrebbe condotto al massimo - n ci poteva esser considerato cosa da poco - agli
esiti gi segnalati fra II e III secolo da Tertulliano, cio a nuove conversioni generate dal sangue dei
martiri. La Chiesa era per al riguardo molto cauta e severa: n la controversia era adatta, n la pratica
missionaria possibile in terra islamica, dov'era proibito confutare direttamente la legge islamica.
Il frutto forse per noi pi importante di questo clima di sia pur difficile convivenza consist in
un episodio che non  in s di fondamentale importanza, ma che  notevole sia perch sta alla base di
un capolavoro, sia perch il "caso" da esso rappresentato  emblematico. Si tratta dell'insieme dei
racconti in arabo che si riferiscono a una tradizione riguardante il Profeta attestata dalla sura 17 del
Corano, quella del "Viaggio notturno" del Profeta, e a una serie di hadith riguardanti il miraj, cio
l'ascensione notturna di Muhammad da Gerusalemme al cielo in sella al cavallo Buraq.
L'originale arabo che coordina questa serie di racconti  andato perduto, ammesso che sia mai
veramente esistito: tuttavia Abraham Alfaquim ne aveva compilato una riduzione dall'arabo al
castigliano della quale verso il 1264 Bonaventura da Siena, domini regis notarius et scriba alla corte di
Alfonso X di Castiglia, aveva ricavato una versione latina e una francese. Presso quel sovrano, proprio
nei medesimi anni, era esule da Firenze il guelfo Brunetto Latini che, viaggiando in Spagna al tempo
della battaglia di Montaperti del 1260, che aveva segnato l'inizio di un periodo di governo ghibellino
nella sua citt, aveva preferito non tornare in patria. Non sappiamo se nella bisaccia di ser Brunetto, che
sarebbe rientrato a Firenze di l a qualche anno, vi fosse una copia del Liber de Scala, o un'epitome, o
degli appunti; non sappiamo per quale via il pi illustre allievo del Latini, Dante Alighieri, sia
pervenuto a conoscere il contenuto di quel testo. Certo  che le analogie tra il Liber e la Divina
Commedia sono tali e tante da consentirci ormai di affermare con sostanziale sicurezza che
l'ascensione del Profeta, ritessuta e rinarrata attraverso una serie di successivi racconti, sia uno dei
fondamenti - il pi profondo forse - del pi grande poema del Medioevo occidentale. Nel 1919
l'arabista spagnolo Miguel Asn Palacios, in un'opera ricca di erudizione e costruita con grande abilit,
rivendicava all'Islam la paternit dell'immaginario dantesco dell'Aldil. La sua tesi, a lungo
contrastata[9], fu confermata dal ritrovamento da parte di Enrico Cerulli di un codice nella Bibliothque
Nationale di Parigi contenente la versione latina e francese del Liber de Scala[10]. Un altro codice
conservato alla Biblioteca Vaticana contiene, oltre al Liber de Scala, anche una copia della cosiddetta
Collectio Toletana[11]. Attratto al pari di san Luigi dal grande problema delle scelte etiche dell'uomo in
rapporto alla sua dignit e ai suoi doveri, il re castigliano avvertiva in modo quasi tragico il problema
del condizionamento delle stelle sul carattere e sulle vicende di ciascuno[12]. Ci lo conduceva alla
riflessione astrologica sugli influssi celesti che in qualche modo "limitano" e "dirigono" il libero
arbitrio, e sulla virt che a sua volta li combatte e li corregge: per questo egli amava tanto il gioco degli
scacchi, che con efficacia presenta il dramma della lotta per la vittoria. Invitando alla sua corte
scienziati musulmani ed ebrei per collaborare con lui al grande progetto di studio dell'animo umano
riflesso nelle Siete partidas, Alfonso seguiva naturalmente la tradizione di magnanimit e d'equit che
gi aveva spinto i suoi predecessori a proteggere le comunit giudaiche e saracene delle citt
conquistate. Ci non gli risparmi peraltro ripetute insurrezioni dei mudjares, i musulmani soggetti ai
cristiani, alle quali si aggiunsero anche insuccessi molto duri, come la perdita di Murcia.
Ma il lavoro intellettuale continuava. Alfonso raccolse il messaggio della grande scuola di
traduzione che aveva avuto Toledo come suo centro - anche se, lo ripetiamo, non si era mai trattato di
un'iniziativa organica e coordinata da una sola volont - e la condusse avanti con coerenza, nonostante
i tempi lo obbligassero spesso a prendere le armi e, come crociato, egli rappresentasse una linea ben pi
concreta e convinta di Federico II. Intraprendente ma non sempre abile n favorito dalla sorte nelle sue
velleit di potere - basti pensare al suo sogno vano di cingere la corona imperiale romano-germanica -
il Re Sapiente fu pi fortunato, e la sua gloria resta in ci pi fulgida, come studioso e come estremo
sostenitore di una linea di rispetto e di comprensione per le comunit differenti dalla cristiana nelle
terre strappate all'Islam: una linea che si stava tuttavia progressivamente modificando e che sarebbe
stata abbandonata alla fine del Quattrocento.
Tra i meriti pi evidenti del Sabio vi sono, insieme con l'impulso delle traduzioni dall'arabo e
dall'ebraico, l'affermazione del castigliano come lingua di cultura oltre che di letteratura e poesia e la
particolare attenzione ai temi e ai testi filosofici, astrologici e naturalistici.
Uno dei prodotti pi tipici del clima di dialogo sostenuto da re Alfonso fu il maiorchino
Raimondo Lullo (1232 ca.-1316), nell'attivit del quale crociata e missione, desiderio di martirio e
speranza della finale conversione di tutte le genti al Cristo, si alternano e si sovrappongono - talora si
contrappongono - di continuo. Raimondo scrisse di teologia, di filosofia, di alchimia, di poesia; us
con perizia il latino, il catalano, l'arabo; visse tumultuosamente come uomo e come terziario
francescano non meno che come studioso lunghi anni nei quali altern, secondo l'opportunit di
momenti diversi, le proposte di pacifica convivenza all'appoggio fornito a varie spedizioni crociate e ai
tentativi originali di organizzare un vero e proprio apostolato teso a convertire i musulmani. Se nel
Llibre de Contemplaci en Du redatto a Maiorca fra 1271 e 1273 - all'indomani della morte di Luigi
IX - egli esprimeva la sua diffidenza e la sua disaffezione nei confronti della crociata in termini non
lontani da quelli esposti dal filosofo francescano Ruggero Bacone (e difatti la sua scuola d'arabo di
Miramar, fondata con l'appoggio di Giacomo I di Maiorca, fu inaugurata nel 1276), nel poemetto
Desconort, composto sembra a Roma nel 1295, fustigava con durezza quella che ormai sembrava la
decisa rinunzia di tutta la Cristianit d'Occidente a recuperare la Citt Santa. Ma i mutamenti
d'opinione in lui cos profondi e frequenti si spiegano - a parte la singolare emotivit che sembra
caratterizzare tanto la sua personalit quanto le sue opere - anche con le incertezze legate ai fatti del
secondo Duecento. Nel romanzo Blanquerna, composto fra 1282 e 1287 e che per certi versi pu
considerarsi uno dei primi esempi di letteratura esotistica, Lullo metteva una dura critica della crociata
sulle labbra, addirittura, di un immaginario inviato del sultano alla corte papale, dimostrando di
conoscere analoghe argomentazioni svolte in effetti dai polemisti musulmani. Il suo Liber de fine,
presentato nel 1305 a Giacomo II d'Aragona e da questi a papa Clemente V, aderiva all'atmosfera dei
grandi progetti di crociata - caratteristici del periodo tra la fine del Duecento e il concilio di Vienne del
1311-12 - per quanto continuasse a sottolineare la necessit di predicare ai saraceni la fede concedendo
loro l'alternativa della conversione. Tale tesi sarebbe tornata pochi anni dopo, nel 1311, con il
Phantasticus, immaginario dialogo fra il "chierico Pietro" e "l'insensato Raimondo", dove si
proponeva la missione come prima e principale strada per l'accesso alla conversione degli infedeli, tra
cui primeggiavano saraceni e tartari, e la crociata come alternativa nel caso di una loro ostinazione[13].
Nonostante le oscillazioni e i continui voltafaccia che lo caratterizzavano rispetto alla crociata - e che
sono un po' troppi per giustificarsi semplicemente alla luce dell'incertezza del momento e della crisi
all'interno della Chiesa cattolica nel primo periodo dell'insediamento dei papi in Avignone -, egli rest
ben fermo sul tema della missione e della necessit che, ai fini missionari, i predicatori cristiani
apprendessero le lingue usate dagli infedeli, a cominciare dall'arabo ch'egli conosceva e amava (della
bellezza anche poetica del Corano era estimatore). Ben si apprezza tutto ci nel Libre del gentil, dove
appunto un gentil, un pagano, viene istruito nel monoteismo abramitico da tre sapienti - un ebreo, un
cristiano, un musulmano - e si convince quanto alla bont delle ragioni nelle quali essi si trovano in
concordia, mentre sospende il giudizio a proposito dei punti nei quali essi divergono: una soluzione che
rinvia al clima della "favola dei tre anelli" e che comunque suggella la profonda convinzione lulliana
della bont delle tre fedi sorelle. Nel Liber de quinque sapientibus, dove quattro diversi modi d'esser
cristiano - il latino, il greco, il monofisita, il nestoriano - si confrontano con l'Islam, si ha ancora una
volta una decisa conferma dell'eccellenza del cristianesimo nella sua confessione latina, ma anche un
riconoscimento delle altre vie.
Fra 1314 e 1315, pi o meno ottantaduenne, Raimondo Lullo s'imbarc per la terza volta verso
l'Africa settentrionale: predic il Vangelo in termini che parvero blasfemi ai saraceni che lo
ascoltavano, fu assalito dalla folla, un equipaggio genovese lo raccolse morente a Bujjiah e lo trasport
verso Palma di Maiorca. Si spense in vista della sua citt. Colui che aveva chiamato se stesso doctor
phantasticus, "Ramon lo Foll", mor restando fedele ai due modelli che in vita sua pi aveva amato:
Francesco d'Assisi e il "puro folle" Perceval, testimoni entrambi della Follia della Croce dinanzi alla
"saggezza" del mondo.
Castigliani e aragonesi in Andalusia
Con il XIV secolo e la crisi del mondo euromediterraneo, culminata nell'epidemia di peste del
1347-50, molte cose mutarono anche nella penisola iberica, che fu d'altronde coinvolta nella guerra dei
Cent'anni.
In Castiglia Sancho IV, figlio di Alfonso X e di Violante d'Aragona, dovette affrontare una
guerra di successione che sfoci in un vero e proprio conflitto civile del quale approfittarono subito i
mori per riaccendere - dopo la sua scomparsa, nel 1295 - la lotta in Andalusia. Francesi e aragonesi
complicarono le cose venendo rispettivamente in aiuto ai pretendenti al trono castigliano durante la
minore et di Ferdinando IV (1295-1312), il quale soltanto appoggiandosi ai secondi pot riprendere
agli infedeli Cordova che gli era stata strappata, impadronirsi di Gibilterra nel 1309 e tentare al tempo
stesso un rinnovato accordo con gli emiri di Granada, ai quali per invano aveva tentato di togliere
Almera. Vita non meno difficile ebbe Alfonso XI, stretto fra rivolte nobiliari e attacchi musulmani
sostenuti dal Marocco della dinastia merinide: gli arrise comunque la grande vittoria del Ro Salado
presso Tarifa, nel 1340, che determin tre anni dopo la presa di Algeciras. Il re avrebbe forse
conquistato anche Gibilterra, se la peste non l'avesse stroncato il 26 marzo del 1350 proprio sotto le sue
mura.
Iniziava cos il regno di Pietro I, senza troppa retorica ricordato negli annali spagnoli come "il
Crudele". Ora nemico, ora alleato dei mori, Pietro I di Castiglia entr in conflitto contro il collega e
omonimo Pietro IV d'Aragona, "il Cerimonioso", che incoraggi la guerra civile tra lui e suo fratello
naturale, Enrico di Trastmara. Con l'interesse nella questione di Carlo V di Francia - intenzionato a
vendicare la moglie del Crudele, Bianca di Borbone, ch'era sua cognata e che il castigliano aveva fatto
morire - fecero la loro apparizione in terra di Spagna le Grandi Compagnie mercenarie guidate da
Bertrand Duguesclin: e con esse lo scenario della guerra dei Cent'anni si allarg oltre i Pirenei. Papa
Urbano V, interessato a liberarsi delle Compagnie, sosteneva l'avventura spagnola con l'impiego
dell'importo di una "decima", cio di una tassa ecclesiastica, pari a 100.000 fiorini d'oro. Cercando di
salvarsi dalla pressione franco-aragonese, Pietro di Castiglia si appoggi all'Inghilterra cedendole
alcune province del nord: il re di Navarra Carlo - a sua volta detto "il Malvagio" - assecond il gioco
anglo-castigliano aprendo i suoi territori al passaggio di Edoardo del Galles detto "il Principe Nero", il
leggendario figlio di Edoardo III. Nonostante la vittoria delle armi gli avesse arriso e nelle sue mani
fossero finiti Enrico di Trastmara e il Duguesclin, il re di Castiglia cadde il 23 marzo del 1369 sotto il
pugnale del fratellastro Enrico, al quale rimase quindi la corona. Il nuovo sovrano non pot che
appoggiarsi sempre pi alla Francia e inimicarsi l'Inghilterra, preoccupata anche per le sue mire sul
Portogallo le cui coste le interessavano.
Le tumultuose vicende politiche e dinastiche della Castiglia fra Tre e Quattrocento, segnate
anche da inutili e costose campagne per la conquista del Portogallo, condussero a una fase ulteriore
della guerra contro i mori di Granada che trov ai primi del XV secolo un eroe nell'infante Ferdinando,
detto "di Antequera", il quale nel 1410 riusc a conquistare quella citt. Attraverso una sequela
interminabile di congiure, tradimenti, liti tra le famiglie aristocratiche (i de Luna, i Villena, i de la
Cueva, i Mendoza), uccisioni e colpi di scena, si pervenne il 19 ottobre del 1469 al matrimonio fra
Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona eredi dei due regni e, nel decennio successivo, all'avvento
dei due coniugi sui rispettivi troni.
Se la nuova unione nuziale poneva le condizioni per il ritorno alla pace interna, avanzava anche
il processo di sfaldamento dell'antica "convivenza imperfetta" tra i fedeli delle tre religioni nate dalla
progenie di Abramo. I rapporti fra cristiani, musulmani ed ebrei erano andati deteriorandosi gi nel
corso del Trecento. La penisola iberica, all'epoca, era ancora considerata un rifugio sicuro per le
comunit ebraiche cacciate da Francia e da Inghilterra: i re di Castiglia si erano rifiutati di accogliere il
decreto del Concilio Lateranense del 1215 che istituiva la rota gialla come segno di riconoscimento per
gli ebrei; e francos erano chiamati quasi per definizione quei profughi che affluivano dai Pirenei o dai
porti del Mediterraneo, cacciati e perseguitati da un'Europa che li accusava di prestar danaro a prezzi
esorbitanti, di avvelenare i pozzi per diffonder la lebbra o la peste, di massacrare i bambini cristiani e di
mischiarne il sangue al pane azzimo di Pasqua, di rubare e di profanare le ostie consacrate. La
convivenza consentiva la libera controversia: come nel 1263, quando a Barcellona si era tenuta in
presenza di re Giacomo I d'Aragona una disputa fra cristiani e giudei al termine della quale il sovrano
aveva ricompensato i rabbini per aver valorosamente difeso la loro causa e il sabato successivo aveva
assistito al loro servizio religioso in sinagoga.
Ma l'affluenza degli ebrei in Spagna e in Portogallo dall'Europa occidentale aveva provocato il
triste radicarsi anche laggi della malapianta della persecuzione. L'insegna gialla fu pian piano istituita
anche l e cominciarono i massacri, a partire dalla navarrera di Pamplona del 1277. La guerra civile
peggior le cose e nel ventennio a cavallo fra Tre e Quattrocento si avvi la fatale catena di massacri e
di campagne di predicazione che ebbero il loro triste "eroe" in un personaggio pur illustre per tanti altri
versi, il domenicano Vincenzo Ferrer. Nel 1391 si verific il primo vero e proprio pogrom iberico. Nel
1412, in Castiglia, un editto regale prescriveva a ebrei e musulmani di risiedere in quartieri separati: il
provvedimento fu imitato dall'Aragona nel 1415. Cominciava cos, al tempo stesso, anche il problema
dei conversos, dei cristianos nuevos che divenivano sempre pi numerosi perch musulmani ed ebrei
avevano difficolt a resistere alla duplice pressione rappresentata dalle persecuzioni e dal proselitismo,
ma erano al tempo stesso guardati con disprezzo e sospetto dai cristianos viejos superbi della loro
limpieza de sangre.
I musulmani iberici, i mudjares, vennero trattati mediamente meglio degli ebrei. Furono
lasciati in pace nell'esercizio dei loro mestieri di falegname, di muratore, di sarto - erano i
confezionatori degli abiti "alla moresca" di moda nella Spagna quattrocentesca -, di giardiniere, di
ortolano. Erano meno ricchi, influenti e intraprendenti degli ebrei: e per questo anche la persecuzione li
colp meno. Nonostante ci, anch'essi molto presto avevano mostrato insofferenza: nel 1276 a Valenza,
dopo una loro rivolta, Giacomo I ne aveva decretato l'espulsione che si era poi trasformata in una
confisca di beni. Rivolte e segni di malessere si moltiplicarono e si aggravarono nei due secoli
successivi. Intanto, poco a poco, i segni della rigogliosa tecnologia agricola della Spagna musulmana
scomparivano: l'aristocrazia guerriera cristiana, nuova padrona della terra, imponeva la conversione
delle aree agricole in pascoli; l'immediatamente pi redditizio allevamento dei bovini e soprattutto
degli ovini avrebbe in breve volger d'anni desertificato gran parte della penisola modificandone il
paesaggio, l'economia e in parte le consuetudini giuridiche.
[1]  Mahdi  parola araba che significa "guidato (da Dio)" e che indica un personaggio che i
musulmani attendono alla "fine dei tempi", il quale sar restauratore della giustizia e della legge contro
empi, eretici e infedeli.
[2]  Al-Sharq, in arabo, significa "oriente", "levante" (contrapposto ad al-Gharb, "occidente",
"ponente").
[3]  Per quanto la versione castiglianizzata del suo laqab, che suona come sappiamo Almanzor,
sia pi notoriamente riferita al visir che alla fine del X secolo aveva saccheggiato Compostela.
[4]  Oggi a Santa Elena, sul bordo dell'autostrada E-5 e poco pi a nord del teatro della
battaglia, sorge il museo munito di torre-belvedere che ricorda l'evento.
[5]  Cfr. J. Goi Gaztambide, Historia de la bula de la cruzada en Espaa, Vitoria, 1958; per
Pietro d'Aragona, M. Meschini, L'eretica. Storia della crociata contro gli albigesi, Roma-Bari, 2010,
pp. 208-232.
[6]  Cfr. L. Zangheri, B. Lorenzi e N.M. Rahmati, Il giardino islamico, Firenze, 2006.
[7]  Sull'analisi della cosiddetta Reconquista, il carattere relativamente nuovo di tale termine e
la sua storia otto-novecentesca, strettamente legata anche alle vicende politiche (specie a quelle della
guerra civile del 1936-39), una svolta critica di notevole importanza  stata segnata da M. Ros Soloma,
La Reconquista. Una construccin historiogrfica, siglos XVI XIX, Madrid, 2011.
[8]  Cfr. Maimonide e il suo tempo, a cura di G. Cerchiai e G. Rota, Milano, 2007.
[9]  Cfr. M. Asn Palacios, Dante e l'Islam, 2 voll., Parma, 1994.
[10]  Cfr. E. Cerulli, Il "Libro della Scala" e la questione delle fonti arabo-spagnole della
"Divina Commedia", Citt del Vaticano, 1949.
[11]  Cfr. ora anche Il Libro della Scala di Maometto, di R. Rossi Testa, Introd. di C. Saccone,
Milano, 1991; Le Livre del l'Echelle de Mahomet, trad. franc. di G. Besson e M. Brossard-Dandr,
Paris, 1991. Per collocare il Libro della Scala nel contesto delle ricerche d'et alfonsina cfr. E. Cerulli,
Nuove ricerche sul "Libro della Scala" e la conoscenza dell'Islam in Occidente, Citt del Vaticano,
1972.  probabile che l'opera fosse conosciuta comunque anche nella Sicilia sveva.
[12]  Per la cultura nell'et di Alfonso X el Sabio ("il Saggio"), cfr. l'importante, ampio studio
di E. Paltrinieri, Il "Libro degli Inganni" tra Oriente e Occidente. Traduzioni, tradizione e modelli
nella Spagna alfonsina, Firenze, 1992; Alfonse X, Tables alphonsines avec les canons de Jean de Saxe,
a cura di E. Poulle, Paris, 1984; Le gemme e gli astri. Il Lapidario di Alfonso il Saggio, Milano, 1997;
M. Gonzlez Jimnez, Alfonso X el Sabio, Barcelona, 2004.
[13]  Particolarmente complessa la personalit di Raimondo Lullo. Sulle sue conoscenze
alchemiche, cfr. le importantissime precisazioni di M. Pereira, L'oro dei filosofi, Spoleto, 1992; inoltre
si vedano: Raimondo Lullo, Lo Sconforto, a cura di M. Ruffini, San Casciano, 1953; Id., Phantasticus,
a cura di M. Polia, p. G. Spirito O.F.M. e A. Morganti, Rimini, 1997; Id., Il Libro del Gentile e dei Tre
Savi, a cura di M. Candellero, Torino, 1986.
Capitolo quarto
... e dai giardini ai pascoli
La presa di Granada
Si stava insomma consumando, come si  visto, la cancellazione di al-Andalus[1]. Dopo la
splendida signoria dell'emiro Muhammad I, il fondatore della dinastia nasride di Granada e del palazzo
dell'Alhambra, la storia di quel principato era stata una lunga sequenza di sommosse, colpi di stato,
episodi sediziosi. Ad Almera e a Malaga emirati separatisti appoggiati dai castigliani e dal Marocco
minavano la sicurezza del potere granadino, dove la dinastia nasride fu rovesciata nel 1453
dall'avventuriero Mulay Saad, a sua volta nel 1460 spodestato dal figlio Mulay Abu al-Hasan. Le
successive nozze tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona nel 1469 fecero presagire con ogni
probabilit che la regale coppia si sarebbe prima o poi mossa al completamento della conquista della
Spagna.
Per quasi un decennio nulla accadde comunque di rilevante. Ma gi fino dal 1478 si era
insediato in Castiglia un tribunale dell'Inquisizione sotto il diretto controllo dell'autorit regia: difatti
papa Sisto IV autorizzava la corona a scegliere i giudici, prevalentemente fra i teologi. Disegno
strategico primario della nuova societ iberica appariva la "purificazione" dai non-cristiani e la
nobilitazione di chi fosse cristiano da pi vecchia data e perci meritevole di sentirsi libero da
qualunque occupazione materiale, mentre i cristianos nuevos, sui quali gravava ancora il sospetto di
mantenere credenze e costumi giudaizzanti, erano perci stesso sospetti passibili d'indagine
inquisitoriale; si disponeva altres che le minoranze ostinate venissero isolate in appositi ghetti e il 1o
gennaio del 1483 fu pubblicato il primo editto di espulsione dal regno di tutti gli ebrei andalusi, che
sarebbe stato confermato e ampliato pi tardi, nel 1492. In pochi anni le floride comunit ebraiche della
regione - da Siviglia a Cordova, a Jerez, a Gibilterra, a Carmona, a cija, a Baena, a Jan, a beda - si
erano svuotate. Quella di Malaga si era disciolta solo nel 1487. Le espulsioni furono attuate tra
violenze, rapine e disagi che favorirono anche l'insorgere di epidemie. N la vita dei conversos si
svolgeva serenamente: tra 1480 e 1510 i tribunali inquisitoriali processarono a quel che pare circa il
10% di loro in tutta l'Andalusia.
Frattanto, nei territori divenuti integralmente cristiani, il possesso della terra, l'impegno nella
Chiesa e nell'amministrazione regia, la professione delle armi divennero da allora le uniche funzioni
degne per chi avesse da tempo sangue puro e ferma fede, i cristianos viejos. La cruzada, al tempo
stesso idea-forza e forma di pressione fiscale, sarebbe stata per tutto il Cinquecento la colonna
vertebrale etica della societ spagnola. Quanto alla produzione, l'agricoltura restava la regina delle
attivit economiche ma esigeva troppo tempo, richiedeva personale specializzato e dispensava redditi
contenuti e incerti: specie in tempi di frequenti cattive annate, come furono quelli che sempre pi
spesso si erano presentati nel corso del Tre-Quattrocento preludendo alla "piccola glaciazione" dei due
secoli successivi. A fronte di ci, la trasformazione di campi, orti e giardini in pascoli e in praterie era
molto pi sicura e immediatamente redditizia. Il formaggio, la carne, la lana e il cuoio erano fonte certa
e abbondante di danaro per i proprietari terrieri.
D'altronde, i mori indietreggiavano dinanzi ai cristiani. E dove indietreggiavano i mori,
avanzavano i campi e le praterie. Fra Tre e Quattrocento, della bella al-Andalus restava solo l'emirato
di Granada, soggetto al regno di Castiglia al quale era obbligato a pagare un tributo in cambio del
mantenimento della pace. I signori granadini, appartenenti alla dinastia nasride, provenivano da Jan
che san Ferdinando aveva conquistato nel memorabile anno 1246: all'atto di ci il dominus loci
musulmano, l'emiro Athamar, consegnando al sovrano di Castiglia la sua citt - che il pio re avrebbe
elevato a sede episcopale trasferendovi il centro diocesano fino ad allora sito in Baeza - gli aveva
chiesto difatti il permesso di trasferirsi a Granada e di fondarvi una residenza-fortezza. Da allora, gli
emiri suoi successori avevano mantenuto nei confronti del regno di Castiglia un vincolo "feudale",
garantito dalla corresponsione di un tributo annuo.
Ma nel 1478 c'era stato un inatteso colpo di scena. Il "re" di Castiglia - ch'era in realt la
regina Isabella: solo che i musulmani, non amando riconoscere di essere soggetti a una donna, la
chiamavano malik, al maschile - aveva inviato per esigere la consueta somma di danaro un
ambasciatore di qualit, il nobilissimo e altero cavaliere don Juan de Vera: che per si era
inaspettatamente trovato davanti qualcuno ancor pi arrogante di lui. Alle pretese del castigliano,
espresse con retorica superbia, l'emiro Mulay Abu al-Hasan aveva replicato con un sorriso pi gelido
dei ghiacciai della Sierra Nevada che ormai i principi granadini suoi predecessori, usi a sborsar senza
discutere l'oro richiesto, erano tutti morti: ora l'edificio della zecca dell'emirato era stato convertito in
una fucina nella quale si fondevano e si martellavano non gi pezzi d'oro o d'argento, bens spade ben
affilate e ferri aguzzi di lance. Come se non bastasse, uscendo dall'udienza con l'emiro, don Juan si era
lasciato coinvolgere da alcuni cortigiani mori in una pericolosa disputa a proposito della Vergine
Maria: ed era mancato poco che non scorresse il sangue.
Tuttavia, sul momento non era accaduto nulla. I Re cattolici, impegnati in un conflitto con
Alfonso V del Portogallo, non avevano certo voglia di aprire un nuovo fronte nella penisola. Anzi, era
stato ancora una volta l'emiro a provocarli, rompendo l'ormai precario equilibrio politico e militare nel
1481 con l'occupazione di Zahara, citt andalusa in territorio castigliano. Essi avevano risposto
strappando ai mori Alhama: ed era cos cominciata la "guerra di Granada". Intanto per la famiglia
nasride era piombata in una dura contesa dinastica che opponeva l'emiro al figlio Abu Abdallah
Muhammad, che le cronache occidentali conoscono con il nome storpiato di Boabdil. La crisi, presto
sfociata in una vera e propria guerra civile, era nata dall'ostilit reciproca tra le due mogli favorite
dell'emiro: Aisha, pi anziana, ch'era la madre di Boabdil, e la giovane, intraprendente e intrigante
Zoraya che stava facendo di tutto per eliminare i figli di primo letto del marito in modo da liberare il
trono alla successione dei propri. Al fianco di Abu al-Hasan era sceso in campo suo fratello, il valoroso
al-Zaghal, il quale odiava ferocemente il nipote; ma certe voci malevole, di quelle che sempre
sussurrano nelle corti, aggiungono ch'egli intendesse rendere un gradito servizio all'ambiziosa cognata
Zoraya della quale era innamorato. D'altra parte, il peso della guerra avviata di nuovo da suo fratello
contro i cristiani era finito con il cadergli per intero sulle spalle: mentre padre e figlio si disputavano la
splendida capitale, era al-Zaghal a dover tenere a bada il comune nemico.
Tuttavia il conflitto assunse presto un andamento pigro e incerto, mentre Abu al-Hasan era
costretto a cedere Granada al figlio. Solo nel 1487, all'indomani della conquista castigliano-aragonese
di Malaga, la compagine mora cominci a dar decisi segni di sfaldamento: finch nel 1490 al-Zaghal fu
costretto a licenziare le truppe e a deporre le armi. Boabdil aveva promesso di fare altrettanto se e
appena lo zio si fosse arreso: tuttavia, giunto quel momento, egli dovette fronteggiare nella sua corte e
nella stessa citt la fiera resistenza di quanti erano disposti a morire piuttosto che cedere ai cristiani. Ed
era la madre, l'indomita Aisha, a guidare gli intransigenti.
L'impresa di Granada fu presto proposta, e accolta in tutta la Cristianit, come una vera e
propria crociata: tanto pi che, poco prima ch'essa deflagrasse, era accaduto un fatto molto grave in
uno scacchiere lontano dall'area iberica, ma tale da far pensare che un inquietante collegamento
potesse sussistere con essa. Nell'estate del 1480, in circostanze che restano ancora in gran parte da
chiarire, una flotta ottomana aveva conquistato la citt di Otranto in Puglia, soggetta a Ferdinando
d'Aragona re di Napoli. Quegli, in quanto figlio sia pur naturale di Alfonso il Magnanimo, era cugino
del suo omonimo che dal padre Giovanni II (fratello del Magnanimo) aveva ereditato la corona iberica.
Otranto era stata saccheggiata e centinaia di cittadini che avevano rifiutato di convertirsi all'Islam
erano stati massacrati.
Per la verit cominciarono da subito a circolare al riguardo voci secondo le quali il sultano
d'Istanbul, permettendo il feroce colpo di mano su Otranto, aveva reso un indiretto servizio ai suoi
amici veneziani e forse fiorentini, dato che per loro la guerra allora in corso ("la guerra dei Pazzi",
1478-82) in Italia non andava granch bene. Correva tuttavia ben pi insistente la voce - gratuita - che
la feroce scorreria navale su Otranto fosse in realt solo la manovra di un'avanguardia, e che il Turco
volesse invadere l'Italia. La penisola era ancora turbata dalla guerra in corso tra il papa e il re di Napoli
contro Venezia e Firenze: ma, davanti al pericolo musulmano, era necessario che le armi del conflitto
fratricida tacessero e che si proclamasse una nuova opus pacis, la crociata. L'aggressione di Zahara da
parte di Abu al-Hasan, pochi mesi pi tardi dei fatti di Otranto, non aveva con ogni evidenza alcun
rapporto con essi: eppure fra Italia e Spagna molti tremarono, persuasi che il sultano di Costantinopoli
dall'est e l'emiro di Granada dall'ovest avessero programmato e stessero attuando un'invasione
concertata delle terre dei fedeli del Cristo. Ottomani a levante, barbareschi a meridione, granadini a
occidente: non era di nuovo la temibile tenaglia islamica, pronta a schiacciare nella sua morsa la
Cristianit? Comunque non successe nulla, anche perch Otranto fu presto liberata e, a Istanbul, mor il
sultano Mehmed II che ventotto anni prima aveva cancellato l'impero bizantino.
In Andalusia stava frattanto andando in scena l'ultimo atto del dramma granadino. Si era giunti,
sul finire del 1491, alla resa del giovane sovrano nasride: e, dal momento ch'era stato egli stesso a
condurre le cose fino a quel punto, era evidente come avesse deposto ogni speranza di un soccorso da
parte dei suoi correligionari che pur dominavano, sebbene ripartiti in stati fra loro in discordia, tutte le
coste mediterranee dall'Epiro al Marocco.
Dopo l'incontro cordiale dei reali spagnoli con l'anziano governatore di Granada, Abu-l Kasim
Abd al-Malik, si erano designati Consalvo di Cordova e Ferdinando di Zafra per condurre le trattative:
l'atto di capitolazione era stato firmato il 25 novembre. Secondo gli accordi 400 giovani delle principali
famiglie more granadine avrebbero dovuto esser consegnati in ostaggio agli assedianti, mentre tutti i
cristiani fino ad allora prigionieri dei mori sarebbero stati liberati senza pagamento di riscatto alcuno; i
mori dell'emirato sarebbero divenuti vassalli dei sovrani di Spagna, pur potendo mantenere tutti i loro
averi e possessi, inclusi armi e cavalli e con la sola eccezione delle armi da fuoco; avrebbero avuto
diritto di esercitare il culto religioso secondo la loro fede e sotto la guida dei loro dignitari; l'emiro
avrebbe ricevuto all'atto della capitolazione la somma di 30.000 castellanos d'oro e sarebbero state
assegnate a lui, alla madre Aisha e ai membri principali della sua famiglia alcune ricche terre nella
regione delle Alpujarras. Quanto a tutti i suoi ex sudditi, se entro il termine di tre anni avessero voluto
trasferirsi in Africa presso i loro correligionari si assicurava loro un libero esodo e un passaggio
gratuito oltremare. Si trattava di offerte generose: i sovrani avevano fretta di concludere il trattato e di
portare a termine il loro disegno d'una Spagna per intero soggetta alla fede del Cristo.
Molti per a Granada avevano protestato, a cominciare dai membri della potente e autorevole
comunit ebraica: se Ferdinando e Isabella volevano una Spagna tutta cristiana, e per questo stavano
facendo in modo d'incoraggiare i musulmani a trasferirsi in Africa, che cosa sarebbe stato dei figli
d'Israele i quali non avevano una patria? Qualcuno sperava, ma quel che stava accadendo nel regno di
Castiglia tra processi inquisitoriali ed espulsioni non lasciava spazio all'ottimismo: poco tempo sarebbe
passato prima che i figli d'Israele fossero obbligati a partire, a cercare altri ospiti in una terra nella
quale per loro ci fosse pi compassione, forse nel Maghreb, forse in Egitto o nell'impero ottomano.
C'era poi anche un partito d'irriducibili, che chiedeva all'emiro di non cedere stimando che la
fortezza dell'Alhambra, nella quale aveva finito per rifugiarsi la quasi totalit dei cittadini di Granada,
avrebbe potuto resistere a tempo indefinito e interpretando le troppo generose condizioni di resa offerte
dai cristiani come un segno d'insicurezza e di debolezza: il che, del resto, era pi vero di quanto essi
stessi supponessero. Quanto alla corte dei re di Castiglia e d'Aragona, forte era il malumore di quanti
ritenevano che le troppo miti condizioni di pace, eccessivamente favorevoli ai mori, fossero il risultato
dell'evidente simpatia che il capitano Consalvo di Cordova aveva sempre mostrato nei confronti di
quegli infedeli. Si sapeva che la regina di Castiglia non amava quel guerriero cos propenso a
fraternizzare col nemico e che per questo lo aveva umiliato spedendolo quasi a far da aiutante a
Ferdinando da Zafra, un meticoloso e pedante funzionario di cancelleria.
La resa - negoziata dal Gran Capitn direttamente in arabo, lingua che egli conosceva - ebbe
luogo in effetti il 2 gennaio del 1492: ma i Re cattolici attesero l'Epifania per entrare entro la cinta
della citt. A met della mattina, l'aria si era fatta ancora pi fredda e pungente e il vento trascinava
dalla Sierra Nevada minacciosi nugoli di neve gelida e sfarinata che investivano le schiere castigliane e
aragonesi: chi aveva provato le tempeste di sabbia rovente del Maghreb, ora quasi le rimpiangeva.
Feste, cerimonie di gioia, spettacoli e processioni si tennero per l'occasione in tutta Europa. E fiorirono
anche le leggende: tra esse, la pi famosa  quella del pianto dell'ultimo re moro abbandonando la bella
citt e del duro monito che la madre implacabile gli rivolse rimproverandogli di piangere come una
femmina sulla perdita di quel regno che non era stato capace di difendere da uomo. Ma la pi
commovente, per quanto molto meno nota e ancora pi incerta, riguarda il riconoscimento della
comune radice dei due credi che in quel momento si fronteggiavano. Nel consegnar le chiavi della citt,
l'emiro Boabdil avrebbe sussurrato nell'orecchio di Ferdinando l'antico motto della dinastia nasride:
La ghalib il Allah, "Non c' altro conquistatore se non Dio", che in lingua e in caratteri arabi si legge
oggi scolpito e dipinto migliaia di volte sulle pareti, sulle colonne, sui capitelli, sulle volte del palazzo.
"Amen", avrebbe risposto devotamente il Re cattolico. Ed entrambi, il vincitore e il vinto, avrebbero
reso cos omaggio all'Altissimo e alla Sua volont.
La presa di Granada ebbe un'eco straordinaria in tutto il mondo cristiano: in essa, si volle
celebrare quasi una grande rivalsa per lo smacco di Costantinopoli di trentanove anni prima. Nel marzo
del 1494, al Castello Capuano di Napoli, durante una festa voluta da Alfonso duca di Calabria si recit
un componimento dal Sannazzaro appunto dedicato alla Presa di Granada.
L'estremo confine sudoccidentale della crociata era segnato tuttavia a quel punto piuttosto dai
portoghesi, che nel 1415 avevano saccheggiato Ceuta e nel 1471 - dopo lo smacco di Enrico il
Navigatore contro la medesima citt nel 1437, in una crociata ch'era stata benedetta da papa Eugenio
IV - avrebbe conquistato Tangeri. La crociata era ormai un elemento profondamente radicato della
cultura portoghese. Nel 1420 l'infante del Portogallo Enrico (che sarebbe stato pi tardi detto "il
Navigatore") era divenuto Gran Maestro dell'Ordine del Cristo, come recitava la bolla di nomina
emessa da Martino V. I portoghesi avrebbero potuto proseguire la conquista del Marocco, se non
fossero stati ormai attratti dalla tentazione di portare avanti piuttosto l'esplorazione navale della costa
occidentale dell'Africa: il capo di Buona Speranza sarebbe stato infatti doppiato nel 1488. L'alleanza
col Prete Gianni d'Africa, cio con il negus d'Etiopia che - si diceva - controllava le cateratte del Nilo
e avrebbe potuto secondo la sua volont allagare o disseccare l'Egitto, era pegno d'una nuova crociata
contro il sultano del Cairo.
Era frattanto cominciata l'ondata del ripopolamento cristiano, a sostituire progressivamente i
musulmani che avevano preferito andarsene - scegliendo principalmente il Maghreb; ma qualcuno si
era trasferito pi lontano, nell'impero sultaniale ottomano - e gli ebrei, l'espulsione dei quali (salvo i
conversos, quelli che erano potuti rimanere in quanto avevano formalmente accettato la fede dei
vincitori ma ch'erano sprezzantemente definiti marranos) era stata decretata per le terre di Granada e di
Almera il 31 marzo del 1492.
Nel 1494 papa Alessandro VI si congratulava con i Re cattolici per aver definitivamente
svuotato di ebrei i loro regni. Ma nel complesso le operazioni militari in tutta l'area granadina, insieme
con le espulsioni, avevano determinato un tracollo demografico: dei 500.000 circa che sembravano
averla abitata, ne erano rimasti soltanto 200.000: altrettanti erano emigrati alla volta dell'Africa, mentre
pi o meno 100.000 - il 20% - erano stati ridotti in schiavit. Dal resto della penisola, ma soprattutto
dall'Andalusia ormai da molti decenni sicuramente cristiana, giunsero circa 40.000 coloni attratti dal
regime di esenzione fiscale che la corona concedeva loro. Ma la maggior parte delle terre confiscate o
abbandonate venne concessa ai membri dell'alta nobilt, come ai duchi di Medina Sidonia: un gruppo
ristretto, di pochissime famiglie.
Molti ebrei, obbligati ad abbandonare la loro amatissima Sefarad, si trasferirono in terra
d'Islam: ma anche in Francia, in Olanda e in Italia dove (soprattutto in Toscana e nello Stato pontificio
dal Lazio alle Marche, alla Romagna, all'Emilia, specie a Ferrara; e infine a Venezia) recarono ai paesi
che li accolsero i tesori incomparabili della loro cultura, della loro intelligenza, del loro spirito
intraprendente; mentre la Spagna, cacciando tanto loro quanto i musulmani, perse un patrimonio che la
lasci irreversibilmente impoverita. La decadenza economica della penisola iberica, prima ancora degli
esiti per essa devastanti dell'arrivo dell'oro e dell'argento dal Nuovo Mondo e della "rivoluzione dei
prezzi", comincia gi da qui. E qui termina un capitolo splendido della storia europea e mediterranea.
Il sospetto, il disprezzo, la cacciata. Il destino dei "moriscos"
Triste e ingiusto fu in Andalusia il destino di quanti, musulmani, avevano in buona o in cattiva
fede accettato il battesimo e, insieme con esso, il diritto di restare nel loro paese. Gi  difficile e forse
impossibile - e comunque, magari, scorretto - distinguere in merito tra una "buona" e una "cattiva"
fede. Giudicare sulla sincerit delle conversioni (quelle religiose non meno di quelle politiche)
coincidenti con la crisi o con la sconfitta della parte alla quale si appartiene  sempre arduo: da una
parte il sospetto di opportunismo resta legittimo, dall'altra la generalizzazione schematica o la
sistematica condanna sono sconsigliabili. Quanto a un severo atteggiamento riguardo alle conversioni
giudicabili come strumentali, anche in tal caso la cautela  d'obbligo. Possono entrar in campo la paura
per s o per i propri cari, il disagio per una "diversit" che diventa al tempo stesso inferiorit, l'amore
per molte persone o cose alle quali un atteggiamento di coraggiosa fermezza obbligherebbe a
rinunziare, l'intima ribellione contro la prospettiva della sconfitta, la stanchezza, il senso di rivalsa,
l'umanissimo impulso a balzar all'ultimo o al penultimo istante sul carro dei vincitori, la delusione o il
disprezzo dinanzi ad atteggiamenti dei propri vecchi compagni di lotta.
Molti comunque furono i musulmani che preferirono andarsene dall'al-Andalus che non
apparteneva pi loro. Molti quelli che, per rimanere, accettarono una conversione che per essere per
credibile sarebbe stata di continuo circondata di sospetto e richiesta di sempre nuove prove.
Richiamiamo quindi, a grandissime linee, le stazioni del calvario di quanti avrebbero voluto al
tempo stesso conservare la fede e la patria. Nel 1499 i mudjares granadini furono costretti al battesimo
per volont del cardinale minorita Francisco de Cisneros, pena l'esilio. Poco pi tardi, nel 1502, il
medesimo cardinale firm un decreto in cui s'imponeva ai musulmani di tutto il regno di Castiglia - del
quale ormai l'intera Andalusia era parte - la scelta fra la conversione e l'esilio. Si trattava di un palese
abuso: secondo le Capitolazioni di Granada concordate nel novembre 1491, tutti i musulmani che
avessero voluto avrebbero avuto il diritto di rimaner tali. Ma chi si pieg dovette accettare l'epiteto
ironico di morisco, "musulmanastro", con cui s'intendeva dire che il musulmano convertito a forza
manteneva nell'intimo la propria vecchia fede, quando non continuava addirittura a celebrarne in
segreto i riti. In effetti, pur convertendosi, gli ex musulmani avevano conservato gli abiti e le usanze
tradizionali, il che poteva senza dubbio essere spia di un atteggiamento intimo. Nel 1516 si viet loro
tale diritto, pur accordando una dilazione di dieci anni per mettersi in regola; fuori dai confini
dell'Andalusia, l'editto dell'obbligo di conversione dei musulmani al cristianesimo per gli arabi di
Aragona e di Valenza  invece datato 1525-26. Nel 1562 una decisione inquisitoriale corroborata dal
parere di ecclesiastici e di giuristi viet ai granadini l'uso della lingua araba.
Le conseguenze di queste restrizioni e di queste umiliazioni non potevano farsi attendere. Dopo
una violenta rivolta scoppiata il 24 dicembre 1568, fra 1569 e 1570 i moriscos della regione delle
Alpujarras, a sud della Sierra Nevada, si sollevarono in massa: re Filippo II rispose con una dura
repressione, culminata con l'esecuzione di Aben Humeya che aveva guidato la rivolta; in seguito a ci
si ebbe una lunga, vera e propria guerra[2]. I moriscos di Granada furono deportati e dispersi fra la
regione di Murcia, la Castiglia e l'Estremadura: si cerc in particolare di tenerli lontani dal mare in
quanto si sapeva che essi avevano chiesto l'aiuto del sultano d'Istanbul e dei potentati maghrebini e si
temevano quindi sbarchi sulle coste spagnole. Questa preoccupazione fu importante nell'indurre
Filippo II ad aiutare i veneziani in quel momento impegnati contro il Turco nella guerra di Cipro: la
vittoria ispano-veneziano-pontificia di Lepanto del 1571 fu il frutto di tale impegno, che peraltro non
imped che la grande isola mediterranea passasse sotto la sovranit della Porta.
La politica repressiva di Filippo II non pot venir perseguita con coerenza, nonostante i
consiglieri del re sollecitassero nel 1582 una chiara presa di posizione: solo dopo le successive paci con
la Francia nel 1598, con l'Inghilterra nel 1604 e con l'Olanda nel 1609 fu possibile adottare misure pi
decise, che tuttavia non riscossero unanime consenso. I moriscos collaboravano attivamente, come
commercianti e artigiani, alla vita economica delle citt che dalla loro cacciata restarono impoverite;
per non parlare dei molti contadini al servizio dell'alta nobilt che si sent danneggiata dalla politica
regia. D'altra parte v'erano settori della Chiesa che militavano convinti per il miglioramento delle
misure d'integrazione quali la diffusione della catechesi. Tra i difensori pi intelligenti della causa dei
moriscos e dei loro diritti di situa l'umanista Pedro de Valencia, discepolo dell'ebraista Benito Arias
Montano e, al pari di lui, ebreo convertito. Nel suo Tratado acerca de los moriscos de Espaa egli
auspica una politica d'integrazione, difende i matrimoni misti di mori e di cristiani e rivendica in toni
commossi le ragioni di quanti, battezzati, protestavano la sincerit della loro fede cristiana e
denunziavano l'arbitrio della politica d'espulsione. Altri avrebbero al contrario auspicato contro i mori
misure pi radicali: la schiavit, lo sterminio, la castrazione dei soggetti di sesso maschile, la
deportazione nell'isola de los bacalaos (Terranova). La misura che si profil pi equa e ragionevole fu
quella dell'invio in territorio africano: ma non manc chi, prevedendo che chi si fosse trovato di nuovo
in terra d'Islam sarebbe tornato con maggior decisione alla sua fede originaria, sugger d'imbarcare
gl'indesiderati su vascelli poco sicuri, con la speranza che annegassero.
Comunque la politica fondata sul sospetto e sul pregiudizio s'impose: il 9 aprile del 1609
Filippo III ordin l'espulsione di tutti i moriscos da Valenza; il 9 dicembre di tutti quelli di Spagna. A
partire dal 2 gennaio 1610 da Siviglia, da Malaga e da Gibilterra partirono dalla sola Andalusia oltre
30.000 sventurati diretti verso le coste nordafricane, dove comunque molti di loro avrebbero ritrovato
una patria pur continuando a cullare nel cuore il dolce ricordo di quella ch'erano stati costretti ad
abbandonare. Furono in tanti, tuttavia, quelli che rimasero in quanto - in seguito a molteplici
testimonianze autorevoli - vennero dichiarati cristianos viejos puri e ortodossi. Alcuni riuscirono a
tornare dall'Africa; altri si unirono a gruppi di gitani conducendo con loro una vita nomade. Nel 1727
una nuova, durissima inchiesta inquisitoriale fece emergere molti abusi e svariate irregolarit
commesse da quanti avevano presieduto alle pratiche d'espulsione. D'altronde, nella penisola iberica
continuarono a risiedere alquanti musulmani, soprattutto schiavi oppure liberti. Secondo un censimento
del 1565, quasi 50.000 abitanti dell'Andalusia (pari a circa il 10% della popolazione totale) erano
schiavi.
La presenza araba nell'immaginario dei secoli successivi
Espaa, Sefarad, al-Andalus. Attorno a queste tre parole, identificanti tre realt geostoriche e
geoculturali distinte ma sotto molti aspetti e in larga misura coincidenti fra loro, si  andata creando
almeno dal XIX secolo, sulla spinta della cultura e della moda orientalistiche, una sorta di mitologia
parastorica che ha condotto a idealizzare le condizioni di pace, di convivenza e di reciproca
integrazione tra musulmani, ebrei e cristiani che si sarebbero verificate nelle vicende di al-Andalus in
vari periodi e che in qualche modo anche nei regni iberici cristiani sarebbero state presenti, almeno sino
alla seconda met del Trecento. Una versione ideologica di questa sorta di sogno romantico, alimentato
da una letteratura e da un'arte non solo iberiche, ha proposto la tesi, in buona parte arbitraria e non
suffragata comunque da vere e proprie prove obiettive, d'un imbarbarimento e d'una desertificazione
della penisola man mano ch'essa passava dall'egemonia musulmana a quella cristiana in seguito al
movimento di Reconquista.
Il "mito" degli splendori di al-Andalus, nella forma nella quale l'abbiamo conosciuto negli
ultimi due secoli, nacque dagli scritti di studiosi, intellettuali, viaggiatori e sognatori tra i quali vanno
annoverati i fondatori del romanticismo: Johann Gottfried von Herder, Alexandre de Laborde che nei
suoi scritti seppe testimoniare anche molti aspetti del paese reale, il cavalleresco Massimiliano
d'Asburgo che viaggi in Spagna tra 1851 e 1852, i fratelli Humboldt, Thophile Gautier, Edmondo de
Amicis.
In reazione al romanticismo che gli spagnoli definiscono maurfilo e alla tesi della
"regressione" della Spagna cristiana rispetto ai livelli civili e culturali della musulmana al-Andalus,
nonch al probabile e in qualche caso esplicito anticlericalismo se non anticattolicesimo di tale tesi, si 
andata creando fra Otto e Novecento nella penisola iberica e anche fuori di essa una diffusa tendenza,
non meno viziata da strumentali condizionamenti religioso-politici e non meno antistorica e afilologica,
a vedere nell'invasione "musulmana" e "africana" dell'VIII secolo e nelle sue conseguenze la radice
dell'ignoranza, dell'impoverimento, dello spopolamento e della desertificazione di ampie aree della
penisola. Il ridimensionamento degli aspetti della presenza arabo-berbera in Spagna e della civilt di
al-Andalus, ch' stato una funzione obiettivamente critica della reazione a troppo estesi e non sempre
giustificati n innocenti entusiasmi, non deve far dimenticare tuttavia il grande apporto sia culturale sia
scientifico e tecnologico che al-Andalus offr al mondo mediterraneo del suo tempo, e che del resto fa
appunto parte del processo storico caratteristico di quel mondo.
Tra le "guerre carliste" dell'Ottocento, il vivace dibattito otto-novecentesco, la guerra civile del
1936-39 con la conseguente imposizione d'un regime autoritario e il recupero d'una libera vita civile, si
andarono delineando anche due opposti tipi di "patriottismo spagnolo". Il primo si potrebbe qualificare
come laicista e tendente a sottolineare la crescita in et medievale d'una hispanidad dalla base
multireligiosa e interculturale, che si riconosceva in se stessa e nella diversit delle sue tre culture
dominanti e che guardava con una certa ostilit sia agli interventi del tetro e pietistico Islam
maghrebino in appoggio, non sempre davvero desiderato, alla pi libera e serena societ musulmana
iberica, sia a quelli degli irruenti e avidi francos che varcavano i Pirenei in cerca d'avventura e di
guadagno pretendendo altres di trar giovamento anche spirituale dalle loro prodezze guerriere. L'altro
tipo di patriottismo era semmai cattolico e nazionalista, anch'esso tutto sommato sospettoso nei
confronti dell'Europa vista come estranea e portatrice di cultura "giacobina", ma di contro convinto
che le guerre medievali contro los moros costituissero un elemento di base e di fondo della
connotazione identitaria iberica, in un contesto tendente a far coincidere l'hispanidad con la
cristiandad. All'interno di questi due differenti contesti sono nati i due contrastanti miti storici della
pacifica convivenza delle "tre culture" e addirittura dell'irrilevanza della conquista arabo-berbera da
una parte (qualcuno  giunto a scrivere che "gli arabi non hanno mai invaso la Spagna"), dell'attrito
costante tra mondi diversi e della Reconquista cristiana dall'altra. Questi due atteggiamenti mentali di
fondo, opposti fra loro ed entrambi spesso alimentati da pregiudizi antistorici - per quanto non pochi
siano gli autentici e valenti studiosi che hanno al riguardo assunto, anche vivacemente, posizione - non
solo sussistono ancora, ma si sono andati forse rafforzando e approfondendo negli ultimi decenni, a
contatto con le polemiche nate a proposito della tesi huntingtoniana dello "scontro di civilt" e della
pericolosit eversiva rappresentata dalle componenti islamistiche all'interno delle societ e delle
culture musulmane.
[1]  Cfr. R. Ari, El reino nasr de Granada, Madrid, 1992.
[2]  Cfr. A. Spagnoletti, Filippo II, Roma, 2018.
Capitolo quinto
Ai tempi dell'oro e della fame
"Buscar el Oriente para el Occidente"
Buscar el Oriente para el Occidente: parrebbe un ossimoro, e invece questa massima peraltro
famosa riassume decenni, ma anche secoli e forse millenni, di miti, di sogni e di speranze. Le coste
europee occidentali, dalla Scozia all'Algarve, sono piene di fines terrae, di luoghi dove si  detto a
lungo che la terra finisce, e al di l di essi ci sono soltanto misteri e le paure dell'oceano: i gorghi, i
mostri spaventosi, gli uragani. Eppure, fino dall'antichit si  di continuo anche favoleggiato di giardini
dai fiori e dai frutti prodigiosi, di Isole dei Beati, di Isole Felici: soprattutto dell'Isola-che-non-c'.
Ricordate il vecchio Gozzano, riecheggiato e riscritto da Francesco Guccini? "Ma bella pi di tutte /
l'Isola non trovata...".
I miti di Ercole e delle sue fatiche, nell'antichit ellenica, convergevano tutti verso lo stretto
passaggio dov'egli aveva posto le sue colonne, i confini del non plus ultra. Ma proprio al di l di esse
viveva il mito del continente perduto, l'isola di Atlantide descritta da Platone: e il fulcro di tutte quelle
storie - che verso il XIV secolo cominciavano ad animarsi di terre oceaniche effettivamente avvistate e
poi perdute: le Canarie, Madera... - era lo specchio d'acque dell'"Atlantico mediterraneo", la Costa de
la Luz tra Isla Cristina a nord-ovest e punta di Tarifa a sud-est. Quasi alla met esatta, tra Sanlcar de
Barrameda e Jerez de la Frontera, il Guadalquivir si getta pigramente nell'oceano dopo aver a lungo
indugiato tra gli alberi, i prati verdissimi e gli acquitrini pieni di fiori e di uccelli bellissimi del Parque
Nacional de Doana.
L i turisti non vanno solo per gustare il prezioso vino di Jerez, n per condividere con i
pellegrini e i gitani la commozione di quel luned di Pentecoste allorch, dal santuario del Roco, sale
la Seora e la folla si accalca paurosamente, tumultuosamente, attorno alla pesante statua carica
d'argento, e i bambini - impauriti e piangenti - passano di mano in mano sopra la gente, in
un'acrobazia da capogiro, per poter toccare la santa effigie. L, si arriva anche per cercarvi il profumo
della scoperta del Nuovo Mondo e quindi l'avvio definitivo della Modernit.
L c' tutto, in un fazzoletto di pochi chilometri quadrati. Anzitutto il convento francescano
della Rbida con la cella nella quale frate Juan Prez e Cristoforo Colombo discussero i particolari
dell'impresa prospettata dal marinaio genovese e il buon minorita s'incaric di persuadere i Re cattolici
a sostenere un progetto che i professori dell'Universit di Salamanca avevano solennemente e
decisamente bocciato: il religioso era l'ascoltato confessore d'Isabella di Castiglia, che alla fine prefer
dar retta a lui piuttosto che agli esperti salmantinos.
La Rbida, situata al centro di una bella pineta che per fortuna cela alla vista le non lontane,
mostruose raffinerie petrolchimiche,  collegata al porto di Palos de la Frontera, a meno di 10
chilometri da Huelva, dall'Avenida de Amrica, un'incredibile favolosa strada bordata di una
pavimentazione in ceramica dove sono raffigurate le contrade pi importanti del Nuovo Mondo. Il
capolavoro fu gravemente danneggiato durante il tristemente famoso terremoto del 1755, lo stesso che
rase al suolo Lisbona: ma  stato da allora ben restaurato. Da Palos, com' noto, il navigatore genovese
sarebbe salpato alla volta di quelli che, nelle sue intenzioni, erano i porti di Cipango.
La storia della scoperta si fa risalire appunto a decenni ben precedenti il viaggio del 1492: ai
tempi dei genovesi fratelli Vivaldi e quindi della pi volte avvenuta e perduta scoperta delle Canarie
che aveva affascinato anche Giovanni Boccaccio. In effetti, in tutta questa storia, c'entrano molto
anche Firenze e le sue relazioni, prima che con la Spagna, con il Portogallo. Poche sono oggi le residue
riserve riguardo all'autenticit della lettera che l'umanista e cartografo fiorentino Paolo dal Pozzo
Toscanelli avrebbe inviato il 25 giugno nel 1475 al dotto prelato lisbonese Ferno Martins e che
accompagnava una mappa, disegnata dal Toscanelli stesso sulla base dei dati ricavati da Tolomeo e da
Marino di Tiro ma corredata dai suoi personali calcoli. Si  altres a lungo parlato delle relazioni fra il
Toscanelli e la corte portoghese attraverso un mercante e armatore fiorentino che vi aveva comodo
accesso, Bartolomeo Marchionni.
Se il contributo fiorentino a quello che pi tardi sarebbe stato il viaggio alla volta del Nuovo
Mondo s'incentra attorno alla questione del calcolo toscanelliano della distanza per via di mare tra le
coste dell'Asia orientale e quelle dell'Europa occidentale e del suo tentativo d'impegnare i navigatori
portoghesi sulla "via occidentale" verso Oriente, altri esploratori portavano frattanto alla citt toscana
notizie importanti su differenti luoghi della terra. Notevole ad esempio l'attivit del francescano
osservante Alberto da Sarteano - amico del Bracciolini, del Traversari, del Bruni, del Niccoli - che
interruppe la sua attivit di travolgente predicatore allievo ed erede di Bernardino da Siena per
compiere due viaggi fuori d'Europa. Frate Alberto era partito da Firenze nel novembre del 1439 con
una comitiva di circa 40 persone e con lo scopo, fra l'altro, di giungere al regno del Prete Gianni
identificato ormai non pi come un favoloso dinasta asiatico (tale era stato fra il XII secolo e l'et di
Marco Polo), bens come il negus d'Etiopia. A tale meta egli non pervenne: ma ambasciatori della
Chiesa abissina arrivarono invece, nel 1442, al concilio di Firenze e conferirono con papa Eugenio IV e
con l'umanista Poggio Bracciolini.
All'indomani della grande stagione braccioliniana e toscanelliana, le nostre informazioni
relative ai contributi scientifici fiorentini in tema geografico e cartografico si perdono. Sappiamo che
Angelo Poliziano avrebbe voluto scrivere un'opera sulle scoperte portoghesi: ma non pervenne a
realizzare quel progetto. Differente il discorso sui contributi alla conoscenza del mondo da parte dei
viaggiatori e dei mercanti della citt del Giglio: oggi si  ormai d'accordo sul fatto che molti dei viaggi
vantati da un bizzarro personaggio piuttosto chiacchierato come raccontaballe, Benedetto Dei, siano
stati in effetti una realt. Nato a Firenze nel 1418, legato ai Medici e particolarmente a Lorenzo, il Dei
fece le sue prime esperienze di viaggio all'ombra degli interessi della famiglia; visit Venezia intorno
al 1440 e Milano nel 1448, poi dal 1460 intraprese viaggi ben pi impegnativi. Peror interessi
fiorentini e veneziani alla corte di Maometto II, al quale prest servigi di ambasciatore con il consenso
dei Medici. Fra le mete che, nelle pagine della sua Cronaca, racconta di aver raggiunto durante i suoi
viaggi vi sono la Turchia, il mar Nero, i Balcani, la Grecia, la Bosnia, la Dalmazia, Tunisi, Cartagine e
persino Timbuct.
Pi importanti furono tuttavia i contributi di veri e propri esploratori. Come Giovanni da
Empoli, nato a Firenze nel 1483 e nel 1503 imbarcatosi ventenne su una nave diretta in India per conto
della compagnia mercantile dei Gualtierotti e Frescobaldi: egli approd in Brasile, doppi quindi il
capo di Buona Speranza e giunse in Malabar. Tornato in patria, ripart nuovamente con una flotta
portoghese diretta in India. Dopo aver partecipato alla riconquista di Goa, fu a Sumatra e in Malacca
per incarico di Alfonso de Albuquerque; rientrato a Lisbona nel 1513, fu assunto al servizio del re del
Portogallo e torn in tale veste a Sumatra, con licenza di spingersi fino in Cina. Giunse difatti a Canton,
e si spense nel 1418 a Macao.
Com' noto, prima di volgersi alle rotte atlantiche le navigazioni esplorative avevano preso la
strada dell'Africa, in vista d'una sua possibile circumnavigazione. Stava probabilmente in qualche
rapporto con programmi di questo tipo la spedizione genovese dei fratelli Vivaldi, salpata da Genova
nel 1291 per esplorare l'oceano oltre lo stretto di Gibilterra e mai pi tornata. Pu darsi tuttavia che essi
si limitassero a cercare le isole Canarie, gi note ai navigatori sia antichi sia arabi; e a quell'arcipelago
in effetti giungeva ai primi del XIV secolo il genovese Lazzarotto Malocello; pi tardi, le isole
venivano toccate e poi di nuovo perdute, a pi riprese, da marinai genovesi e maiorchini, e anche dal
fiorentino Angiolino de' Corbizzi. Fra 1340 e 1350 si scopriva poi l'isola di Madera; e pi tardi, fra
1427 e 1432, si toccava l'arcipelago delle Azzorre.
Frattanto, cominciavano a circolare notizie relative alle ricchezze in oro del Sudan e del Mali: e
iniziavano le spedizioni che tentavano di giungere alla foce del Niger. Nel 1346 il maiorchino Jayme
Ferrer doppiava il tempestoso capo Bojador, detto finis Africae: ma l'episodio rimaneva isolato, finch
nel 1433-34 quel capo non fu superato definitivamente. Nel 1447 si giungeva alla foce del Senegal,
dove si poteva entrare in contatto con le carovaniere che trasportavano oro, avorio e schiavi e da dove
si sarebbe potuta raggiungere la mitica citt di Timbuct. Fra 1456 e 1470 si toccavano Capo Verde e
le sue isole. Finalmente, nel 1487, il portoghese Bartolomeo Diaz varcava il capo di Buona Speranza
aprendo cos la via verso l'oceano Indiano; e nel 1497 salpava da Lisbona Vasco da Gama, che sarebbe
giunto alle coste dell'India.
Il grande organizzatore delle prime fra queste straordinarie imprese marittime fu un principe
portoghese, Enrico detto appunto "il Navigatore" (1394-1460). Egli aveva organizzato nel sud del
Portogallo, l'Algarve, un vero e proprio centro di studi al quale convenivano navigatori, astronomi e
cartografi. Il movente di Enrico, oltre che marinaro e scientifico, era anche politico-religioso. Egli
aveva vissuto l'epopea della conquista portoghese di Ceuta e seguiva da vicino gli stessi progressi della
Reconquista spagnola, mentre guardava con preoccupazione, al contrario, all'avanzare dei turchi in
Anatolia. Come molti suoi contemporanei, cullava il sogno d'una crociata che avrebbe debellato
l'Islam e riconquistato alla Cristianit la Terrasanta: e tendeva quindi orecchio alle leggende relative al
Prete Gianni.
Tuttavia, l'impresa pi importante e rivoluzionaria del secolo part non dalla circumnavigazione
dell'Africa, bens dal problema che si erano posti il Toscanelli e il Martins; e, sebbene non si possa
affermare che le notizie circa contatti epistolari fra Toscanelli e Cristoforo Colombo (1451-1506) siano
rispondenti a realt, la lettera del geografo toscano al canonico di Lisbona era conosciuta da parecchi
cosmografi e marinai: la troviamo, fra l'altro, copiata sul retro di un esemplare dell'Historia rerum
ubique gestarum di Enea Silvio Piccolomini, appartenuta al navigatore genovese.
Le notizie sulla biografia di Colombo non sono sempre e del tutto certe. Figlio di un mercante
genovese, collaborando con il padre era entrato presto al servizio di una serie di altri mercanti,
lavorando per i quali si era fatto fino da giovanissimo una solida esperienza di navigatore: aveva infatti
visitato la Spagna, la Guinea e l'Inghilterra. Tra il 1478 e il 1479 si stabil in Portogallo, dove spos tra
l'altro la figlia di un piacentino, Bartolomeo Pelestrello, che era divenuto governatore di Porto Santo
nell'isola di Madera. L'interesse per la cosmografia e la convinzione che le coste asiatiche non
distassero troppo da quelle europee risale a questo soggiorno: Colombo studiava gli antichi geografi ma
al tempo stesso interrogava i marinai, studiava i piccoli reperti che le maree gettavano sulla spiaggia e
raccoglieva le leggende circa le isole occidentali. Nel 1488 la lettura dello scritto del Toscanelli al
Martins lo avrebbe rafforzato nelle sue idee.
Ben presto, Colombo prese a inseguire l'idea di un viaggio che attraversasse l'oceano puntando
verso occidente, anzich giungere all'Oriente attraverso la lunga e rischiosa circumnavigazione del
continente africano. Mettendo insieme in modo abbastanza confuso notizie desunte da Plinio, da
Marino di Tiro, dai geografi arabi, dal d'Ailly e dal Piccolomini egli aveva elaborato un sistema
cosmografico coerente, ma caratterizzato da colossali errori: ad esempio, riteneva la terra molto pi
piccola della realt e calcolava la lunghezza dell'equatore pari a 10.000 chilometri circa (cio un quarto
circa di quella effettiva); pensava pertanto che per raggiungere le isole di Cipango (il Giappone,
secondo Marco Polo) sarebbe stato sufficiente dalle coste iberiche un viaggio di appena 5.000
chilometri, mentre l'effettiva distanza tra le due coste (a parte l'ostacolo costituito dal continente
americano) raggiunge i 20.000.
In un primo tempo, Colombo si era rivolto a re Giovanni II del Portogallo, sperando di
finanziare cos il viaggio che egli aveva in mente: il sovrano, per, perseguiva tradizionalmente la via
della rotta "orientale" verso l'Asia e non vedeva ragione di appoggiare uno straniero le cui pretese
erano forse eccessive. Il marinaio e cartografo genovese si trasfer quindi in Spagna, nel 1485, con il
figlio Diego, e prese a bussare insistentemente alla corte dei Re cattolici, allora impegnati nella
conquista di Granada. Colombo non si limitava all'offerta delle sue tesi e dei suoi buoni uffici per la
dimostrazione della loro esattezza: egli si era con gli anni trasformato in una sorta di vero e proprio
predicatore della necessit di raggiungere la lontana Asia, non solo per entrare in contatto con i tesori di
Cipango e del Catai, ma anche per persuadere il Gran Khan dei mongoli, che egli credeva ancora
imperatore della Cina, a unire le sue forze con quelle dell'Europa cristiana in una crociata che avrebbe
finalmente debellato l'Islam e restituito ai cristiani Gerusalemme. La sua impresa - sosteneva -
avrebbe infine guadagnato al cristianesimo tutti i popoli della terra: e riteneva d'auspicio il fatto di
chiamarsi Cristoforo, come il santo che secondo la leggenda aveva trasportato Ges da una sponda
all'altra di un fiume vorticoso.
Durante le lunghe trattative con i Re cattolici, questi aspetti eterogenei del carattere di Colombo
ebbero agio di salire in superficie: egli si rivel al tempo stesso un sognatore e un intrigante, un mistico
e un arrampicatore sociale privo di scrupoli. Il suo carattere suscit forse le simpatie della regina
Isabella di Castiglia; al contrario irrit una serie di cauti consiglieri di re Ferdinando d'Aragona,
preoccupati sia per gli alti costi dell'impresa prospettata, sia per le eccessive richieste di colui che la
proponeva accompagnandola con la pretesa che gli fosse riconosciuto il titolo di governatore di tutte le
terre che avesse scoperto e conquistato per i sovrani di Spagna, sia infine per quel che - alla luce della
cosmologia tolemaica allora prevalente - sembrava la scarsa attendibilit scientifica delle idee di quel
petulante marinaio. Una commissione di dotti riunita a Salamanca esamin accuratamente le tesi e le
confut una per una. Oggi, abbiamo modo di verificare quanto quei sapienti fossero - rispetto alla
verit obiettiva dell'assetto dei continenti sulla superficie terrestre - molto pi nel giusto che non
Colombo. Il fatto  che sia quelli, sia questo, ignoravano la presenza di un continente intermedio posto
tra Europa e Asia e che si collocava non lontano dal punto nel quale Colombo sosteneva si trovassero le
coste dell'Asia stessa. Questo particolare avrebbe a lungo mantenuto l'equivoco: finch visse, Colombo
non ammise mai n di avere sbagliato i calcoli, n che le terre da lui scoperte non fossero una parte del
continente asiatico.
Dopo la riunione di Salamanca le speranze di essere finanziato dai Re cattolici, per Colombo,
erano molto esigue: egli mise tuttavia in moto tutte le sue risorse e le sue conoscenze (dai francescani
spagnoli influenti a corte fino ai duchi di Medina Sidonia e di Medinaceli e all'italiano Alessandro
Geraldini di Norcia, precettore dei figli del re) per indurre i sovrani ad aiutarlo. E alla fine riusc: il 17
aprile 1492 fu firmata la convenzione di Santa F con la quale si concedevano tra l'altro a Colombo i
titoli di ammiraglio, vicer e governatore delle terre che avesse scoperto e conquistato. Il 3 agosto di
quell'anno salparono dal porto di Palos tre navi di modesta grandezza (due "caravelle" e una cocca
leggermente pi grande), armate con capitali in parte spagnoli, in parte fiorentini; e il 12 ottobre
Colombo giungeva in vista di un'isola che egli identific come uno degli avamposti del territorio di
Cipango e che gli indigeni chiamavano Guanahani, mentre egli le impose il nome di San Salvador
(l'identificazione di essa  incerta, ma si tende a ritenere si trattasse dell'isola di Watling nelle
Bahamas). In successive spedizioni arriv a Cuba (da lui identificata con Cipango) e ad Haiti, cio
all'isola di Hispaniola, che egli credette fosse il Catai.
L'ammiraglio comp tra 1492 e 1504 quattro successivi viaggi tra la Spagna e quello che ormai
veniva chiamato il Nuovo Mondo. La sua esperienza come vicer e come governatore non fu felice:
non seppe mantenere la disciplina tra i coloni spagnoli, commise crudelt contro gli indigeni, fu
addirittura accusato di ruberie. Tornato in Spagna nel 1504 e tenuto lontano dalla corte che - dopo la
morte della regina - gli era decisamente ostile, mor a Valladolid nel 1506. Siccome fino dai primi anni
successivi alla grande scoperta era stato chiaro - a tutti meno che a lui - che le terre alle quali erano
approdati i suoi vascelli erano quelle non gi dell'Asia, bens appunto di un Nuovo Mondo, si scaten
tra le potenze cristiane la corsa all'appropriazione delle terre oltreoceaniche. Erano in gara, soprattutto,
Spagna e Portogallo; dovette intervenire papa Alessandro VI, che con la bolla Inter caetera propose
una linea di demarcazione verticale (detta, con termine spagnolo, raya): ad est di essa le terre in futuro
scoperte sarebbero andate ai portoghesi, ai quali interessava la navigazione "orientale" verso le Indie; a
ovest agli spagnoli. Con il trattato di Tordesillas, che modific e formalizz nel 1494 tale proposta, la
raya venne fissata a 360 leghe a ovest delle isole del Capo Verde.
Si gettavano cos le basi per la colonizzazione di quella che sarebbe stata pi tardi chiamata
l'America Latina: infatti il Brasile, le coste del quale furono scoperte nel 1500 dal portoghese lvares
Cabral, sarebbe stato in forza del trattato di Tordesillas colonizzato dai portoghesi, mentre il resto del
subcontinente latinoamericano sarebbe stato interessato dalla colonizzazione spagnola. Intanto il
veneziano Giovanni Caboto, al servizio dell'Inghilterra, era giunto nel 1497 in vista delle coste di
Terranova: aveva inizio cos anche il capitolo delle esplorazioni dell'America settentrionale.
Tra la fine del Quattro e i primi del Cinquecento, come sappiamo, l'Andalusia si era andata
svuotando di ebrei e di musulmani, cacciati dalle autorit regie: ma, anche per la politica di estese
concessioni territoriali accordate all'alta nobilt, nonostante le ampie esenzioni fiscali concesse ai
cristiani che avessero voluto trasferirsi nella regione, i vuoti provocati dagli editti d'espulsione non
erano stati colmati. N ci si deve lasciar ingannare dalla densa popolazione delle citt, specie di
Siviglia, dove del resto accanto ai mercanti e agli artigiani stavano crescendo in ben maggior misura i
poveri, i disoccupati, gli schiavi, i mendicanti e i marginali con un parallelo aumento dei disagi e dei
pericoli pi svariati, dalla malavita alle epidemie; a spopolarsi erano peraltro soprattutto le campagne,
con le conseguenze del crollo della produzione agricola, delle carestie, della fame.
Le notizie provenienti dal Nuovo Mondo, molte delle quali erano fantasiose leggende di
favolose ricchezze, di citt d'oro, perfino di fontane della giovinezza, fecero il resto. Le flotte avevano
bisogno di ciurme, i centri coloniali oltreoceano di artigiani specializzati come carpentieri e fabbri, i
capi dei gruppi di avventurieri armati dalle tasche vuote ma dalle teste piene di sogni d'avventura e di
ricchezza - i conquistadores - di gregari coraggiosi e pronti a tutto. Dall'Andalusia e dalla vicina
Estremadura part la quasi totalit degli spagnoli decisi a conquistare il Nuovo Mondo e pronti a
diventar di tutto, non importa se crociati o razziatori senza scrupoli o entrambe le cose. Si calcola che
in un secolo e mezzo, dai primi del XVI a met del XVII secolo, circa 120.000 andalusi si trasferissero
oltreoceano; e, nelle terre assoggettate alla Spagna di quella ch'era ormai l'America, il 40% dei sudditi
provenienti dal vecchio continente era costituito di andalusi.
La Carrera de las Indias, la rotta verso quelle che - perpetuando l'equivoco nel quale era
caduto Colombo - si denominavano ormai Indie occidentali, costitu un traffico e un business enorme
che arricch tanto i mercanti europei quanto i corsari e i pirati inglesi, olandesi e francesi. Si  potuto
calcolare che nel secolo e mezzo tra l'inizio del Cinquecento e la met del Seicento - il Siglo de Oro
corrispondente al lungo periodo di preponderanza spagnola sui mari e nell'Europa occidentale, tra la
scoperta del Nuovo Mondo e la fine della guerra dei Trent'anni - pi o meno 18.000 vascelli di vario
tipo solcarono l'Atlantico organizzati in vari convogli che, in media, occupavano 75 giorni di viaggio
da Cadice a Veracruz e quasi 130 da Veracruz a Cadice. Vino, olio, distillati ad alta gradazione
alcolica, derrate alimentari di vario genere, frutta secca (famosa l'uva passa di Malaga), seta specie da
Granada, materie prime per la fabbricazione di medicinali, libri usciti dalle molte tipografie sivigliane
venivano caricati nei porti soprattutto di Cadice e di Triana - il sobborgo marinaro di Siviglia, sulla
riva occidentale del Guadalquivir - per essere trasportati verso gli empori della Nuova Spagna e dei
Caraibi da dove giungevano l'oro, l'argento, il tabacco, le nuove spezie che avevano in gran parte
sostituito quelle asiatiche apprezzate nel Medioevo e tra le quali primeggiava il cacao, con il quale si
preparava il "brodo indiano", il cioccolato.
Se i primi viaggi erano stati finanziati dalla corona, ben presto furono molti i banchieri e i
mercanti che manifestarono l'intenzione di entrare a loro volta nel giro dei profitti del Nuovo Mondo.
Si andarono in tal modo costituendo, sotto il controllo regio, un'istituzione e un complesso insieme di
uffici di controllo e di autorizzazione al commercio per il quale si costru un grande solenne edificio
presso la cattedrale e l'Alczar di Siviglia: la Casa de Contratacin de las Indias. Ancor oggi le moli
della reggia, della chiesa e della sede mercantile caratterizzano la piazza principale dell'antico centro
sivigliano. Sono i simboli di quella "tripartizione funzionale" studiata da Georges Duby, da Georges
Dumzil e da molti altri: la regalit, vale a dire la sovranit politica, giuridica e militare; la sacralit
sacerdotale, amministratrice dei valori dello spirito; e il potere dell'economia e della ricchezza. I "tre
stati" caratteristici della vita sociale e giuridica dell'Ancien rgime erano appunto rappresentati da
ciascuna di queste istituzioni. Il centro di Siviglia, con la sua grande piazza, si presentava come il
nucleo simbolico di un nuovo ordine mondiale.
Dalla periferia dell'Occidente al centro del mondo, alla decadenza
La Casa de Contratacin, fondata nel 1503, fu per oltre due secoli il cuore economico e
amministrativo dell'impero nel quale non tramontava mai il sole: i Re cattolici concessero alla citt di
Siviglia il monopolio esclusivo del traffico d'importazione e d'esportazione di tutte le merci
d'oltremare, con l'annesso sistema di compravendita e di distribuzione delle mercanzie e la relativa
organizzazione daziaria. Un operoso triangolo di produzione e di vendita di beni, soprattutto alimentari,
si organizz frattanto tra Siviglia, Sanlcar de Barrameda e Cadice per provvedere del necessario le
flotte impegnate nella traversata atlantica. Interi eserciti di artigiani, immense vigne, estesissimi oliveti
con i relativi agricoltori erano impegnati esclusivamente a rifornire del necessario quella vera e propria
"citt in movimento" ch'era l'insieme delle flotte continuamente in mare; e a far funzionare l'immensa
infrastruttura a ci necessaria contribuiva anche un altro grande esercito di "addetti al terziario", dai
funzionari dei vari uffici organizzativi ai doganieri; mentre il motore fisico del tutto - il "ventre di
Siviglia" - era un ulteriore esercito subalterno, popolare e addirittura sottoproletario (dal clero agli osti
e albergatori fino ai manovali e ai giornalieri).
Ma v'era ancora un immenso esercito che viveva al margine di tutti gli altri. Era quello degli
scrocconi, dei giocatori d'azzardo, dei truffatori, dei rapinatori, dei malviventi di vario genere, dei falsi
infermi e dei falsi mutilati, degli autentici assassini, dei mendicanti e delle prostitute, il centro del quale
era a pochi passi dalla Giralda[1] e dalla Casa de Contratacin: i rinconetes e i cortadillos che
sostavano in apparenza oziosi - in realt molto vigili e operosi - presso la Puerta del Perdn della
cattedrale[2].
Questa era la Siviglia nobilissima, devota e pcara del Siglo de Oro. Un'opulenza malissimo
distribuita, che portava inevitabilmente con s lo spreco e la fame, l'accumulo di ricchezze destinate a
rivelarsi col tempo in moltissimi casi improduttive (e la svalutazione dei metalli preziosi a causa del
loro eccessivo arrivo dal Nuovo Mondo lo avrebbe di l a poco provato, con la generalizzata inflazione)
e la pi sordida miseria. La Siviglia che decadde rapidamente, cos come aveva conosciuto una rapida,
irresistibile ascesa.
I sintomi della decadenza furono precoci, per quanto forse malintesi. I cattivi raccolti del 1506 e
del 1507 erano tanto pi gravi in quanto una campagna poco produttiva comportava fatalmente
l'avanzata dell'allevamento, sostenuto dalla mesta[3] incoraggiata dai Re cattolici. Nessuno all'epoca
poteva sapere che si era ormai largamente entrati in un lungo periodo di clima sfavorevole, ma
l'epidemia di peste di quello stesso 1507 fu chiaro segno del fatto che si era arrivati a una congiuntura
sfavorevole destinata a durare a lungo. Essa rovin molti piccoli proprietari e favor invece l'alta
aristocrazia la quale si stava impadronendo anche dei porti: la casa di Medina Sidonia si era appropriata
di Huelva e di Sanlcar de Barrameda, i duchi di Medinaceli di Puerto de Santa Mara, i Ponce de Len
di Cadice, gli Enrquez de Ribera di Tarifa. La corona - intanto impegnata nel disciplinare e nel ridurre
sotto la sua diretta dipendenza gli Ordini militari spagnoli come Alcntara, Calatrava, Santiago[4] - non
pot se non replicare con nuove fondazioni, quali Porto Real, e con il recupero di Palos, di Cadice e di
Gibilterra: provvedendo per varie forme di risarcimento per i rispettivi ex proprietari. N Carlo V, n
Filippo II riuscirono ad arrestare questa decadenza, che si esprimeva anche a livello istituzionale con
fenomeni quali il dilagare delle false attestazioni di nobilt, con relative falsificazioni di cronache
genealogiche e fantasiose (talvolta a loro modo geniali) invenzioni araldiche, e la compravendita -
eufemisticamente indicata come "venalit" - dei pubblici uffici. Al di l delle ricorrenti carestie,
Siviglia si trov colpita a partire dalla seconda met del Cinquecento dal progressivo insabbiamento del
suo porto fluviale dovuto all'accresciuto accumulo di detriti nel letto del grande fiume a causa delle pi
forti e frequenti precipitazioni: un altro esempio di come il clima - in questo caso l'incipiente "piccola
era glaciale" - abbia inciso sulla storia molto pi di quanto non si sia finora immaginato.
Gli andalusi in generale, i sivigliani (e quelli della parte occidentale della citt: i marinai, i
pescatori e i cantieristi di Triana) in particolare, risposero all'incipiente pauperizzazione non solo
emigrando in America - l dove si erano fondate una Nuova Spagna e una Nuova Castiglia -, ma anche
partecipando alle spedizioni volte al saccheggio dei porti nordafricani e alla conquista di territori nel
Maghreb. In ci, si distinsero soprattutto quelli che abitavano attorno alla rada di Malaga. Le campagne
d'Africa erano giustificate dagli interessi economici (oro, frumento, schiavi che affluivano nelle citt
costiere dall'interno grazie a una "tratta" gestita da mercanti arabi) ma anche dalle esigenze
politico-militari: lotta ai corsari "barbareschi", cio maghrebini, e necessit di mantenere ben saldo il
controllo dello specchio d'acqua prospiciente lo stretto di Gibilterra. Bisogna al riguardo ricordare,
come ci ha insegnato Fernand Braudel, che la "guerra di corsa" non consist in un flagello musulmano
che si abbatt sulle coste cristiane bens in una sorta di "partita di giro": se le prigioni di Algeri erano
piene di povera carne battezzata destinata a remar sulle galee barbaresche, quelle di Malaga (o, in
Italia, di Livorno) erano piene di altrettanto povera carne circoncisa che faceva la stessa fine; se i bey e
i kapudan pasha maghrebini erano dei capi pirati, i nobili signori degli Ordini di Malta o del toscano
Santo Stefano esercitavano identico mestiere; e, tanto tra i cristiani quanto tra i musulmani, esistevano
pie organizzazioni che raccoglievano le elemosine dei fedeli per riscattare i rispettivi schiavi (l'attivit
dei padri trinitari o mercedari era ben nota). Gli spagnoli conquistarono in tal modo Mazalquivir,
Orano, Tripoli, mentre la grande "crociata" vittoriosa di Carlo V che gli avvalse la conquista di Tunisi
e un trionfo a Roma, nel 1535,  ben nota; ma va ricordato altres al riguardo lo smacco dell'imperatore
e del suo ammiraglio, il genovese Andrea Doria, sotto Algeri nel 1541.
Mentre il centro del governo della monarchia di Spagna abbandonava l'Andalusia per insediarsi
di nuovo nella vecchia Castiglia, con il modesto paesone di Madrid trasformato in altera metropoli, e
mentre i grandi porti oceanici si spostavano a nord, verso i Paesi Bassi e l'Inghilterra, Siviglia entrava a
sua volta nel momento pi acuto della sua crisi aggravata, sul piano demografico, dalle epidemie. Il
progressivo insabbiamento del Guadalquivir e quindi del porto fu causa, nel 1680, della perdita del
monopolio del commercio con le Americhe. Nel 1717 la flotta mercantile venne definitivamente
trasferita a Cadice, che si sostitu a Siviglia come centro propulsore amministrativo dei traffici col
Nuovo Mondo. Eppure, essa stessa era stata oggetto gi fino dal Cinquecento di pesanti attacchi navali;
tuttavia si cominciavano a discernervi le conseguenze dell'incipiente decollo industriale e il favore che
le era accordato, dopo la fine della guerra di successione tra Asburgo e Borboni, dal nuovo sovrano
Filippo V.
D'altronde, le coste spagnole e italiche non dovevano temere solo i corsari maghrebini, quali il
celebre Khaireddin detto "il Barbarossa". L'Inghilterra della grande Elisabetta era una straordinaria
organizzatrice di raid corsari, specie contro la Carrera de las Indias. Quando poi, nel 1587, i cantieri
spagnoli erano in piena attivit per la costruzione di quella flotta che si sarebbe denominata - peraltro
ben infelicemente, come sappiamo - Invencible Armada, gli sforzi dei corsari inglesi andarono
intensificandosi. Fu cos che in quell'anno sir Francis Drake assal e devast come s' detto or ora il
porto di Cadice. Ancora pi grave fu l'incursione di una flotta anglo-olandese guidata da un altro
celebre corsaro, l'Essex, nel giugno del 1596, quando si stima che circa un terzo della citt venisse
distrutta[5]; altre operazioni navali inglesi o anglo-olandesi dirette contro il golfo di Cadice si
ripeterono, con esito sempre vittorioso per gli attaccanti e gravissimo per gli aggrediti, nel 1625 e poi di
nuovo il 19 settembre del 1656 nel contesto della guerra anglo-spagnola del 1655-60, un postumo della
guerra dei Trent'anni che nemmeno la pace dei Pirenei aveva potuto fermare.
Miseria e nobilt, ricchezza e povert
D'altronde, se  vero che il centro del potere si era spostato di nuovo verso la Castiglia, come
prima della met del XIII secolo,  non meno vero ch'esso aveva fortemente imbrigliato le aristocrazie
andaluse, proprietarie di quasi tutta la terra della regione, istituendo due capitanas generales militari
con rispettiva sede a Siviglia e a Granada e affidando alle quattro "capitali" della regione - Granada,
Siviglia, Cordova, Jan - la prerogativa di rappresentare la loro terra presso le Cortes de Castilla
mediante procuratori eletti dai consigli cittadini, funzione dei quali era il presentare al re le necessit
dei loro popoli ma che avevano altres la facolt di votare le imposte straordinarie, i cosiddetti
servicios. Tali procuratori di fatto non tutelarono mai tutti gli andalusi, bens soltanto le oligarchie
cittadine dominanti.
Questo controllo, esercitato sulla regione dall'aristocrazia nobiliare e dalle oligarchie cittadine,
era stato decisivo allorch tra 1520 e 1521 i fueros delle comunit castigliane si erano sollevate contro
la politica fiscale e imperiale di Carlo V. Nel gennaio del '21, in risposta a quanto stava avvenendo, si
riun a La Rambla presso Cordova una junta costituita dai rappresentanti di Siviglia, Cordova, Cadice,
cija, Jerez, Ronda, Antequera, Andjar, Carmona, Torredonjimeno, Arjona e Porcuna, che
all'unanimit confermarono la loro fedelt all'imperatore e votarono la costituzione a loro spese di una
forza militare di 890 cavalieri e 4.200 fanti per sostenere la sua causa. Solo Jan, beda e Baeza si
astennero dall'appoggiare la decisione maggioritaria, ma non si schierarono nemmeno formalmente
dall'altra parte. Un fiscalismo pesante, affidato soprattutto alle imposte indirette - dazi e diritti doganali
di vario genere, a parte i periodici servicios dai quali peraltro nobilt e clero venivano ordinariamente
esentati -, intralciava lo sviluppo socioeconomico e rendeva passive e scontente le popolazioni. N
d'altronde si poteva dire che la pur privilegiata nobilt fosse soddisfatta del clima politico ed
economico generale nel quale si rifletteva il cattivo andamento della guerra dei Trent'anni sotto il
governo di Filippo IV[6]. Nel 1640-41, in coincidenza con il colpo di Stato che aveva insediato sul trono
portoghese come nuovo re il duca di Braganza, fu scoperta una congiura, protagonisti della quale erano
il pi potente principe andaluso, Gaspar Alonso Prez de Guzmn duca di Medina Sidonia - debitore
dello Stato per pi di 800.000 ducati d'oro -, imparentato col nuovo monarca portoghese, e il marchese
di Ayamonte. I congiurati contavano, con l'aiuto dei francesi e degli olandesi, di assaltare la flota de
Indias, impadronirsi di Cadice e obbligare Filippo IV alla resa. Il duca, pesantemente multato, fu
esiliato nel 1643 a Valladolid mentre il marchese fu giustiziato a Segovia nel '48. Il conflitto
ispano-portoghese che tenne dietro a questi eventi caus notevoli danni nelle aree di frontiera dei due
paesi e si concluse solo con il trattato di Lisbona del 1688. Ma pochi anni dopo un'altra guerra, quella
di successione tra le dinastie asburgica e borbonica al trono di Spagna, invest direttamente e
durissimamente l'Andalusia in quanto gli inglesi, alleati degli Asburgo d'Austria, s'impadronirono di
Gibilterra il 4 agosto del 1704 e, pur non riuscendo a occupare anche Ceuta, impartirono il 24
successivo una sonora lezione al porto di Malaga e alla flotta francese. Tali eventi, rafforzati dal patto
di Utrecht del 1713 che assegnava alla Gran Bretagna la rocca di Gibilterra, compromisero da allora in
poi definitivamente la libert di navigazione spagnola verso l'America, la Carrera de las Indias,
sigillando quell'eclisse dell'impero coloniale di Spagna gi delineatasi con chiarezza alla fine della
guerra dei Trent'anni e che sarebbe diventata irreversibile nonostante la lentezza della sua liquidazione,
ultimo atto della quale sarebbe stata la "guerra di Cuba" del 1894-98.
Ci non significa che il clima delle riforme avviate dalla nuova monarchia borbonica - gi con
Filippo V, ma ancor pi con Carlo III e anche con Ferdinando VI - passasse inavvertito nell'intero
"triangolo" andaluso. Le amministrazioni municipali furono rafforzate e razionalizzate, le comunit
furono incoraggiate a partecipare pi attivamente al governo e si avvi l'ambiziosa impresa detta de las
Nuevas Poblaciones attraverso la quale si sarebbero dovuti creare nuovi insediamenti e colonizzare
nuove terre da coltivare soprattutto nella Sierra Morena e lungo la strada tra Siviglia e Cordova. Era
previsto un ampio movimento di famiglie di contadini che avrebbero dovuto ricevere un lotto di terra di
33 are ciascuna insieme con un'adeguata fornitura di bestiame e di utensili da lavoro. La nuova
situazione determin varie modificazioni anche nel rapporto tra il governo centrale e la Chiesa, che
deteneva ampie propriet terriere, e non fu estranea all'espulsione dei gesuiti dal regno decretata il 2
aprile 1767. Furono impiegati anche coloni valenzani, catalani e perfino tedeschi. Tuttavia il progetto
entr in crisi si pu dire all'indomani del suo avvio e venne abbandonato del tutto durante la met
dell'Ottocento: il che non toglie che le riforme borboniche conducessero a risultati concreti in altri
mbiti.
A partire dal 1760 circa l'intera regione registr un buon aumento della produzione agricola,
correlativo comunque all'incremento demografico che aveva avuto qualche successo e a una ripresa dei
prezzi e del rendimento della terra: l'olivocoltura registr un deciso sviluppo, insieme con una forte
crescita delle esportazioni d'uva passa, mandorle e limoni. Nell'area di Granada la crisi della
produzione di seta e di zucchero continu, ma verso la fine del Settecento s'incentiv viceversa quella
del cotone favorita dal coevo sviluppo dell'industria tessile catalana e dal fatto che la "guerra
d'Indipendenza" americana aveva a lungo compromesso l'importazione di quella merce dal Nuovo
Mondo. Nella Vega[7] di Granada s'incentiv la coltivazione del lino e della canapa necessari alle
fabbriche le quali, in quella stessa citt, producevano vele e altri articoli necessari all'attivit marinara;
il porto di Malaga conobbe una rinnovata, vorticosa attivit con riferimento sia alle esportazioni (uva
passa, frutta secca, soprattutto il vino di Pedro Ximnez richiesto perfino in Russia e in Polonia) sia alle
importazioni, rispetto alle quali esso serviva da centro di smistamento; l'attiva e intraprendente
borghesia cittadina si arricch anche grazie a una fiorente attivit di cabotaggio con i centri portuali
catalani e dal 1778 al commercio diretto con il continente americano, in concorrenza con Cadice e con
Triana. Che dall'Andalusia si passasse direttamente l'oceano fino a Cuba  rimasto fino ad oggi un
argomento di fierezza identitaria. Il ritornello d'una celebre canzone marinara dei trianeros (gli abitanti
di Triana) recita: "Que viva Triana - y los veleros de la Habana!".
Tuttavia, nonostante l'impegno della monarchia borbonica nelle riforme, le attivit industriali
andaluse non registravano incrementi davvero significativi: le abituali misure protezionistiche, la
mancanza di capitali, i bassi livelli tecnologici, il permanere di consuetudini artigiane, la persistenza
dei vincoli corporativi e delle misure daziarie che comportavano una massiccia ma non sempre efficace
politica doganale di lotta al contrabbando costituivano pesanti fattori di ristagno. A Siviglia erano attive
istituzioni privilegiate che monopolizzavano la produzione e il commercio, quali la Fbrica de Tabacos
e la Real Compaia de Comercio y Fbrica San Ferdinando che verso la met del Settecento impiegava
quasi 12.000 operai: tutto ci non era comunque sufficiente a mantenere il passo con il resto d'Europa.
Il male peggiore, che si traduceva in un forte fattore d'impoverimento e di malessere ed era
continua fonte di rivolte, era la cattiva situazione agricola: pessima ripartizione della propriet
concentrata in pochissime mani con amplissimi territori affidati a latifondi improduttivi ("troppe
braccia senza terra in citt, troppa terra senza braccia nei campi"), frequenti cattive annate con
conseguenti carestie, prezzi troppo alti delle derrate alimentari e pertanto inevitabili rivolte. Dopo la
crisi agraria del 1764-65, un'inchiesta disposta da Carlo III rivel quanto drammatiche fossero la
situazione derivata nella cattiva distribuzione del terreno coltivabile e la condizione del
sottoproletariato contadino. Del resto, tutto ci contribuiva a una crescita esponenziale della mendicit.
In una societ caratterizzata da forte sperequazione e da cronico impoverimento, il problema
dell'"altro" appariva sempre pi pressante. Dopo l'espulsione di marranos e di moriscos, il nemico
della quotidiana convivenza appariva adesso il girovago senza tetto e senza fissa dimora che, nelle citt
come nelle campagne, si addossava il ruolo della diversit. Insieme col fenomeno cronico del
banditismo (i bandoleros), erano adesso i gitanos una delle fonti principali di preoccupazione delle
autorit e dell'establishment. Fra 1717 e 1745 si cerc di distribuire questi nomadi rendendoli sedentari
in una serie di poblaciones: Ronda, Alcal la Real, Antequera, Carmona, Jan, beda, Andjar, Baeza,
cija, Siviglia, Puerto de Santa Mara, Granada, Guadix, Mancha Real. In questo modo, prescindendo
dal loro genere di vita e dalle loro tradizioni, vennero dichiarati "sedentarizzati" e nel 1783 cessarono
per decreto (Real Pragmtica) di esistere: venivano d'altronde di fatto aboliti sul piano culturale, nel
senso che si proibiva loro di continuare a chiamarsi gitanos, di parlare idiomi e d'indossare abiti
connessi con la loro tradizione, di praticare ancora il nomadismo. I trasgressori venivano puniti
mediante marcatura col ferro incandescente di un tatuaggio raffigurante l'arme araldica di Castiglia. Si
adott, in altri termini, una pura e semplice politica etnocida.
Ma, negati per mezzo di un tratto di penna, i gitani non scomparvero affatto. Il censimento di
Floridablanca del 1787 registrava che ne vivevano ancora quasi 10.000 in Castiglia e circa 8.000 in
Andalusia, ripartiti nelle citt di Siviglia, Jerez, Cadice, Granada, Baeza e Malaga. Estranei allo Stato e
alla Chiesa, continuavano a vivere fra la gente mendicando, rubacchiando, esercitando i mestieri di
prestigiatori, di guaritori, d'indovini e praticando piccole attivit di produzione artigiana accanto alle
loro forme tradizionali di canto, di ballo e di musica. La gente ne diffidava, ne aveva un po' paura, ma
in fondo ci conviveva e a modo suo perfino li amava. Oltre alle molte feste e tradizioni che ancor oggi
si richiamano - revival e magari mistificazioni turistiche a parte - alla cultura gitana, il monumento
estetico-religioso-folklorico pi impressionante di quel mondo si conserva ancor oggi nel popoloso
quartiere di Triana (che, si potrebbe dire parafrasando il Pasolini delle Ceneri di Gramsci, " questa
Siviglia, e non  questa Siviglia"). Si tratta della chiesa di Sant'Anna nel barrio Pureza, sul cui altare
maggiore si ammira il bellissimo, terribile Cristo de la Expiracin, cio l'immagine del Cristo in
agonia giunto al punto della morte. Il volto contratto in un'espressione d'indicibile terrore, disperazione
e sofferenza fu scolpito nel 1682 da Francisco Antonio Gijn ed  considerato il suo capolavoro. Tutti
lo conoscono come El Cachorro: parola intraducibile nella sua sostanza profonda, per quanto a livello
formale indichi il cucciolo di qualunque mammifero. Si tratta, secondo una tradizione che ha l'aria di
essere autentica, del soprannome di un gitano ch'era stato accoltellato e stava agonizzando allorch
l'artista ne ritrasse il volto. Se si dovesse scegliere un simbolo delle sofferenze dimenticate e negate di
un intero, nobilissimo popolo, El Cachorro ne costituirebbe forse l'esempio pi adatto.
Tra Siglo de Oro ed et dei Lumi, si svilupparono in Andalusia molte composite forme culturali
e, si pu dire, s'inventarono molte tradizioni identitarie. Particolarmente forti erano i legami con la
penisola italica: sia a causa delle affinit linguistiche e del comune vincolo cattolico, sia perch buona
parte dell'Italia fu tra Cinque e Settecento soggetta direttamente o indirettamente alla monarchia di
Spagna, sia perch molti furono i mercanti, i funzionari e gli ecclesiastici italiani che vissero in Spagna
diffondendovi la cultura umanistico-rinascimentale e non meno gli andalusi che visitarono come
studenti o come diplomatici Roma, Napoli, Firenze, Milano e altre citt della penisola italica.
Andrebbero ricordati Fernando de Crdoba, diplomatico alla corte napoletana di Alfonso il Magnanimo
e amico di Lorenzo Valla, di Poggio Bracciolini, del libraio Vespasiano da Bisticci; o Nuo de Guzmn
de Crdoba, che frequent il Bruni e il Decembrio. Fiorente era il commercio dei libri tra le due
penisole, per il tramite soprattutto dei mercanti genovesi: e, a partire dal 1472,  testimoniata in Siviglia
la pratica dell'arte della stampa nella quale si distinse il tedesco Jacob Cromberger e che pubblic le
opere di Erasmo da Rotterdam e testi di storia, di geografia, di letteratura, di cavalleria, di religione. Il
primato sivigliano fu tuttavia insidiato a partire dal 1540 circa dalle tipografie di Medina del Campo,
mentre a partire dal 1556 l'evidente ostilit da parte della corona condusse al fallimento di molte
imprese editoriali e a un'attivit di stampa molto pi modesta, non sostenuta da sufficienti crediti. I
mercanti di libri, che avevano pure una discreta clientela data l'abbondanza d'istituzioni universitarie e
scolastiche nella regione (collegi universitari a Siviglia, Granada, Baeza, Osuna; l'Universidad de
Mareantes a Siviglia fondata nel 1569 per formare piloti destinati alla Carrera de las Indias; scuole
gesuitiche dedite alla preparazione delle lite a partire dalla met del Cinquecento a Cordova, Siviglia e
Granada), preferivano tuttavia importare ormai prodotti delle stamperie straniere, soprattutto
fiamminghe.
Le arti furono ben onorate nell'Andalusia della prima Modernit. A Granada trionf
l'eclettismo umanistico-moresco di Enrique Egas, come ben si vede nella Cappella Reale, e
l'italianismo solenne di Pedro Machuga che disegn il palazzo di Carlo V all'interno del recinto
dell'Alhambra: una massiccia sfida alla levit della reggia nasride. A Siviglia trionf lo scultore Juan
de Mesa, mentre la pittura ebbe in Francisco de Pachego il maestro di Alonso Cano e di Diego
Velzquez, i quali con Zurbarn ed Esteban Murillo furono la gloria dell'arte seicentesca andalusa e
spagnola.
L'architettura, la scultura e la pittura andaluse s'imposero tuttavia, al loro tempo, non tanto e
non solo nelle loro opere destinate a durare nel tempo quanto in una densa e qualificata attivit dedicata
all'effimero: archi di trionfo, torri, gruppi statuari in legno, in gesso, in cartapesta colorata, insieme con
elaborati fuochi artificiali. Tutto ci per le numerosissime feste tanto religiose (che fra Cinque e
Seicento superarono il centinaio all'anno: una in media ogni tre giorni) che civili, tra le quali i dias de
toros, le corride. La festa era un momento di ridistribuzione della ricchezza sotto forma di donativi in
derrate alimentari e di rafforzamento del potere che si esibiva in tutta la sua gloria. I moralisti ne erano
preoccupati: essa generava anche disordine e favoriva comportamenti pericolosi, dall'ubriachezza alle
risse, oltre a determinare continue soste nel lavoro; si segnalava con disappunto come nel mese di
agosto, quello nel quale i contadini dovrebbero essere pi impegnati di sempre nella mietitura, i giorni
di festa fossero di numero pari a quelli feriali. La ricorrenza andalusa pi attesa e celebrata era il
Corpus Domini, con apparati durante i quali si celebravano processioni rigorosamente caratterizzate da
un ordine gerarchico ma animate anche da balli di ogni genere: di gitani, di villani, di ebrei (o
comunque "all'ebrea"), di "portoghesi", di negros, di indios, oltre a danze popolari come la chacona e
la serrana. Gli erari municipali, che dovevano sostenerne il costo in decorazioni, banchetti, rinfreschi,
musiche e danze, ne uscivano esausti.
Le feste, con la loro ostentazione e il loro spreco di beni, rappresentavano un antidoto e un
contraltare al rovescio della medaglia: le sommosse. Eppure, tra queste e quelle vigeva una
complementarit profonda, una circolarit allarmante. Inoltre, la Chiesa controriformista si mostrava
sempre pi preoccupata del miscuglio di sacro e di profano (se non addirittura "pagano") che nelle
feste si mostrava. Come un po' in tutta Europa anche in Spagna i governanti del sicle des Lumires
intrapresero presto una lotta per la riduzione dei giorni festivi e, al loro interno, di certe manifestazioni:
la processione del Corpus Domini, per esempio, venne abolita nel 1780 dal sovrano riformatore Carlo
III. Tuttavia, c'erano feste pubbliche e solenni destinate a rimanere almeno molto a lungo intoccabili:
gli autos de fe organizzati dall'Inquisizione, che si celebravano di solito nelle principali piazze
cittadine, come quella de la Corredera a Cordova o di San Francesco in Siviglia o di Bibarrambla a
Granada.
Quanto per alla cultura individuale, nonostante la quantit d'istituzioni anche universitarie e
scolastiche e l'abbondanza di solenni "scritture esposte" in marmo, pietra e bronzo per le piazze e le
strade, nonch l'esistenza di biblioteche prestigiose come quella capitolare della cattedrale di Siviglia,
il livello medio d'istruzione era molto basso e l'analfabetismo dilagante. D'altronde la censura
ecclesiastica sui libri era pesante e il lavoro dell'Inquisizione al riguardo instancabile. Nel 1551 venne
pubblicato il primo Indice dei libri proibiti, la circolazione dei quali era peraltro cosa comune. Solo
l'abolizione dei tribunali inquisitoriali nel 1813 pose un argine a tale attivit. D'altronde,  discutibile
che "mettere all'indice" un libro significasse impedirne la lettura: per certi versi era vero il contrario.
Gloria specifica del Siglo de Oro andaluso furono le accademie e le attivit teatrali, che ebbero
in Gngora il loro massimo esempio magistrale. Con il Settecento, la critica agli aspetti pi retorici e
dogmatici di una cultura che appariva tanto opulenta quanto ristagnante trasse incentivo dal crescente
diffondersi d'una stampa periodica che ebbe le sue espressioni pi animate in organi come la granadina
Gazetilla curiosa a partire dal 1764 e il Diario de Cdiz a partire dal 1803.
[1]  Minareto della grande moschea sivigliana eretto tra 1184 e 1198 sul modello di quelli
maghrebini di Marrakesh, di Rabat e di Tlemcn, alto 76 metri, fu riorganizzato come campanile della
cattedrale fra 1558 e 1568 dall'architetto cordobs Hernn Ruiz junior che lo port a 96 metri e
v'install la banderuola in forma d'immagine muliebre battezzata quindi col nome di Giraldillo (ma
detta dai sivigliani la Giganta).
[2]  Ovvio forse, ma obbligatorio, il ricordo del capolavoro che presenta quell'immenso esercito
di marginali: Il Libro dei Vagabondi, a cura di P. Camporesi, n. ed. con Prefazione di F. Cardini,
Milano, 2003.
[3]  La corporazione degli allevatori di ovini e di bovini che gestiva l'insieme delle praterie
castigliane: l'istituzione risale al XIII secolo e ad Alfonso X.
[4]  Le circostanze del passaggio dei beni degli Ordini militari spagnoli alla corona e della loro
riorganizzazione in commende sono state rievocate con fantasia ma con grande forza drammatica nella
commedia Fuenteovejuna di Lope Flix de Vega Carpio, scritta attorno al 1618. Sulla storia di quegli
Ordini, cfr. Prier et combattre. Dictionnaire europen des Ordres militaires au Moyen ge, a cura di
N. Briou e P. Josserand, Paris, 2009, s. vv.
[5]  Una nota a livello di "storia dei media": mentre la propaganda britannica, con opere anche
letterarie e teatrali, aveva riempito l'Europa di orrore narrando in toni iperbolici il saccheggio di
Anversa da parte del duca d'Alba nel 1576 ( uno degli "atti di nascita" della leyenda negra spagnola),
niente del genere accadde a proposito dei ben pi gravi casi dei quali fu vittima Cadice tra 1587 e 1656.
[6]  Cfr. G. Maran, El conde-duque de Olivares. La pasin de mandar, Madrid, 1952; J.
Elliot, El conde-duque de Olivares: el poltico en una poca de decadencia, Barcelona, 2004.
[7]  La pianura.
Capitolo sesto
Lotte civili e nuovi equilibri
"La Pepa", ovvero le due "Spagne eterne"
Il segno pi evidente dell'avvento del secolo dei Lumi in Andalusia fu costituito dalla serie di
proposte riformistiche avviate a Siviglia da re Carlo III di Borbone tra 1767 e 1776. L'imposizione sul
trono spagnolo di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, sembr essere da una parte l'occasione
per la ripresa delle riforme ma dall'altra provoc una reazione dagli aspetti molteplici e contraddittori e
introdusse al tempo stesso una lunga fase di tensioni sfociata addirittura in due guerre civili: peraltro
alternative alle guerre mondiali novecentesche alle quali la Spagna non avrebbe preso parte.
Fu soltanto nel corso del maggio 1808 che gli andalusi parvero rendersi conto del fatto che le
truppe bonapartiste puntavano direttamente a sud, dove le forze borboniche stavano ripiegando e dove
a cominciare da Siviglia si andarono costituendo citt per citt delle juntas di difesa dalle quali
scaturirono i gruppi armati che, uniti con quel che restava dell'esercito borbonico, animarono la
"guerra di guerrilla" (vale a dire, letteralmente, "guerriglia", "piccola guerra"). Il 19 luglio 1808 la
vittoria di Bailn incrin la certezza fino ad allora diffusa che l'esercito napoleonico fosse invincibile.
Tuttavia poco pi tardi, nel gennaio del 1810, partendo da Almadn i francesi avviarono una
travolgente conquista dell'intera regione. Ai primi del febbraio successivo Giuseppe Bonaparte (per gli
spagnoli Jos I) stabiliva la sua capitale in Siviglia mentre quel che restava dell'esercito borbonico
cercava rifugio, con il sostegno britannico, tra Cadice - che divenne da allora il simbolo della
resistenza patriottica - e Portogallo. Tuttavia, data la variet e in molte aree la difficolt del territorio
andaluso, l'armata bonapartista fu costretta a dividersi affrontando in ambienti sconosciuti, selvaggi e
ostili la guerrilla instancabile degli spagnoli che colpivano rapidi evitando gli scontri in campo aperto.
Si present allora un ventaglio amplissimo di possibilit politiche e militari: dalla resistenza eroica alla
passivit di popolazioni stanche e impaurite fino al collaborazionismo a sua volta dettato ora
dall'obbligo e dall'intimidazione, ora da considerazioni opportunistiche, ora - specie nei ceti medi
urbani - dall'ideologia "giacobina" degli afrancesados. Tra i molti centri di risposta audace ed efficace
al nemico, avviata a un destino leggendario si rivel la serrana[1] di Ronda, dove la collaborazione tra
militari professionisti, guerriglieri volontari, bandoleros ch'erano tali "da sempre" e gente del luogo
condusse a risultati straordinari.
Ma fu contro Cadice, fortezza inespugnabile protetta dalla sua planimetria semi-isolana e dalle
circostanti pianure, che la forza del nemico s'infranse. Il 4 gennaio del '12, dopo un assedio durato
mesi e che aveva impegnato circa 15.000 uomini, i francesi furono costretti a recedere e a cominciar a
ritirarsi progressivamente dal paese andaluso che lasciarono comunque affamato e distrutto.
Tuttavia, qualcosa era avvenuto al di l delle contingenze militari. Il governo borbonico
d'Ancien rgime, che pure aveva impostato spesso anche con coraggio ed efficacia alcune riforme, si
era screditato durante i lunghi mesi della guerra in quanto non era riuscito se non in marginale misura a
sostenere lo sforzo bellico delle popolazioni andaluse che avevano opposto all'esercito di Napoleone
una resistenza paradossalmente animata da istanze patriottiche e liberali non lontane - a parte una
differente connotazione religiosa - da quelle suscitate dalla Rivoluzione francese. La Junta central che
aveva guidato lo sforzo bellico pass alla convocazione delle Cortes che il 14 febbraio 1812
decretarono aperta la fase elettorale dei loro futuri rappresentanti e il 24 poterono cominciare il loro
lavoro destinato a rivendicare a se stesse la sovranit nazionale e a fondare attraverso una serie di
decreti un nuovo Stato di tipo liberale che accoglieva i princpi proposti dal bonapartismo facendoli
per propri in piena e cosciente libert: rifiutando cio ch'essi gli venissero "donati" (vale a dire
imposti) dalle baionette straniere.
Ispirandosi ai modelli delle tre grandi rivoluzioni inglese, statunitense e francese, le Cortes
promulgarono dunque il 19 marzo 1812 una Costituzione che stabiliva l'abolizione delle signorie
nobiliari e delle consuetudini corporative, la riforma dei sistemi di conduzione agraria, la libert
d'impresa individuale e di stampa, lo scioglimento dei tribunali inquisitoriali. La carta costituzionale
gaditana avrebbe costituito da allora in poi un modello al quale si sarebbero rifatti tutti i rivoluzionari
liberali dall'una parte e dall'altra dell'Atlantico. Le Cortes avevano espresso 582 deputati provenienti
da tutta la Spagna: il 19% di essi, per, cio 111, erano andalusi e senza dubbio i princpi liberali
abbracciati con tanta sicurezza, al di l del fatto che fossero praticamente gli stessi che il nemico
avrebbe inteso imporre, corrispondevano a una serie di necessit avvertite principalmente da un ceto
attivissimo di commercianti, d'imprenditori e di professionisti.
Tuttavia, con la restaurazione del regno di Ferdinando VII nel 1814, il processo di
consolidamento degli ideali patriottici e liberali delle Cortes di Cadice venne interrotto e le loro
deliberazioni vanificate con un tratto di penna, mentre - auspici la Santa Alleanza e il Congresso di
Vienna - venivano restaurati i caratteri del governo assolutistico.
Strano destino, questo della Costituzione di Cadice, che in quanto nata il 19 marzo - festivit di
san Giuseppe - veniva familiarmente chiamata la Pepa (cio "la Giuseppina"). La coincidenza aveva
voluto che il nomignolo affettuoso attribuito a quel giorno e a quel documento, destinato ben presto a
divenire una sorta di slogan rivoluzionario, recasse lo stesso nome del re liberale che i francesi avevano
cercato d'imporre agli spagnoli e che essi avevano combattuto. Tale il paradosso di tutta la politica
spagnola: si poteva osteggiare il dominio straniero ma, al tempo stesso, abbracciarne i programmi
politici? Non  certo strano se, da allora, gli antiliberali pretendessero che liberalismo e sudditanza allo
straniero fossero una cosa sola e che il "manifesto destino" della patria spagnola s'individuasse invece
nella tradizione cattolica. Si pu dire che questo paradossale malinteso avrebbe dominato la storia
politica del grande paese iberico da allora in poi per circa un secolo e mezzo almeno, contrapponendo
"due Spagne" ciascuna delle quali, a sua volta, si suddivideva in un numero imprecisato e spesso
cangiante di sottofazioni.
Tra 1814 e 1820 tutta l'Andalusia e si pu dire tutta la Spagna offrirono il panorama desolato
d'un paese impoverito e soffocato da una reazione bigotta e feroce, mentre i suoi avversari si
organizzavano in un numero sempre pi grande di associazioni patriottiche e massoniche spesso per
giunta accanite rivali tra loro.
Il 1o gennaio del 1820, approfittando del disagio delle truppe spagnole acquartierate a Cabezas
de San Juan presso Siviglia in attesa di venir imbarcate alla volta dell'America Latina dove avrebbero
dovuto soffocare la rivolta delle colonie contro la madrepatria, il comandante Rafael de Riego
proclam una sollevazione militare che dilag presto nelle province di Cadice, Malaga e Siviglia
esprimendo l'opposizione liberale alla politica ferrandina. Altre forme di ribellione si erano gi avviate
negli anni precedenti: ma quella di Riego in un primo tempo ebbe successo e impose un "triennio
liberale" caratterizzato dalla riproposizione della Costituzione di Cadice. Si tratt tuttavia di una falsa
partenza, conclusasi con il ritorno del regime assolutistico: ma sotto la cenere covava un fuoco che
divamp di nuovo nel 1831 in una serie di episodi rivoluzionari, il pi famoso e commovente dei quali
 quello della granadina Mariana Pineda, impiccata per il solo reato di aver osato ricamare una bandiera
repubblicana e massonica[2].
"Isabelinos" e "carlistas"
Ferdinando VII, l'autocrate debole e crudele noto soprattutto per i ritratti dedicatigli da
Francisco Goya e per aver avviato una meritoria politica d'illuminazione pubblica (i celebri faroles
fernandinos di ghisa, vanto delle fonderie spagnole), mor tuttavia poco dopo. La sua fine,
accompagnata da una serie complessa di provvedimenti atti a regolare la successione, scaten la lotta
tra i pretendenti al trono - Isabella, figlia del defunto re, e Carlo, di lui fratello maggiore e pertanto zio
dell'Infanta - e tra le due rispettive fazioni, i liberali isabelinos e i cattolico-tradizionalisti carlistas. I
ceti dirigenti andalusi parteggiarono, nelle guerre che tennero dietro all'apertura di questa rivalit, per
un liberalismo che andava nel senso dei loro interessi individualisti e liberoscambisti e che veniva
appoggiato dalla reggente Maria Cristina; ma i compositi ceti popolari urbani e soprattutto contadini,
pastorali, montanari e marinari, all'interno dei quali era facile individuare isole "proletarie" se non
addirittura "sottoproletarie", parteciparono solo in modo rapsodico e contraddittorio agli scontri della
"guerra carlista" immortalata dalle pagine di Ramn del Valle Incln: un po' come nel caso della
Vandea degli shouans descritta da Balzac, nelle file dei guerriglieri "tradizionalisti" e "antigiacobini"
si verific una sorta di abbraccio (che solo a osservatori superficiali pu apparire "paradossale" e
"innaturale") fra esponenti dell'aristocrazia e gente del popolo, specie dei pi umili strati contadini e
pastorali.
Nel 1833 le vecchie circoscrizioni, i quattro cosiddetti "regni" andalusi di Cordova, Jan,
Granada e Siviglia, erano state suddivise dal ministro Javier de Burgos in otto province che si
sforzavano d'interpretare in modo pi appropriato e corretto radici culturali e affinit
storico-territoriali: ma i grossi problemi che sussistevano, e che si profilavano insormontabili, erano
tutti sintetizzati nella gigantesca sperequazione nella distribuzione della ricchezza e della propriet
terriera. Le timide e parziali soluzioni proposte in materia consistevano, da parte liberale, nelle
proposte di mettere a coltura terre disabitate senza incidere sulla struttura della propriet, di aumentare
produttivit e redditi e di ridurre i carichi fiscali. I tradizionalisti, per contro, insistevano sul ritorno alle
tutele comunitarie garantite dai vecchi vincoli corporativi e dalle consuetudini solidaristiche ("terre
comuni", "usi civici" e cos via). Si ritenne altres che la liquidazione dei beni della Chiesa, delle
istituzioni inquisitoriali e di quelle degli Ordini religioso-militari ch'erano stati incamerati dalla
corona[3] nonch l'immissione sul libero mercato di tutte le terre cos rese disponibili, altres favorendo
la trasformazione delle signorie feudali in fondi di propriet privata, avrebbe mobilitato e accresciuto la
ricchezza contribuendo a risolvere alcuni problemi originati dalla povert: ma in tal modo altro non si
fece se non concentrare la propriet della terra nelle mani di chi aveva abbastanza danaro per comprar
nuove terre, quindi allargare la distanza tra il sempre minor numero dei ricchissimi e i sempre pi
numerosi indigenti. Che nell'Alta Andalusia si producesse in una prima fase un momentaneo
incremento della piccola e della media propriet si rivel, alla fine, irrilevante: anzi, si and cos
creando e incentivando una nuova "borghesia rurale" di profittatori che avevano comprato la terra a
basso costo e che la gestivano con avida durezza.
In realt, durante il governo della reggente Maria Cristina, quindi con quello del generale
Baldomero Espartero e anche in seguito, a trionfare fu il principio liberale - molto radicato nelle
borghesie urbane segnate da un forte anticlericalismo e caratterizzate, come gli alti gradi dell'esercito,
da una diffusa adesione alle logge massoniche - che la sostanza di una necessaria rivoluzione
politico-sociale stesse nell'obbligare la Chiesa ad alienare a basso prezzo le sue estesissime e poco
produttive propriet terriere che sarebbero passate a privati imprenditori lungimiranti e capaci di farle
fruttare. Di questo processo dinamico sentito come naturale e necessario, solo la prima met fu
realizzata: la terra si limit a passare da un proprietario all'altro (cio da enti ecclesiastici a una nuova
classe proprietaria di professionisti, banchieri, affaristi, commercianti, oltre ai primi industriali -
soprattutto nell'industria siderurgica, le "ferriere", e cantieristica - e a qualche contadino arricchito). Si
cre cos una "borghesia agraria" che in molti casi fece di tutto per collegarsi attraverso varie forme di
strategia matrimoniale e di politica dotale alla vecchia aristocrazia. La "piramide" socioeconomica
allarg pochissimo la sua base, le sperequazioni sociali diminuirono in modo limitato se non
trascurabile, crebbe il numero dei seoritos ignoranti e sfaccendati che vivevano di rendita e si
sentivano "moderni" e "rivoluzionari" solo in quanto si erano "liberati" dalle "superstizioni"
cattoliche. Si andarono spezzando cos anche i legami di solidariet interclassista e si perse il
linguaggio culturale comune che collegava i differenti strati sociali della popolazione: se l'alta nobilt,
gli abitanti pi umili delle citt e delle campagne - quelli rimasti legati alla produzione artigiana, i
lavoratori giornalieri e occasionali, il proletariato e il sottoproletariato tanto urbano quanto contadino
nella quasi totalit analfabeta - permanevano fedeli alla loro cultura religiosa che si esprimeva
soprattutto nel linguaggio della festa, le vecchie e le nuove borghesie miravano a entrar a far parte degli
ambienti nei quali il potere si amministrava nelle nuove forme di una democrazia a suffragio censitario
e di un clientelismo affaristico gestito secondo le regole dettate all'interno delle logge massoniche.
I ceti dirigenti, peraltro, vivevano la loro "modernizzazione" solo in termini di un "necessario"
anticlericalismo alla ricerca di alibi intellettuali, dal momento che molti al loro interno si erano
arricchiti grazie all'espropriazione delle terre della Chiesa e temevano di vedersi contestar quanto
avevano acquisito. Per il resto, privati delle loro sia pur pretestuose ragioni metafisiche, i "valori" da
essi difesi rimanevano i medesimi: il rispetto dell'autorit governativa, la solidit familiare (e
patrimoniale), la propriet privata, la libert di pensiero individuale che a sua volta era espressione di
privilegio socioculturale. Le dinamiche politiche si collegavano al censo e si governavano attraverso un
diffuso ricorso alla frode elettorale collegato a una caratteristica dimensione sostanzialmente
malavitosa: il caciquismo[4], cio la pratica del controllo dei ceti subalterni affidata a locali boss che di
solito erano violenti e spregiudicati delinquenti abituali e di cui i politici si servivano per conservare i
propri seggi elettorali. L'alternativa ai meccanismi profondamente corrotti della democrazia censitaria
consisteva di solito soltanto nel pronunciamiento militare, come quello che nel 1854 elev i
"progressisti" al potere.
La situazione risult aggravata dal fatto che i governi liberali non attaccarono soltanto la
propriet ecclesiastica, bens quella comunitaria costituita da terre municipali adibite a uso civico e fino
ad allora considerate inalienabili. Anche molte di esse vennero privatizzate e poste in vendita: ci
signific la fine del loro sfruttamento comune, ch'era una sia pur modesta risorsa per molte famiglie
contadine pi povere. Accanto alle "nuove borghesie agrarie" si and pertanto collocando, ben al di
sotto di esse nella scala socioeconomica, una massiccia "nuova povert contadina" civicamente
impossibilitata a far sentire la sua voce.
Tutto ci non deve far credere - magari per un'automatica applicazione all'Andalusia del clich
meridionalista - che la regione fosse ancorata a quel problema della terra che forse era sentito, anche a
livello popolare, pi miticamente che non politicamente. Al contrario di quanto spesso si sente ripetere,
la distruzione delle infrastrutture regionali durante la guerra contro i francesi e la crescente perdita dei
mercati coloniali a causa del progressivo smantellamento dell'impero spagnolo nel continente
americano aveva determinato una serie di contraccolpi spesso anche favorevoli, dovuti fra l'altro alla
crescente domanda da parte del mercato interno e internazionale. Grazie anche alla presenza di alcuni
imprenditori dinamici e coraggiosi in grado di reinvestire i proventi delle loro propriet terriere, nel
corso del secolo l'Andalusia divenne la prima regione della Spagna nel settore dello sviluppo bancario
e la seconda dopo le Asturie in quello industriale e minerario: la provincia di Malaga si era sviluppata
in una misura impressionante per quel che riguardava la siderurgia (gli altiforni di Malaga e di
Marbella), l'industria tessile e i prodotti chimici, mentre fra Malaga e Antequera fin dalla prima met
del secolo si erano affermate le manifatture laniera e cotoniera e in tutta la regione si radicavano quelle
agroalimentari e le fabbriche di ceramica e di carta. Durante il "biennio progressista" 1854-56 il forte
incoraggiamento in termini di fiducia del quale avevano saputo giovarsi molti istituti bancari aveva
comportato un rafforzarsi del sistema del credito finanziario che aveva a sua volta fornito i capitali per
l'impulso a una rete ferroviaria protetta dalla "legge generale delle ferrovie" promulgata nel '55. Alla
vecchia linea Jerez de la Frontera-Puerto de Santa Mara si erano difatti andate presto aggiungendo
quelle Siviglia-Cordova nel '59, Siviglia-Jerez-Cadice nel 1861 e Cordova-Malaga nel 1865,
costituendo una rete destinata ad ampliarsi. Analogo, potente sviluppo avevano avuto le attivit
minerarie impiantate sugli importanti giacimenti andalusi del resto conosciuti fino dall'antichit: il
piombo di Almera, il carbone di Pearroya e di Linares, la pirite e il manganese di Huelva poterono
venir sempre meglio sfruttati anche grazie all'apporto di capitali tedeschi, inglesi e francesi. Era stato
possibile fondare cos alcuni importanti complessi imprenditoriali, quali la Tharsis Sulphur and Copper
Company e la Rio Tinto Company Limited che sarebbe stata creata nel 1873 per l'estrazione dei
minerali di ferro e di rame[5]. Questo sviluppo economico e produttivo si era accompagnato a una
complessa dinamica politica.
Il quadriennio 1854-58 aveva difatti assistito a un'alternanza di potere tra "progressisti",
"moderati" (cio conservatori) e "liberali" che si collegavano a met strada fra le due formazioni:
nonostante nella Bassa Andalusia il latifondismo restasse forte mentre nell'Alta Andalusia si andavano
affermando anche forme di media e di piccola propriet, tutta la regione registr nel corso del XIX
secolo un sostanziale incremento demografico ben percepibile sia nelle citt sia nelle campagne, con il
parallelo progredire anche delle idee repubblicane, democratiche e perfino socialiste nonch delle
istanze volte al conseguimento del suffragio universale. L'intelligencija universitaria forn un buon
contributo allo sviluppo di questo nuovo clima socioculturale.
Il dinamismo imposto dalle nuove formazioni politiche s'incontr con la crisi del 1866 -
principalmente dovuta alla dipendenza dello sviluppo andaluso e spagnolo dai capitali stranieri e alle
smodate attivit speculative - e approd alla Rivoluzione del 1868, La Gloriosa, iniziata a Cadice e
proseguita attraverso la formazione di juntas revolucionarias in quella stessa citt nonch a Cordova,
Siviglia e Granada, con un programma che associava la proposta di suffragio universale a varie istanze
di abolizione di quel che restava del vecchio ordine sociale dei fueros. Ma allorch le conseguenze
della Rivoluzione parvero limitarsi in tutta la Spagna alla deposizione della regina Isabella II (la reina
de los tristes destinos), seguita da un incerto governo provvisorio e dal triennio di regno di Amedeo
d'Aosta, figlio del re d'Italia Vittorio Emanuele II, il quale abdic nel '73, le juntas andaluse - a
cominciare da quella di Malaga - dettero chiaro segno di voler andare ben oltre.
Il punto centrale di tutto il problema della regione continuava ad essere la questione agraria. Ci
aveva comportato, tra '68 e '69, un dilagare di rivolte popolari e contadine anche armate: l'istituzione
di una repubblica federale era identificata come l'unica misura adatta a consentire una riforma agraria
finalmente davvero autentica. Alle elezioni del 1869 circa il 40% dei deputati andalusi, provenienti
soprattutto da Cadice e da Siviglia, avevano sostenuto con forza la soluzione istituzionale in termini
repubblicani e federalisti. Il congresso operaio di Barcellona del 1870 fu l'anticamera del decollo della
federazione regionale spagnola della Prima Internazionale, che si svilupp nella per fortuna breve
parentesi "sabauda" raccogliendo consensi nonostante la proibizione delle Cortes e che tra il dicembre
del '72 e il gennaio del '73 celebr a Cordova un congresso clandestino nel quale trionfarono le istanze
ispirate all'anarchismo bakuniniano.
Dalla Prima alla Seconda Repubblica
Quando nel 1873 si proclam in Spagna la Prima Repubblica, ben 71 dei 74 deputati andalusi
erano schierati sul fronte repubblicano e federalista: e il mutamento istituzionale venne vissuto in tutta
l'Andalusia in termini che si sarebbero potuti definire messianici. La Costituzione federale che ne
costituiva la carta era stata redatta in un centro andaluso noto per la sua vivezza intellettuale,
Antequera. Ma tutto fu di breve durata: l'anno seguente il malagueo Antonio Cnovas del Castillo
inaugur un regime politico che venne significativamente definito Restauracin, culminato alla fine del
1874 con l'avvento al trono di un nuovo re, Alfonso XII figlio di Isabella II, e con la Costituzione del
1876.
Tecnicamente, si pu certo dire che di una qualche forma di "restaurazione" si trattasse:
tuttavia, l'eco dell'analogia con il fenomeno e il periodo politici vissuti dall'Europa per alcuni anni
dopo il 1815 potrebbe essere fuorviante. Il "canovismo", per quanto alcuni suoi estimatori e alcuni suoi
detrattori fossero concordi, per opposte ragioni, nel definirlo un sistema "reazionario" e restauratorio
dell'Ancien rgime - in Spagna quello, per intenderci, precedente il 1808 -, non fu nulla di tutto ci.
Nelle vesti semmai del liberalismo europeo pi strettamente "borghese", pertanto non meno
antitradizionalista che antisocialista (il paragone pi calzante potrebbe essere quello con la Francia di
Luigi Filippo, fra 1830 e 1848), il sistema canovista mirava ad affidare stabilmente il potere politico
alle lite socioeconomiche: imprenditori, banchieri, alta borghesia tanto cittadina quanto rurale. Il loro
programma si riassumeva nei due termini dell'ordine pubblico rigorosamente mantenuto e nel
progresso tecnologico appoggiato alla progressiva concentrazione della ricchezza: poco spazio veniva
concesso anche alla Chiesa, per quanto se ne mantenessero i privilegi e le si dedicasse un rispetto
formale che non impediva ai personaggi pi significativi della societ di aderire alle logge massoniche.
La corona e i ceti dirigenti, attenti al rispetto formale delle libert individuali, sorvegliavano con
attenzione lo sviluppo del composito e talora irruento movimento dei lavoratori, nel quale si andavano
sempre pi affermando le componenti socialista e anarchica. Lo strumento principale di conservazione
dell'equilibrio canovista consisteva, sul piano delle istituzioni, in una rigorosa legislazione censitaria
che funzion fino al 1890 e secondo la quale l'esercizio del diritto di voto era riservato ai soli cittadini
di sesso maschile in possesso di una solida condizione socioeconomica e patrimoniale: in pratica, a
votare era poco pi del 5% della popolazione.
Nella sostanza, il canovismo si fondava su una tecnica di "demobilitizzazione sociale" certo
non nuova, anzi alquanto anziana e collaudata nella societ spagnola in genere, andalusa in particolare:
scarso il ricorso all'esplicita repressione poliziesca, consueto e quasi implicitamente accettato il ricorso
al caciquismo intimidatorio nei confronti dei ceti subalterni, al caudillismo personalistico all'interno
delle varie formazioni politiche, al clientelismo diffuso in forza del quale si and configurando una
"piramide sociale" che funzionava appunto come una tipica societ clientelare. L'ottenimento di un
posto di lavoro, il conseguimento di uno stipendio o di un salario, l'avanzamento in un qualunque
ruolo, il trattamento di favore in un'azione giuridica, l'esenzione dal servizio militare, si ottenevano a
qualunque livello - dal governo centrale a quelli locali, alla vita quotidiana - rivolgendosi a un
"patrono": nella societ, esattamente come nella devozione popolare, si sceglieva un santo a cui votarsi
e gli si restava fedeli. Il sistema della corruzione generalizzata s'incanalava poi nelle "rispettabili"
forme politiche - se non proprio ideologiche - del conservatorismo e del liberalismo, con una discreta
osmosi trasformistica reciproca. Ciascuna citt e ciascun distretto disponevano almeno di una grande
famiglia cui far riferimento: a Cadice i Viesca e gli Aramburu, nella Sierra de Grazalema i Bohrquea,
ad Aracena i Snchez-Dalp, mentre a Malaga si respirava un'aria diversa grazie al repubblicanesimo di
un leader come Pedro Gmez Chaix e a Siviglia nasceva una Liga Catlica.
Tuttavia, il sistema portava in se stesso i germi fatali dell'autodissoluzione: il clientelismo
corrotto e generalizzato, il meccanismo del voto censitario ottenuto in cambio di favori e cos via,
conducevano fatalmente a un intrico ingovernabile di egoismi, di irregolarit, di rivalse personalistiche.
Cresceva intanto in modo consistente il movimento operaio andaluso con la Federacin de los
Trabajadores Republicanos Espaoles (FTRE), la Confederacin Nacional de los Trabajadores (CNT) e
la Unin General de Trabajo (UGT). Le organizzazioni politiche e sindacali operaie erano state proibite
con la legge del 10 gennaio 1874, ma erano sopravvissute clandestinamente fino a obbligare il governo
ad autorizzarle sette anni dopo, nel 1881. Al congresso celebrato a Siviglia nel settembre del 1882 la
FTRE raggiungeva i 38.000 affiliati che presto si raddoppiarono. Ci comport l'assunzione, da parte
del governo e con il consenso se non sotto l'istigazione dei ceti dirigenti, di misure che sfociarono in
episodi di aperta repressione: come i ripetuti assassini perpetrati da una fantomatica organizzazione, la
Mano Negra, o la violenta repressione da parte dell'esercito di una manifestazione di lavoratori nelle
miniere di Ro Tinto il 4 febbraio del 1888.
La situazione era ormai talmente tesa da non poter essere ignorata: lo iato tra le lite che
gestivano il governo del paese e le masse senza voce e senza diritti che manifestavano il loro disagio
non poteva essere pi tollerato. La legge che nel 1890 istituiva il suffragio universale maschile si rivel
poco pi che un palliativo in quanto interess praticamente circa il 27% della popolazione. Ma episodi
gravissimi, come l'attacco alla citt di Jerez de la Frontera nel 1892 da parte di torme di contadini,
rivelarono che il paese rischiava ormai l'ingovernabilit.
Nel 1898 si fece sentire in Andalusia, come in tutta la penisola iberica e nel resto del mondo, la
"crisi di fine-secolo", che in Spagna fu aggravata dal punto di vista economico non meno che civile e
morale dalla sconfitta della guerra di Cuba, combattuta contro gli Stati Uniti tra 1894 e 1898 e
conclusasi con la perdita dell'isola, ultimo residuo dell'immenso impero di un tempo.  significativo
che proprio verso la fine della guerra, nel '97, cadesse assassinato il protagonista della Restauracin,
Cnovas del Castillo.
Il periodo che segu fu, dal punto di vista economico e sociale, incerto e turbolento. Nel quarto
di secolo successivo alla fine della guerra di Cuba si avvicendarono al potere una trentina di presidenti
del Consiglio dei ministri e si celebrarono tredici tornate elettorali[6].
D'altronde i dati anagrafici del medesimo periodo segnalano un sostanziale incremento: il che
peraltro, come si sa,  sempre arduo da interpretarsi in quanto segnale di sviluppo. Ai primi del
Novecento la popolazione andalusa raggiungeva i circa 3 milioni e mezzo, che tuttavia crebbero poi di
circa un terzo raggiungendo nel 1930 gli oltre 4 e mezzo: la media pi alta dell'intera penisola. Ma se
alto era il tasso di natalit, non meno lo era (fra i maggiori d'Europa) quello di mortalit. Si pu
comunque affermare che tutte le citt andaluse registrarono un incremento demografico pi o meno
sostanzioso, con la sola eccezione di Almera. Al tempo stesso, le dure condizioni di vita delle
campagne determinavano un continuo e massiccio esodo verso le citt senza che ci significasse
tuttavia un progresso nell'industrializzazione, che avrebbe potuto dar lavoro alle nuove eccedenze
determinate dall'urbanesimo. L'attivit agricola restava la forma prevalente di occupazione per gli
andalusi, con una prevalenza di strutture latifondistiche nella parte orientale del paese, mentre in quella
occidentale - specie nelle aree di Malaga, Almera e Granada - facevano progressi la piccola e la media
propriet; il tasso di analfabetismo, altissimo, sfiorava o superava la met della popolazione rurale. Gli
effetti della Rivoluzione industriale tardarono a giungere nella regione: l'unico settore che anche grazie
agli investimenti stranieri tese sul serio a svilupparsi, a parte l'agricoltura e in modo speciale il settore
vitivinicolo e oleario, fu quello minerario. Ma anche in quell'mbito, che la politica iperliberistica dei
governi della Restauracin aveva finito con l'asservire completamente al capitale straniero (soprattutto
francese e inglese), la tensione sociale si fece sentire in modo drammatico: fu esemplare al riguardo la
vicenda del bacino minerario di Ro Tinto. Dopo la crisi del 1888, e senza aver imparato niente da essa,
la societ per azioni concessionaria, l'inglese Rio Tinto Company Limited, aveva continuato a
perseguire una cinica politica di contenimento del prezzo del lavoro e, quindi, di riduzioni salariali: la
sua indisponibilit ad accogliere le istanze di migliori condizioni condusse nel 1920 a uno sciopero che
dur un anno intero coinvolgendo 11.000 minatori. Ma anche in altri distretti minerari andalusi la
situazione era drammatica; e i vari governi che si succedettero nel primo ventennio del secolo non
fecero che appoggiare sistematicamente il padronato con una politica di repressione poliziesca e di
messa al bando delle organizzazioni sindacali: specie di quelle anarchiche, il che fu causa - com'era da
prevedersi - della crescita delle formazioni socialiste ma anche di una straordinaria diffusione
dell'anarchismo all'interno del movimento operaio andaluso pi che in altre regioni spagnole, a parte
forse la Catalogna.
La constatazione della diffusa miseria nella regione in quel periodo  penosa e perfino ardua da
accettarsi, se si considera la generosit del suolo e del sottosuolo andalusi. In particolare, le potenzialit
estrattive dell'area erano cospicue: il che si ripercuoteva sullo sviluppo di altri settori, primo fra tutti
quello ferroviario date le necessit connesse con il trasporto dei minerali. I mercati internazionali,
specie negli anni che precedettero e prepararono la prima guerra mondiale, avevano fame delle materie
prime iberiche. I minerali del sottosuolo andaluso rappresentavano nel loro complesso circa la met del
prodotto nazionale; ma riguardo ad alcuni metalli, quali il rame e la pirite, si pu dire che la regione
vantasse il monopolio estrattivo. Tuttavia i salari non tenevano dietro ai prezzi, i quali salirono
costantemente fino all'insostenibile impennata con l'inflazione postbellica, nel 1919.
La Spagna era rimasta fuori dalla guerra mondiale del '14-18 e aveva potuto giovarsi, in tale
periodo, di massicce esportazioni e dunque di sostanziosi guadagni, peraltro in massima parte rifluiti
all'estero, nelle casse delle societ concessionarie. Ma la gravissima sperequazione sociale del paese
aveva ridotto alla disperazione il proletariato tanto urbano quanto rurale e la vanificazione dei salari
dipendente dal processo inflazionistico aveva fatto il resto. Nel biennio 1918-20 il quadro generale del
disagio venne aggravato dall'imperversare di quell'epidemia che in Italia venne indebitamente definita
"spagnola" (e con l'origine della quale la Spagna non aveva niente a che fare). La risposta della gente
fu rabbiosa, disperata: il grande sciopero del 1923 a Sern, presso Almera, dur molti mesi e cess
soltanto con l'avvento al potere del generale Miguel Primo de Rivera. Nei vari strati dell'opinione
pubblica borghese del tempo, naturalmente, qualunque disordine sociale veniva interpretato alla luce
della paura del "pericolo bolscevico": il quale a sua volta diveniva sempre pi una speranza per i ceti
subalterni.
Tra conservatori, liberali, moderati, socialisti e anarchici si facevano intanto strada nella regione
anche forme di pensiero propriamente "andalusiste", che partivano dalla ricerca di una specificit e di
un'identit andaluse per approdare a ipotesi che, sia pure implicitamente, additavano possibili sentieri
indipendentisti. Il vero e proprio andalucismo era stato proposto nel 1915 in un libro ch'era gi stato
presentato nell'Universit di Siviglia, El ideal andaluz: ne era autore un curioso e originale pensatore,
Blas Infante, il quale raccoglieva e faceva propria riattualizzandola, oltre un quarantennio dopo, la
proposta repubblicana e federale formulata nel 1873 nella "carta" di Antequera e che aveva avuto
troppo breve vita. Infante riprendeva in parte i temi propri del cosiddetto "rigenerazionismo", ma si
rifiut sempre di trasformare le sue istanze in un partito dotato di un programma: fu il mondo
accademico a offrirgli per un certo periodo ascolto. Accanto all'andalucismo si collocava il georgismo,
una proposta "per la campagna" - il nome far pensare gli italiani a qualcosa d'imparentato con la
gloriosa Accademia dei Georgofili - che tendeva ad armonizzare istanze "di sinistra" e "di destra"
proponendo una soluzione dell'antico problema terriero fondata sulla distinzione quasi "neofeudale"
tra propriet, che avrebbe dovuto essere comunitaria, e possesso, che sarebbe stato individuale.
Queste idee animarono un certo dibattito alla fine del secondo decennio del nuovo secolo, con
l'assemblea di Ronda del 1918; furono messe in disparte con la crisi politica del '21 e la soluzione
dittatoriale del '23.
Con la situazione postbellica - per quanto la Spagna al conflitto non avesse partecipato -,
l'inflazione, l'infuriare della "spagnola" e gli echi paurosi ed esaltanti delle due Rivoluzioni russe del
'17 che preoccuparono le borghesie e causarono la nascita d'insanabili fratture e di furiose inimicizie
nello schieramento anarcosocialista, la situazione in tutto il paese divenne insostenibile.
Il 23 marzo 1921, in un discorso pronunziato a Cordova, re Alfonso XIII dichiar senza mezzi
termini la sua intenzione di governare ad ogni costo, con o senza la Costituzione, superando
l'instabilit dei troppi governi che fino ad allora si erano succeduti attraverso una sorta di patto tra la
corona e il "popolo". Gli umori del sovrano trovavano un'eco disponibile non solo tra i conservatori,
ma anche in molti ambienti della societ ch'erano stanchi d'incertezze. La misura apparve colma nel
luglio successivo, con la disfatta dell'esercito in Marocco che segnava il successo dei ribelli del Rif:
dopo la crisi di Cuba, quella era la conferma che l'impero spagnolo era ormai finito.
Sembrava avvicinarsi, insomma, il momento adatto al successo di una forte istanza
rivoluzionaria o all'irruzione sulla scena politica di un soggetto autoritario-populista. Fu questa
seconda soluzione a proporsi, incarnata in un pittoresco e irruento personaggio: il generale Miguel
Primo de Rivera, che il 13 settembre 1923 sorprese il governo del liberale Garca Prieto prevenendo il
maturare dell'inquietudine che si era manifestata all'interno delle forze socialiste e sindacaliste. La
stampa andalusa reag alla notizia del golpe militare con un misto d'incredulit e di confusione: le
notizie provenienti da Madrid si accavallavano, molti parlavano di allarmi infondati, alcuni si
preoccupavano per l'insoddisfazione dei militari o per le istanze indipendentiste catalane (costante
"modello" e "spauracchio" per le opposte fazioni del radicalismo andaluso), temendo - o auspicando -
che all'una e alle altre sarebbe stata data un'energica risposta.
La societ andalusa comunque rispose alla notizia del golpe, quand'essa fu confermata, con un
sostanziale senso di sollievo, quasi di soddisfazione: imprenditori, agrari, camere di commercio,
organizzazioni professionali furono in ci concordi; il mondo cattolico apparve rassicurato; Walter I.
Browning, direttore della Rio Tinto Company Limited, espresse esplicito consenso; dai ceti subalterni e
dal composito mondo della sinistra politica e dei sindacati giunsero segnali perplessi ma contrastanti e
comunque non esplicitamente ostili.
Il nuovo capo del governo rispose con provvedimenti atti a confermargli subito la simpatia
dell'opinione pubblica. Misure elementari, magari improvvisate ed economicamente non opportune,
ma d'immediato successo: drastico ristabilimento dell'ordine pubblico; imposizione di prezzi
controllati per i generi di prima necessit come il pane, il latte, la carne, il carbone; energico intervento
pacificatore nelle lotte sociali, aperto con la felice soluzione di parte almeno dei problemi che avevano
provocato il grande sciopero di Sern in atto ormai da mesi; lotta al disordine, all'ubriachezza, agli
eccessi che si commettevano durante le feste, alla mendicit infantile e ai suoi mandanti; attacco
frontale contro la corruzione dei "politici di carriera", con molti casi di pronta ed esemplare condanna.
Insomma, quei provvedimenti che magari non risolvono le cose, ma che fanno respirar di sollievo i
cittadini e li inducono a pensare che la societ civile abbia recuperato il buonsenso e si sia finalmente
messa sulla strada buona.
Il Manifesto al pas y al ejrcito diffuso dal generale parlava chiaro: l'incapacit dei governi
liberali di gestire la situazione sociale, il problema dell'indipendentismo catalano al quale non si poteva
rispondere con la sola repressione, l'impossibilit per il contraddittorio sistema inaugurato con la Prima
Repubblica e proseguito col canovismo e con i governi che s'imponevano e scomparivano a rapidit
ravvicinata di risolvere i problemi pi urgenti avevano reso necessario il golpe. Quel che si assicurava
adesso erano pace sociale, sicurezza, punizione esemplare di politici e di funzionari corrotti, appoggio
ai ceti pi fragili della societ, recupero della dignit ferita dopo la guerra di Cuba e le umiliazioni in
Marocco. Resta ancor oggi aperto il dibattito sul significato intrinseco di quell'esperienza dittatoriale:
soluzione drastica di un nodo sociopolitico altrimenti destinato a ingarbugliarsi del tutto o interruzione
di un processo di maturazione del sistema democratico che, sia pure tra errori e contraddizioni, stava
emergendo ed affermandosi nella realt del paese?
Il colpo di stato fu accolto con indifferenza o con moderato favore soprattutto perch si sperava
che esso avrebbe se non altro liberato la Spagna dal flagello dei caciques che inquinavano la vita
sociale e dei "politici di professione" che avevano monopolizzato il controllo degli apparati dirigenziali
dello Stato e ne impedivano il salutare ricambio. Gli echi della suggestione "rigenerazionista" si
avvertivano chiari sia dietro il proclama di Primo de Rivera, sia nella sostanza delle differenti reazioni
ad esso. Molti rappresentanti del "vecchio ordine" si abbandonarono al terrore, fecero passi inconsulti,
giunsero addirittura al suicidio dinanzi alla prospettiva delle inchieste e delle verifiche annunziate dal
nuovo governo: ci conferm nell'opinione pubblica la sensazione che qualcosa di nuovo stesse
davvero arrivando. D'altronde, il generale era un uomo esuberante, generoso, simpatico, ottimista, gran
tombeur de femmes: riusc a infondere nel paese una sia pur effimera ma diffusa sensazione di stabilit,
di sicurezza, di progresso. Quello che, dall'abbreviazione del suo cognome e dall'analogia
benaugurante con la "primavera", fu detto primoverismo - un termine peraltro ricalcato forse
sull'italiano "mussolinismo" per intendere un atteggiamento personalistico distinto e diverso dal
regime imposto in s e per s -, divenne un modo di pensare e di giudicare le cose che d'altra parte il
dittatore si guard sempre bene dal proporre come un'ideologia.
In realt, le strutture profonde della societ furono poco o nulla intaccate dall'esperimento
dittatoriale: il sistema dei caciques ricevette certo duri colpi, ma molti suoi membri trovarono il modo
di riciclarsi insinuandosi nelle istituzioni formalmente rinnovate. Anche diversi esponenti del
"movimento" apartitico/antipartitico/metapartitico promosso da Primo de Rivera affinch fosse il
centro delle nuove dinamiche di governo, la Union Patritica, provenivano in realt dai vecchi quadri
dirigenti o da quelli che erano stati loro funzionali a livello subalterno.
Sul piano propriamente socioeconomico, il dittatore adott una politica di tipo protezionistico,
tesa a sorvegliare i prezzi e a comprimere i salari, ma promosse al tempo stesso un notevole programma
di monopoli statali e di opere pubbliche le quali gli giovarono molto dal punto di vista propagandistico
in quanto gli conferirono un certo prestigio - non immotivato, del resto - come titolare di un regime
modernizzatore, anche se a fronte dell'aumento del deficit pubblico. Dal 1926, in previsione della
grande Esposizione iberoamericana progettata a Siviglia per il 1929, la citt fu investita da un'ondata di
lavori d'imbellimento e di ammodernamento culminati con l'inaugurazione della sfolgorante Plaza de
Espaa, trionfo dell'architettura eclettica ricca di motivi folklorici, di suggestioni neobarocche e di
reminiscenze moresche impreziosite da policromi azulejos, da scenografici padiglioni, da rilucenti
canali e da canore fontane. La politica di sistematici interventi pubblici, anche a garanzia delle vertenze
sociali, determin una crescita quantitativa della forza-lavoro utilizzata nel pubblico impiego e quindi
un sia pur forzoso giovamento nella lotta contro la disoccupazione. Sotto molti punti di vista, il
generale s'ispir nella sua opera di governo al modello di "Stato sociale" dirigista, interclassista e
corporativistico offertogli dall'Italia di Benito Mussolini. Qualcuno ha perfino parlato - forse con una
certa leggerezza -, nel suo caso come in quelli di Mussolini e di Mustaf Kemal nell'Italia e nella
Turchia coeve, d'intuizioni "prefordiste" o "prekeynesiane".
Il generale stava lavorando a un progetto di nuova costituzione quando fu costretto a rendersi
conto che il suo compito si era "naturalmente" esaurito: l'appoggio del sovrano, di parte del paese e di
alcuni settori dell'esercito gli venne quasi contemporaneamente a mancare. Senza troppo rumore,
Miguel Primo de Rivera - al quale si rimproverava anche il gigantesco deficit conseguenza dei
megalomani lavori di abbellimento di Siviglia per l'Esposizione iberoamerica (ch'era stata del resto un
successo) e per i relativi debiti contratti proprio nell'anno della crisi mondiale, il 1929 - ritenne di esser
giunto alla conclusione del suo compito, rassegn le dimissioni subito accettate e nel gennaio del '30 si
ritir a vita privata; sarebbe venuto a mancare poco tempo dopo, in un sereno esilio parigino.
Si trattava, ora, di "tornare alla normalit" dopo una parentesi dittatoriale che non era stata in
fondo n troppo drastica, n immobilista, n eversiva: ma non si poteva neppure fingere, proprio per
questo, che non ci fosse mai stata. Repubblicani e socialisti ritenevano che per voltar pagina fosse
ormai necessario non gi tornare a vecchie istituzioni bens passare a una fase storica nuova che, come
primo segno, avrebbe dovuto coincidere con l'inaugurazione di una Seconda Repubblica. Dopo le
elezioni del 1931, che segnarono una decisa vittoria repubblicana e socialista, giunse immediata
l'abdicazione del re: il 14 aprile veniva proclamata la Seconda Repubblica e la bandiera
rosso-oro-granata ch'era gi stata della Prima torn a sventolare al posto di quella rosso-oro-rossa. Fu
un cordovano, Niceto Alcal-Zamora, ad assumere il ruolo presidenziale; fra i deputati, nella
maggioranza repubblicano-socialista[7] si rivel importante il ruolo dei membri delle organizzazioni
massoniche.
La fine della dittatura comport fra le altre cose la riproposta delle tesi "andalusiste-georgiste"
federaliste e repubblicane, alla ricerca di una possibile autonomia se non politica quanto meno
economico-amministrativa per la regione. Pur mantenendo fermo il suo proposito di non identificarsi in
un partito politico n di fondarne uno nuovo, Blas Infante partecip con i georgisti, all'inizio della
Seconda Repubblica, al congresso dei deputati del giugno 1931 e al dibattito sulla riforma agraria
dell'anno successivo. Si giunse cos, nel '33, all'assemblea di Cordova che avrebbe dovuto preparare
una piattaforma legale per il varo di uno "statuto andaluso"[8].
La repubblica fu molto avversata a vari livelli, a cominciare da gran parte dell'alto clero
spagnolo anche per le intemperanze e in qualche caso addirittura le violenze anticlericali che ne
accompagnarono e ne seguirono la proclamazione: ma suscit anche molto entusiasmo e fiorirono e vi
si espressero, in particolare, i protagonisti di quella magica "generazione del Novantotto" alla quale
appartenevano Baroja, Azorn, i fratelli De Maeztu, i fratelli Machado, Valle-Incln. L'"attardata",
"sonnolenta", "marginalizzata", "semianalfabeta" Spagna seppe in quegli anni dare una lezione di
cultura, di originalit, di libert e di freschezza al mondo intero: molti all'estero se ne meravigliarono,
qualcuno finse perfino di non accorgersene, ma la portata di quella novit fu immensa.
Quello che tuttavia pi era atteso, sperato, auspicato dalle masse non solo contadine, ma anche
operaie - in ogni inurbato sonnecchiava un bracciante a giornata, non c'era obrero o minero che non
sognasse di tornar campesino su un fazzoletto di terra finalmente "sua" -, era la riforma agraria. Che
giunse presto, e fu per i tempi e le condizioni del paese qualcosa di quasi imponente: venne istituita per
legge una quantit di medie e di piccole o piccolissime propriet (421.518 are per 814 proprietari nella
sola Cordova). Ma la ridistribuzione delle terre si rivel una misura carente sotto il profilo tecnico ed
economico-finanziario: scarsi e antiquati gli strumenti di lavoro, pigre e insufficienti le misure
creditizie, inadeguate le infrastrutture associative. A queste prove di velleitarismo governativo si
rispondeva d'altronde, da parte "popolare", solo con l'arcaico, emozionale strumento della rivolta:
come avvenne dal gennaio del '33 con il levantamiento nell'area di Casas Viejas dove i contadini
fecero garrire alto il vessillo rosso-nero della rivoluzione anarchica. Durante il bienio negro del '34-35,
caratterizzato da una svolta conservatrice nel governo, gli scontri per le strade e gli episodi di
repressione si moltiplicarono fino a determinare un'autentica guerra civile. Essa cominci, dopo la
vittoria del Frente Popular nelle elezioni del febbraio 1936, con l'alzamiento militare del 18 luglio
successivo, espressione del blocco storico tra l'alto clero, l'esercito e i grandi proprietari terrieri,
appoggiato tuttavia da consistenti frange dei ceti medi e subalterni.
Originata nelle Canarie e in Africa settentrionale, la ribellione era comunque stata preparata e
preceduta nel continente da scontri, attentati e altre violenze tra opposte formazioni armate paramilitari
dei partiti di destra e di sinistra, fra operai e contadini o minatori da una parte e polizia dall'altra (la
Guardia Civil, cio la gendarmeria militare, e i Carabineros, cio la guardia doganale) tra Guardia
Civil e Guardia de Seguridad y Asalto, cio la polizia nazionale repubblicana. Se nell'esercito lealista i
quadri degli ufficiali si lasciarono progressivamente conquistare dal comunismo stalinista, v'erano
altres i miliziani trotzkisti del POUM e gli anarchici della CNT. Dall'altra parte, accanto ai reparti
degli insorti guidati - dopo la morte in un incidente aereo del vero promotore del golpe, generale
Sanjurjo - dai generali Cabanellas, Franco, Mola, Goded e Varela[9], si allineavano i valorosi Tercios
della Legin, cio l'Ejrcito de Africa con gli ausiliari marocchini, i miliziani della Falange Espaola
fondata da Jos Antonio, figlio del dittatore Miguel, che si fusero presto con le JONS (Juntas de
Ofensiva Nacionalsindicalista) di orientamento sindacalista-rivoluzionario e i requets carlisti stretti
attorno alla bandiera bianca e ai rossi "bastoni di Borgogna" della Comunin Tradicionalista. L'Italia
fascista forn ai nacionales un massiccio aiuto in termini di reparti di terra - formalmente costituiti da
volontari -, alcuni dei quali finirono con il costituire formazioni miste italo-spagnole (Flechas Negras e
Flechas Azules), ma anche di aerei; i tedeschi gli aviatori altissimamente specializzati della Legione
Condor. Sull'altro fronte, accanto al contributo dell'esercito repubblicano negli alti quadri del quale
divenne sempre pi importante il peso del Partito comunista, si allineavano le milizie volontarie del
Frente Popular - principalmente socialisti, comunisti, trotzkisti, anarchici - mentre divenne
leggendario il contributo delle Brigate internazionali, armate ed equipaggiate soprattutto dall'Unione
Sovietica ma composte da volontari provenienti si pu dire da quasi tutti i paesi europei e americani;
particolare la situazione della regione basco-navarrese, dove molto forti erano da una parte i "carlisti",
mentre dall'altra militavano fedeli alla repubblica alcune formazioni cattolico-nazionaliste basche
sostenute anche da alcuni vescovi, come quello di Vitoria.
Il passato-che-non-passa, il presente gi futuro
Ha scritto Ernesto Galli della Loggia, riferendosi all'Italia: "Il passato [...] non passa, non pu
passare, perch in realt esso  ancora una parte nascosta ma ben viva del presente". Ci  altrettanto
vero per la Spagna e forse lo  ancora di pi per l'Andalusia.
In tale regione, la prima a cadere nelle mani dei nacionales fu Siviglia; suo governatore divenne
un eccentrico generale, Queipo de Llano, noto per i chilometrici discorsi alla radio, per le spietate
soppressioni degli avversari politici e per lo straordinario abuso di bevande alcoliche. In Andalusia,
divenuta dalla fine dell'Ottocento una roccaforte socialista, si segnal una forte resistenza lealista a
Huelva e a Cordova nonostante la presenza di una consistente "Quinta Colonna" (secondo la
definizione di un generale nazionalista che Hemingway ha reso celebre) composta da cittadini
favorevoli alla ribellione militare che nelle aree rimaste fedeli alla Repubblica, soprattutto nelle citt
pi grandi, agivano clandestinamente con molta efficacia per mezzo di attentati, di azioni di disturbo e
di sabotaggio, di attivit di propaganda e di controinformazione. A Granada i nacionales ebbero il
sopravvento, ma i gitanos dell'Albaicn seppero validamente resistere; ad Almera le rivalit tra
ufficiali e una certa disorganizzazione fecero fallire il colpo di mano degli insorti, ma le incursioni
degli aerei italiani e tedeschi furono cos numerose e intense da indurre i difensori a scavare una vera e
propria citt sotterranea fatta di cunicoli-rifugio mentre la citt veniva bombardata anche dal porto;
durissimi attacchi dal cielo sub anche Malaga che alfine cadde l'8 febbraio del '37 in seguito a
un'azione congiunta delle truppe spagnole ribelli e dei reparti italiani. Jan e quasi tutta la sua
provincia rimasero invece saldamente repubblicane fino al marzo del 1939. Nei centri minori la guerra
civile si fuse con i risentimenti personali, le vendette private, i vecchi conflitti per il possesso della
terra.
Siccome l'alzamiento era nato nelle terre spagnole del Nordafrica, era stato naturale ch'esso
passasse subito in Andalusia nonostante essa fosse la regione pi izquerdista - cio "a sinistra" - della
Spagna; l i nacionales e i loro sostenitori e alleati trovarono una resistenza decisa, ma alla fine, a parte
aree molto circoscritte, ne ebbero facilmente ragione. E cominci la lunga, feroce matanza delle zone
della retroguardia, la serie delle uccisioni di massa che conobbero l'acme a Siviglia sotto il comando di
Queipo de Llano e a Granada ad opera soprattutto delle soldatesche africane.
La guerra civile spagnola continua ad essere un passato-che-non-passa. Si  molto discusso
sulle canonizzazioni di massa, decise di recente dalla Chiesa cattolica, dei religiosi uccisi soprattutto da
questa o da quella fazione del fronte repubblicano: e non, si noti, perch fossero politicamente
accusabili di collusioni con i nazionalisti, ma semplicemente perch erano dei religiosi. Monaci,
monache, frati, suore, preti, seminaristi, semplici fedeli: esiste su questo una letteratura immensa. Fra
l'altro,  stato mostrato al di l di ogni possibile dubbio che la persecuzione antireligiosa cominci
subito, con la repubblica laica, anche se gli episodi pi infami ebbero luogo dopo l'alzamiento militare
avviato il 18 luglio del 1936 da un proclama firmato dal capitn general di Las Palmas de Gran
Canaria, il gallego Francisco Franco Bahamonde. E che - sia detto per evitare i soliti facili scarichi di
responsabilit - i nazionalisti furono peggiori dei repubblicani solo perch continuarono a infierire
dopo la fine del conflitto, nell'aprile del 1939, mentre dalla parte repubblicana non furono affatto i
comunisti che si distinsero per crudelt sanguinaria e per ferocia criminale[10]. Formazioni anarchiche e
gruppi trotzkisti, socialisti e radicali non furono da meno. E c'era una buona parte della brava borghesia
illuminata e massonica che applaudiva a quegli orrori e si compiaceva delle chiese distrutte, delle sacre
immagini sfregiate, dei cimiteri profanati.
Ora, che la guerra civile spagnola non sia stata per nulla lo scontro fra il libero popolo di
Spagna e una cricca di militari sostenuti da alcuni capitalisti e sorretti dal fascismo italiano e dal
nazismo tedesco appare con molta chiarezza. Da Sergio Romano a Giorgio Rumi fino a Barbara
Spinelli - che non  certo sospettabile di simpatie "di destra" - il discorso che alla lunga emerge chiaro
 che la ribellione (non solo militare, ma anche in qualche misura popolare) alla repubblica laica fu la
risposta a una politica ch'era ormai divenuta tanto liberticida e repressiva quanto fallimentare; e che
Franco ha avuto se non altro (e non  poco) il merito di aver tenuto la Spagna fuori dalla seconda
guerra mondiale e di averla pilotata lentamente verso la democrazia. Del resto, nel '39, quando la
repubblica ebbe il suo definitivo collasso, la sua compagine non stava pi in piedi: se fosse
sopravvissuta, si sarebbe trasformata in regime stalinista perch i comunisti erano ormai gli unici che
funzionavano sul piano politico e militare. Una Spagna comunista nelle vicende tra 1939 e 1953, cio
al tempo del secondo conflitto mondiale e poi durante la guerra fredda, avrebbe avuto un peso
incalcolabile e imprevedibile nella storia dell'Europa, dell'equilibrio mediterraneo e dell'Occidente.
Certo, comunque, Franco guid lo scontro civile da parte nazionalista con straordinaria durezza.
Uno scrittore che non era certo di sinistra, Georges Bernanos, ha denunziato senza mezze misure
l'orrore delle fucilazioni nelle retrovie di cui egli fu testimone in quanto residente nelle Baleari: ne 
uscito un pamphlet indimenticabile, I grandi cimiteri sotto la luna, nel quale peraltro egli non perde
occasione per elogiare il fondatore della Falange, Jos Antonio Primo de Rivera (un "magnifico capo",
lo definisce); d'altronde, lo stesso figlio dello scrittore militava nelle formazioni falangiste. Ma
l'organizzazione, nella quale avevano avuto facile accesso dei seoritos pistoleros poco
raccomandabili, si and riempiendo pi tardi di quelli che i vecchi militanti chiamavano con disprezzo
camisas nuevas: giovani provenienti soprattutto dal partito cattolico di centrodestra di Gil Robles, la
CEDA, e adibiti ai massacri nelle retrovie.
Anche gli anni dell'immediato dopoguerra furono molto bui: aos de hambre, "anni di fame",
specie nel decennio compreso tra 1945 e 1954 quando le Nazioni Unite decretarono l'embargo contro
un paese ancora governato da una "dittatura fascista" dopo la fine della guerra che aveva fatto piazza
pulita di quell'esperienza. In quel periodo solo pochissimi paesi, come il Portogallo di Salazar e
soprattutto l'Argentina di Pern oltre ad alcuni Stati arabi, accettarono di mantenere un regime di
scambi con la Spagna: ma Franco non si lasci intimidire. I vecchi spagnoli ricordano ancora le
silenziose auto nere che arrivavano di notte e strappavano questo o quel cittadino al sonno in casa
propria per trascinarlo via, e molti non tornavano pi. A Madrid, un palazzo situato nella grande piazza
della Puerta del Sol, adibito a sede del comando generale (Jefatura) di quello ch'era diventato il partito
unico - la Falange Espaola Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacionalsindicalista (FET y de
las JONS), nome interminabile di un ircocervo politico nel quale il caudillo aveva unificato
forzatamente falangisti, nazionalsindacalisti e monarchici "carlisti" - era noto come "la Lubianka", la
sinistra prigione della Mosca stalinista. A fronte dei cittadini soppressi e imprigionati, si and creando
una colossale fiumana di esuli tra cui alcuni dei nomi pi illustri della scienza e della cultura del paese.
La scia della paura e del rancore accumulati in quegli anni spiega forse perch con molto ritardo
il governo socialista di Zapatero si dette con la "Legge della Memoria" dell'11 ottobre 2007 a una
caccia affannosa a quel che rimaneva dei ricordi simbolici del franchismo - che per la verit erano
sempre stati piuttosto pochi e abbastanza discreti - cancellando parossisticamente tutte le frecce
fernandine e i gioghi isabellini[11] che avevano costituito, intrecciati, il simbolo della Falange, ereditato
poi da quello che veniva semplicemente definito Movimiento nacional. Franco, dopo aver tollerato per
alcuni anni che il suo regime si definisse "falangista" e adottasse forme propagandistiche e rituali
politici d'impronta totalitaria, aveva optato tuttavia per una decisa "demobilitazione delle masse": il
suo era un governo autoritario, un regime di polizia formalmente sempre pi depoliticizzato e
appoggiato all'esercito, all'alto clero, agli strati privilegiati della borghesia. Ai vecchi falangisti, molti
dei quali (del resto noti per le loro simpatie repubblicane e per istanze sociali "avanzate", eredit delle
JONS) erano stati anzi soppressi o imprigionati[12], si erano gradualmente sostituiti a partire dalla fine
degli anni Cinquanta i tecnocrati legati all'organizzazione cattolica dell'Opus Dei; e gli Stati Uniti
d'America, pretendendo che la Spagna "fascista" restasse fuori dall'Unione Europea e dalla NATO,
avevano stabilito al tempo stesso col dittatore una serie di patti bilaterali e installato nella penisola
iberica una grande quantit di basi aeree, taluna dotata di ordigni nucleari. Grazie a questi patti
bilaterali Franco pot al tempo stesso liberarsi almeno in parte dalla scomoda memoria delle sue origini
"fasciste", affidarsi a una nuova generazione di tecnocrati e avviare anche una serie d'iniziative
importanti quali, in Andalusia, la creazione del polo petrolchimico di Huelva.
Con gli anni Sessanta, al regime dittatoriale si era andato sostituendo un governo ancora elitario
e autoritario, ma alcune libert erano gradualmente state restaurate: e si diffondeva tra gli spagnoli la
battuta scherzosa secondo la quale alla dicta-dura si andava ormai sostituendo una dicta-blanda.
Franco era stato molto abile. Gradualmente rimossa, pur senza mai essere ufficialmente
rinnegata, l'eredit paratotalitaria e fascista, come abbiamo detto, si era appoggiato senza clamore ma
con molta decisione al governo americano al quale aveva largamente concesso basi militari dotate di
extraterritorialit ricevendone in cambio crediti finanziari e appoggio tecnologico-logistico; aveva
infine proclamato che l'assetto del paese sarebbe stato monarchico e aveva provveduto a fare in modo
che tra il suo regime politico-personalistico e il ritorno della dinastia reale al vertice dello Stato non vi
fosse formale soluzione di continuit.
Gli ultimi anni dell'inamovibile dittatore e i primi dopo la sua scomparsa furono quelli della
restaurazione effettiva della monarchia con Juan Carlos di Borbone, del graduale rientro della Spagna
nel coro delle democrazie occidentali, dell'incoraggiamento a una sempre maggiore apertura
intellettuale e culturale, del prudente e discreto ma deciso passaggio della Spagna alla "societ del
benessere" e dei consumi. Accorto strumento di quella tendenza, attuato con austera e duttile prudenza
e con il costante appoggio dei "consiglieri" statunitensi, era stato il lancio magistrale dell'attivit
turistica, sostenuta dalla geniale trovata di una catena di grandi e lussuosi alberghi gestiti direttamente
dallo Stato, i paradores de turismo, che sorgevano in edifici straordinari, spesso antichi favolosi palazzi
perfettamente restaurati e letteralmente onusti di storia oppure modernissimi edifici in localit
panoramiche, dal servizio inappuntabile e dai prezzi rigorosamente controllati. Ancora oggi, una visita
all'Andalusia passando di parador in parador  assolutamente consigliabile ed economicamente
abbastanza abbordabile[13].
Francisco Franco mor il 20 novembre 1975: con curiosa e impressionante coincidenza, il
medesimo giorno nel quale quarantun anni prima era morto fucilato, nel carcere di Alicante, l'unico
personaggio che avrebbe potuto fargli ombra e contendergli moralmente il primato e magari perfino la
guida della nuova Spagna, Jos Antonio Primo de Rivera, l'eterna presenza e l'effigie del quale
accompagnavano in tutti i pubblici uffici ed esercizi quella del caudillo. Era circolata a lungo la diceria,
probabilmente non infondata, che Franco avrebbe potuto salvarlo: si profilava difatti la possibilit di
uno scambio di prigionieri. Della faccenda era stato anche testimone un allora giovane militante
carlista, il futuro grande filologo Mart de Riquer. Ma lo scambio non si realizz e Jos Antonio fin
fucilato nel carcere di Alicante il 20 novembre 1936. Franco mor in quello stesso giorno, a trentanove
anni di distanza. Misteriose "simmetrie" della storia. Ironia del caso o inquietante nmesi?
Ora entrambi, il caudillo e el Ausente, dormono sepolti ai due lati opposti del pavimento sotto
l'immensa cupola del solenne sacrario-monastero del Valle de los Cados, in piena Sierra Guadarrama,
non lontano dall'Escorial di San Lorenzo, dove il regime ha voluto concentrare in immensi ossari il
numero pi alto possibile di resti dei caduti della guerra del '36-39 di entrambe le parti in segno di
riconciliazione nazionale[14].
In Andalusia, la guerra era stata per quasi tutta la regione abbastanza breve a causa del
massiccio e tempestivo prevalere dei nacionales: in cambio, lungo e pauroso era stato il dopoguerra di
miseria, di privazioni e di paura. Ricerche accurate hanno calcolato che le vittime del conflitto furono
quasi 50.000 e hanno fatto affiorare nelle otto province della regione - Almera, Cadice, Cordova,
Granada, Huelva, Jan, Malaga, Siviglia - ben 610 fosse comuni l'ubicazione delle quali era segreta.
Anche l'esodo dei cittadini andalusi, in parte obbligato per sfuggire a condanne e persecuzioni in parte
volontario per non sottostare alla dittatura, fu consistente: il 10% degli esuli spagnoli all'estero risulta
composto di andalusi, quelli rifugiati in Messico giungono all'11,4% del totale. Tra le categorie pi
decisamente disposte a lasciare il paese pur di non sottostare alla perdita della libert erano stati
particolarmente numerosi gli insegnanti: dai maestri elementari ai professori universitari. In
conseguenza di ci, in molti centri andalusi per alcuni anni non fu possibile mantenere aperte le scuole
pubbliche o si dovette farlo con insegnanti sostitutivi forniti dai servizi sociali della Falange,
soprattutto dalla peraltro dinamica Seccin femenina che, sotto l'energica (e un po' "frondista") guida
di Pilar Primo de Rivera, sorella di Jos Antonio, nel periodo pi duro del dopoguerra aveva
organizzato anche un efficiente "soccorso invernale".
Molto intenso fu anche il fenomeno della resistenza postbellica: come accadde nei Pirenei e
nella Guadarrama, anche nelle aree pi impervie dell'Andalusia si formarono nuclei di combattenti
partigiani che resistettero fino alla met degli anni Cinquanta e al fenomeno costituito dai quali il
regime franchista rispose con l'organizzazione di alcuni veri e propri campi di concentramento e di
lavoro forzato.
Ma alla fine degli anni Cinquanta il Nuevo Estado, come si autodefiniva ufficialmente il regime
franchista, avvi - lo abbiamo gi anticipato - una strategia sociale all'insegna di quello che fu definito
il desarrollismo, termine letteralmente traducibile come "sviluppismo". In tale periodo si cur
particolarmente il turismo con l'intento, tra l'altro, di diffondere un'immagine innovativa della Spagna
nel mondo; ma si avviarono anche molte iniziative nei settori industriale, commerciale, agricolo ed
estrattivo. Al fine di lottare contro la disoccupazione furono incentivate tanto l'emigrazione interna
(soprattutto alla volta della Catalogna) quanto quella esterna indirizzata principalmente - come del
resto accadeva con differente intensit in tutti i paesi dell'Europa mediterranea - alla volta della
Germania, della Francia e dell'Inghilterra. Il regime provvide a regolamentare il movimento migratorio
emanando una legge nel luglio del 1971 con la quale ovviamente si cercava di ostacolare qualunque
forma di propaganda antifranchista da parte degli esuli. Anche sul piano dei rapporti internazionali, per
quanto finch il dittatore rimase in vita l'ingresso della Spagna alla NATO restasse precluso, i
moderatamente buoni rapporti con la Chiesa cattolica (non ottimi, tuttavia: specie con Paolo VI), con il
governo statunitense e con quelli di molti paesi europei, con Israele ma anche con vari paesi arabi e
musulmani nonch latinoamericani - dove un grande ruolo era ed  occupato dalla dimensione
etnoculturale della hispanidad - e addirittura con la stessa Cuba castrista, determinarono il fatto
paradossale e inatteso che il vecchio generale, specie negli anni Sessanta-Settanta, potesse in varie
occasioni coprire un efficace ruolo di mediatore diplomatico.
Quanto al lavoro interno e al suo aspetto politico-rappresentativo, il regime organizzava
periodiche consultazioni elettorali a carattere corporativo con candidati ufficiali, ma era sempre pi
frequente che gli eletti non fossero personaggi di fiducia o di gradimento degli enti governativi. All'atto
della reintroduzione del diritto di associazione partitica, tuttavia, i movimenti
indipendentisti-"andalusisti" non ebbero quel successo che qualcuno temeva e che molti auspicavano:
rispetto al peso degli indipendentisti in Catalogna e nel Paese Basco, quelli andalusi risultarono molto
pi moderati e contenuti sia nei metodi, sia nelle prospettive. Ovviamente la forza pi rilevante nella
regione restava e resta il PSOE, nonostante la presenza anche di un piccolo Partito Socialista Andaluso
(PSA).
Quando, all'indomani delle elezioni postfranchiste del 1982, venne eletto primo ministro il
socialista sivigliano Felipe Gonzlez, la sua citt venne effettivamente avvantaggiata da alcuni
provvedimenti, come il treno rapido AVE Siviglia-Madrid. Il segno di raggiunta maturit qualitativa
dello sviluppo andaluso fu, nel 1992, l'ospitalit offerta dalla citt di Siviglia all'Esposizione
universale, le pi rilevanti installazioni della quale si visitano ancor oggi nell'Isla de Cartuja ("isola
della Certosa"). Tuttavia, lo sforzo economico e tecnologico in quell'occasione fu tale da gravare le
finanze cittadine con un pesante deficit, com'era successo nel '29.
L'avvio del nuovo secolo non fu facile per la regione e per la sua capitale, che nel 2007 - un
anno prima di quello che segn una pesante battuta d'arresto per tutta l'Europa - dovette affrontare gli
effetti di una forte recessione. Ora, il peggio sembra essere passato: tuttavia nell'ultimo mezzo secolo
circa un milione di andalusi hanno dovuto abbandonare il loro paese per emigrare in altre regioni
spagnole o all'estero e il 2% dei proprietari terrieri detiene ancora il 50% della terra; quanto ai settori
industriale ed estrattivo, a parte il polo petrolchimico attorno ad Algeciras, alle miniere della zona di
Huelva e all'industria aeronautica sivigliana, l'industria pesante non  particolarmente sviluppata. La
maggior parte degli andalusi lavora nell'agricoltura, nella pesca, nel turismo, mentre gli investimenti
per lo sviluppo sono incentrati principalmente nelle mani di circa mezzo milione di cittadini stranieri.
Una nuova risorsa  tuttavia costituita dai molti non-spagnoli che si recano in Andalusia per affari o
che, giunti all'et pensionabile, trovano economicamente e climaticamente vantaggioso - specie se
originari dell'Europa settentrionale - trasferirsi definitivamente nel paese del sole, dell'olio e del vino,
dove la vita  meno cara e pi dolce.
[1]  Circoscrizione montana.
[2]  Il sacrificio di Marianita ispir a Federico Garca Lorca uno dei suoi drammi pi
commoventi (Mariana Pineda. Romance popular en tres estampas, 1925).
[3]   il tema del dramma di Lope de Vega, Fuenteovejuna, del quale gi abbiamo parlato e che
celebra l'inquadramento degli Ordini militari di Spagna e delle loro signorie territoriali da parte della
corona.
[4]  La parola cacique, designante nel mondo degli indios americani un capotrib o
capovillaggio, era usata in Spagna per qualificare certi facinorosi capipopolo.
[5]  Le miniere sarebbero state rivendute alla Spagna nel 1954; l'attivit mineraria nell'area si 
conclusa nel 2001, ma il luogo  visitabile e provvisto di un museo. Siamo davanti a un discreto
modello di "archeologia industriale".
[6]  Per il secolo XX, cfr. il classico libro di M. Tun de Lara, La Espaa del siglo XX, Paris,
1966; anche G.G. Brown, El siglo XX. Del 1998 a la guerra civil, Barcelona, 1993.
[7]  Il Partito socialista (PSOE) ottenne un terzo dei seggi andalusi nelle Cortes.
[8]  Blas Infante sarebbe finito come non pochi altri, fucilato all'inizio dell'alzamiento militare,
l'11 agosto 1936.
[9]  I cuatro generales della popolare canzone repubblicana erano identificati in Franco,
Sanjurjo, Mola e Queipo de Llano.
[10]  Cfr., in particolare per l'area andalusa che qui c'interessa, I. Ortiz Villalba, La guerra civil
en Andaluca, Sevilla, 2008; in generale per la Spagna, V. Crcel Ort, La persecucin religiosa en
Espaa durante la Segunda Repblica (1931-1936), Madrid, 1990.
[11]  Le frecce (in numero di cinque, sette o nove) erano la "divisa" emblematica di Ferdinando
d'Aragona in quanto la parola che le indicava iniziava per F, come il nome del re; per la stessa ragione,
il giogo (in spagnolo yugo) rinviava a Isabella (Ysabel) di Castiglia.
[12]  Il carcere spett a Manuel Hedilla, collaboratore di Jos Antonio e suo successore alla testa
della Falange.
[13]  Un solo esempio: il Parador de San Francisco in piena Alhambra di Granada, con il
privilegio di passeggiare di notte nei suoi giardini e di assistere al sorgere del sole in uno dei panorami
pi avvincenti del mondo.
[14]  Riconciliazione, certo. Ci nonostante, quei caduti dormono tutti nelle viscere di una
montagna sovrastata da un'immensa croce, all'ombra di un motto che li qualifica come sacrificatisi por
Dios y por Espaa: anche gli atei e gli internazionalisti. Ci  senza dubbio una forzatura, se non una
vera e propria violenza nei confronti di chi si sacrific in realt per "un'altra" Spagna, che
accompagnava il nome della patria ad altri, diversi da quello di Dio: la Giustizia, la Libert, la
Fratellanza internazionale, l'Uguaglianza sociale. Inoltre, il sacrario fu elevato grazie all'impiego dei
prigionieri della guerra civile costretti ai lavori forzati. Il destino del colossale monumento, meta
ancora di molte visite soprattutto turistiche, ma oggetto di continue polemiche,  a tutt'oggi incerto.
Capitolo settimo
Il cerchio magico
Disegnare un itinerario
Finora, la nostra Andalusia l'abbiamo avvicinata lungo la trama del tempo: la storia. Eppure,
qua e l, qualche strappo alla regola del discorso ci ha fatto intravedere il sottostante ordito dello
spazio.
Incrociare il pi possibile lo spazio e il tempo non  peraltro granch difficile. Basta volerlo
fare: riconsideriamola quindi brevemente sotto il profilo spaziale, questa bella regione. Ma, parlando di
spazio (e visto che non condividiamo il privilegio di quelli che ci vivono), come fare per raggiungerla?
Si pu scegliere di arrivare dall'entroterra parallelo alla costa, come i romani; o come i guerrieri
di Alfonso VIII di Castiglia che giunsero a Las Navas de Tolosa, nel 1212, dal nord-est; oppure dal
mare, come i cartaginesi, i greci e gli arabo-berberi dal nome del capo dei quali, dopo il fatidico 711, lo
stretto delle Colonne d'Ercole mut il suo nome in "monte di Tariq", Gibraltar, "Gibilterra".
D'altronde un buon arrivo per via aerea, un atterraggio nel grande e confortevole aeroporto di
Siviglia, ci scaricherebbe subito nel cuore profondo dell'Andalusia, la Hispalis romana, la patria del
Padre della Chiesa, vescovo ed etimologista preclaro sant'Isidoro; da l una Andalusische Reise
spazialmente e cronologicamente abbastanza corretta ci porterebbe a disegnare un circuito in senso
orario (a parte un detournement a nord-ovest, verso Aracena). Esso potrebbe toccare - una volta
passata Carmona col suo fantastico parador - la capitale del califfato, Cordova; quindi Jan dalla quale
il luogo del fatale ingresso dei cristiani castigliani nel 1212  facilmente raggiungibile; e poi, com'
giusto e logico, l'ultima citt mora, Granada; ci fatto potremmo raggiunger la bella costa mediterranea
da Almera col suo deserto toccando Almucar fino a Malaga; affrontare un po' di montagna sarebbe
a quel punto necessario per giungere - e strada facendo, siatene certi, ne vedreste molti, di quei pueblos
blancos incessantemente raccomandati da tutte le guide... - alla splendida Ronda e da l a Olvera (un
piccolo ma consigliabile dirottamento), a Ubrique, ad Arcos de la Frontera e a Jerez de la Frontera
(vorrete pur incontrare il vino di Jerez, nelle sue sfumature cromatiche e profumate dal biondo pallido
all'oro zecchino!).
E parliamone un po', del jerez[1]. La storia del "vino di Jerez"  lunga, complessa e forse
originariamente connessa con 3.000 barili di vino locale bottino di guerra di sir Francis Drake nel
saccheggio di Cadice del 1587. Comunque fu Thomas Osborne Mann, inglese di Exeter, a fondare nel
1772 in Puerto de Santa Mara un'azienda familiare produttrice di quel vino che tutti conoscono anche
a causa del suo logo, il toro nero che sotto forma d'imponente sagoma lignea campeggia spesso negli
skylines spagnoli. Fu invece George Sandeman, di Perth, a creare a Londra il suo impero del vino
chiamato sherry; anche la ditta Gonzles-Byass, quella del marchio Tio Pepe, nacque in realt da
un'alleanza anglo-iberica.
Da Jerez si arriva a Cadice. Gli spagnoli la chiamano la tacita de plata, ma i turisti ne restano
spesso delusi. Certo, dopo gli splendori di Siviglia, le meraviglie di Granada, il fascino struggente di
Cordova, questa grande citt industriale e portuale pu "deludere". C' chi, con intenzione non
benevola, la paragona a Barcellona o a Genova. Un confronto che non rende giustizia ai due grandi
porti-metropoli del Mediterraneo nordoccidentale, sotto molti aspetti a loro volta bellissimi: ma che
non convince nemmeno per Cadice, una citt che bisogna scoprire con un minimo di calma e di
pazienza. Non partite alla caccia di monumenti e di panorami. Non "utilizzate al meglio" il vostro
tempo: godetevelo. C' una bellezza gaditana intima e discreta, che va scoperta.
Da Cadice, due possibili soluzioni vi si offrono per concludere il vostro incontro con
l'Andalusia. La prima punta decisamente a sud-ovest, verso Tarifa e Gibilterra, in vista dell'Africa: gli
amanti della storia europea non vorranno sottrarsi alla vista di quel pittoresco angolo d'Inghilterra
incastrato all'estremo sud della penisola iberica, con i suoi cannoni settecenteschi, le sue cabine
telefoniche rosse che fanno tanto Old England e le sue scimmiette. La seconda si dirige invece a nord,
tra le erbe e le sabbie insidiose eppur affascinanti della palude - la marisma - di Huelva, una citt che a
sua volta vale assolutamente la pena d'una sia pur breve visita. Ma, nei pressi appunto di Huelva,
specchiato nella palude sulla quale si affaccia e che l sembra quasi un grande lago, c' il piccolo
pueblo blanco del Roco dal nome poeticamente evocatore. Roco, in castigliano, significa "rugiada":
ed  nella rugiada dell'alba (la madrugada) del luned di Pentecoste, il Whit Monday, che ogni anno
dalla chiesa del Roco esce, trionfalmente portata a braccia dai pellegrini l convenuti a migliaia, colei
che per la liturgia cattolica  la Regina Roris e per i devoti la Seora, la Blanca Paloma. La romera del
Roco  altamente consigliabile anche perch non tutti coloro che visitano l'Andalusia hanno il modo di
vedere una feria da vicino. E una, una almeno, ci vuole.
Andiamo quindi al Roco. Anzi, torniamoci: come cantano i pellegrini, al Roco yo quiero
volver. Da Siviglia ci si arriva bene in una settantina circa di chilometri, tre o quattro giorni a piedi
alternando magari il viaggio a piedi, quando si  stanchi, con tratti comodamente seduti sulle carretas
tirate da muli fornite dalle varie Hermandades e ben provviste di bottiglie di fresco rebujito.
Rebujito e feria sono quasi sinonimi. Rebujo significa, letteralmente, "groviglio". Rebujito
(letteralmente "groviglietto", "intruglietto")  termine spagnolo per indicare quel che i suoi inventori, i
viaggiatori inglesi del XIX secolo, definirono sherry cobbler (un gioco di parole da cherry cobbler, un
pie a base di ciliegie). Difatti essi usavano il vino bianco finissimo, il jerez, che chiamavano sherry, ma
gli andalusi hanno preferito sempre al medesimo scopo la pi leggera e pallida manzanilla[2]. Ecco la
ricetta: manzanilla quanto basta secondo i gusti e il numero degli assetati; un miscuglio di zucchero e
acqua di soda - o Sprite o Seven Up o robaccia del genere se siete sadomaso - pari alla met circa del
vino o ancor meno se lo preferite pi leggero; ghiaccio tritato quanto basta a mantenere ben fresco il
preparato anche se amate sorseggiarlo molto lentamente (ma attenzione a non annacquarlo troppo); una
fetta di arancio in ciascun bicchiere e qualche goccia di arancio spremuto nel recipiente di preparazione
o di servizio (bottiglia o jarra che sia); un paio di foglie di menta in ciascun bicchiere o, se siete dei
barbari, un po' di estratto di menta a piacere. Il rebujito , come la sangra, l'ideale per le fiestas
(anche se dopo il tramonto del sole la seconda  preferibile al primo).  stato ricordato da molti
scrittori, da Manuel Gutirrez Njera a Nathaniel Hawthorne a Jules Verne che lo menziona in Dalla
terra alla luna. Il rebujito  da almeno un secolo e qualcosa il re di ferias quali, Roco a parte, la Feria
de Abril di Siviglia, la Feria del Caballo di Jerez, la Feria del Corpus Domini di Granada. Molte
varianti del rebujito si registrano nella regione: a Puerto de Santa Mara, a Jerez (dove si usa
ovviamente il vino fino locale), a Malaga (dove al posto della manzanilla si preferisce usare il
vermouth), a Cordova (con jerez Pale Cream Montilla-Moriles), a Sanlcar de Barrameda (con
manzanilla locale, una specialit), a Rota (con vino bianco locale). A Lepe (il cui forte vino bianco 
stato immortalato nel Racconto dell'Indulgenziere dei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, a
testimonianza di quanto sia antico il gusto inglese per i vini iberici importati); a Lepe c' la romera de
la Bella, alquanto famosa (ma attenzione, perch per gli andalusi quelli di Lepe sono come i belgi per i
francesi, i bulgari per i rumeni e gli iracheni per gli arabi). Un'altra variante del rebujito si gusta a
Chiclana de la Frontera (con vino fino locale). Quanto alla manzanilla, comunque, si tratta di un "vino
di primavera", che si beve fresco e non regge l'invecchiamento, quindi va consumato prima della
svinatura successiva a quella di produzione. Ma in genere ci si d da fare e non ne avanza mai.
Ma riprendiamo il nostro discorso sul circuito andaluso consigliato, mantenendo la promessa
che abbiamo fatto prima di farci tentare dal rebujito. Da Siviglia, incamminiamoci alla volta della
Vergine che ci aspetta ai margini della marisma.
A questo punto, consentitemi una precisazione molto egocentrica. Le Hermandades sivigliane
consacrate alla Vergine del Roco sono ben cinque: e partono ciascuna dalla loro sede. Tra esse,
soltanto una - la "mia" - ha sede sulla sinistra del Guadalquivir, a Triana.  il loro itinerario, che 
anche il "mio", che vi descriver.
I romeros che seguono il carro - detto Sinpecado - di quella Hermandad partono quindi a piedi
il mercoled mattina successivo alla domenica dell'Ascensione dalla Capilla de los Marineros di Calle
Pureza 5, la settecentesca chiesa sede di due Cofradas della Semana Santa, quella di Jess de las Tres
Cadas e quella di Nuestra Seora de la Esperanza, protagonista appunto del pellegrinaggio. Con un
viaggio che alterna i tratti a piedi con quelli sulle carretas soprattutto per i meno giovani o per chi non
 in perfetta salute, si arriva al Roco quattro giorni dopo, il sabato sera; la presentazione solenne della
Hermandad all'effigie della Vergine, nel suo santuario, si tiene il giorno dopo, la domenica, alle 13;
quindi si passeggia, si mangia, si beve, si balla, si prega fino all'alba del luned successivo, cuando sale
la Seora.
Nel caso per di questo libro, il Roco  la meta ultima, il supremo punto d'arrivo dell'itinerario
andaluso che abbiamo scelto. Non partiremo quindi da Siviglia diretti a sud-ovest, bens puntando ad
est: come si usa dire, "la prenderemo larga". Il nostro itinerario seguir una direzione grosso modo
"circolare", in senso orario, come quella che abbiamo or ora descritto: pertanto, punteremo a nord-est,
in direzione di Cordova, e poi faremo un ampio circuito grosso modo circolare per tornare s al Roco,
ma da sud-ovest, facendo il cammino per la marisma del Guadalquivir, tra Sanlcar de Barrameda e il
Parque Nacional de Doana dove, se avremo fortuna, potremo incontrare perfino qualche lince.
Certo, ci vorr di pi. Vogliamo dire un paio di settimane? E non a piedi, beninteso. Se proprio
alternare i treni agli autobus vi ripugna, o soffrite di sciatica, o siete gente che non si muove se non si
porta appresso almeno una decina di chili di roba tra abiti e altre cianfrusaglie (oh l'aurea massima del
perfetto viaggiatore: met degli abiti, il doppio dei soldi...), non vi resta che l'auto: la vostra o - forse
meglio - una che potete tranquillamente noleggiare sul posto, assicurazione compresa e chiavi in mano.
In cammino, quindi!
Da Siviglia a Jan
E cominciamo da Siviglia. Quin no vi Sevilla, no vi maravilla. Fu Pietro I "il Crudele" re di
Castiglia e Len (1334-1369) a prediligerla come residenza regale e a dotarla dello splendido Alczar
in stile mudjar, noto ormai a tutti al plurale come Reales Alczares. Nella stessa citt si verificarono
alcuni tra i primi gravi episodi d'intolleranza religiosa: nel 1391 il quartiere ebraico (poi denominato
Barrio de Santa Cruz) venne assalito e saccheggiato.
Sarebbe molto bello iniziare la visita di Siviglia proprio dal gigantesco monumento funebre
all'Ammiraglio dell'oceano, che occupa una grande cappella della cattedrale cittadina.
In effetti, a Siviglia sorge un monumento funebre dedicato a Cristoforo Colombo: problematico
tuttavia sarebbe definirlo il suo sepolcro; in realt, esso  almeno in parte un cenotafio. Se a proposito
del luogo di nascita dell'Ammiraglio la disputa tra Italia e Spagna dura ancora, quella sull'ubicazione
delle sue spoglie mortali  ancor pi intricata e complessa. Morto triste e amareggiato a Valladolid nel
1506, egli vi rimase per un breve periodo; i suoi resti furono quindi traslati a Siviglia e inumati nel
monastero di Santa Mara de las Cuevas, nell'isola della Cartuja. Il medesimo sepolcro ospit poi
anche suo figlio Diego, ma la consorte di quest'ultimo chiese che le due salme fossero traslate
nell'isola di Hispaniola (oggi Haiti-Santo Domingo) e Carlo V nel 1544 accondiscese alla richiesta.
Senonch, dopo altre vicissitudini connesse con successivi spostamenti e forse con una certa
confusione, quando nel 1795 la Spagna dovette cedere Santo Domingo alla Francia l'Ammiraglio fu
trasferito nella cattedrale dell'Avana, da dove part di nuovo diretto a Siviglia seguendo da occidente a
oriente il tramonto dell'impero di Spagna nel 1898, allorch Cuba dopo una guerra durata quattro anni
conquist grazie all'interesse statunitense la sua indipendenza (entrando ovviamente nell'area
d'influenza di Washington). Intanto per, nel 1879, si era scoperta nella cattedrale di Santo Domingo,
divenuta fino dal 1865 capitale della Repubblica dominicana, una bara di piombo corredata da una
targa argentea sulla quale era inciso il nome dell'Ammiraglio. Pare che essa venisse poi trafugata, per
quanto il governo dominicano sostenga di custodirla ancora al giorno d'oggi. Pi che ragionevoli dubbi
sussistono, sia a proposito della translatio del 1795 da Santo Domingo all'Avana, sia a proposito della
scoperta del 1879. Fra 2002 e 2005 si avvi una complessa transazione diplomatica tesa a consentire
che il contenuto delle varie tombe venisse sottoposto al test del DNA: ma ostinazioni e reticenze varie,
come del resto  consueto in quest'ordine di problemi, hanno impedito di venir a capo della questione.
Dal momento che le salme contenute nelle tombe sia di Siviglia sia di Santo Domingo sono entrambe
incomplete, gli esperti in materia ritengono, a livello ipotetico, che ci sia stata di fatto una spartizione e
che entrambe le tombe possano venir onorate come autentiche.
La cattedrale, con la torre della Giralda - l'enorme minareto di stile maghrebino, un prisma a
base quadrata -, e con il patio de los naranjos, varrebbe da sola, magari insieme con il vicino Alczar,
almeno un giorno di visita. Se il tempo disponibile  poco, il miglior consiglio da dare  che alla fine
del giro il visitatore si rechi alla porta pi celebre dell'edificio, la Porta del Perdono, e partendo di l
passeggi un po' per le strade adiacenti concedendosi buone soste nelle numerose tascas, le osterie.
Praticamente di fronte alla porta, tenete ben presente il caf-restaurante Gonzalo, dove si pu gustare
una delle migliori sangras e una delle pi ampie scelte tapas o raciones di prosciutti pregiati (bellota,
patanegra, jabugo, ibrico) di tutta la citt. Procedendo sulla stretta strada che fiancheggia Gonzalo, se
vi  rimasta un po' di fame (e si consiglia caldamente di farsela rimanere) un altro rinomato
caf-restaurante, Casa Robles, vi servir eccellente mojama sia di tonno, sia di muggine. Il mojama 
filetto essiccato che va tagliato finissimo e servito con un semplice condimento di limone e olio di
oliva, al quale  volendo consigliabile aggiungere una saggia moderatissima quantit di pepe nero o - a
mio avviso meglio ancora - di peperoncino in semi o in polvere (qualche goccia di liquore secco, tipo
vodka o grappa,  raccomandata per i pi esigenti e audaci). La parola mojama, analoga all'italiano
"mosciame", deriva dall'arabo mushamma, che significa appunto "essiccato".
L'invito a cominciar la visita di Siviglia dai luoghi colombiani non  affatto - al contrario! - un
suggerimento teso a ignorare o a sottovalutare tutto il resto, cominciando da quel che resta delle
memorie romane. Il capoluogo andaluso, collegato all'oceano dal grande porto sul Guadalquivir che
cominciava dalla bella Torre del Oro e che aveva il suo cuore pulsante nel quartiere "marinaro" di
Triana, sulla riva sinistra del fiume, aveva progressivamente assunto importanza sulla stessa Cordova -
l'antica capitale del califfato - almeno dalla met circa del Duecento, in corrispondenza cio della
conquista cristiana, ed era progressivamente divenuto un importante centro economico e finanziario. In
esso trovavano sede anche molti banchieri fiorentini: e alla filiale sivigliana del Banco dei Medici
lavor colui al quale il continente da poco scoperto avrebbe dovuto il suo nome, Amerigo Vespucci.
In effetti la Siviglia cinquecentesca, che dopo essere stata a lungo una decorosa citt della
periferia occidentale d'un mondo mediterraneocentrico divenne per circa due secoli il centro di un
mondo gli orizzonti del quale si erano di colpo spalancati,  la figlia dell'Ammiraglio e della sua
scoperta.
Una storia splendida e disastrosa, affascinante e desolata, quella della citt di don Juan Tenorio.
Se la Casa de Contratacin e la Manifattura dei Tabacchi ci riconducono alla sua et d'oro, quando era
la capitale di tutti gli affari del mondo come poi sono state la City di Londra e Wall Street di New York
e adesso  Hong Kong, la Casa de Pilatos - insieme con i ricordi di Gerusalemme e della Passione, che
trionfano crudelmente e splendidamente nelle notti della Semana Santa - richiama alla pompa dei suoi
costruttori e proprietari, i duchi di Medinaceli, veri Grandes de Espaa. Ma se invece si  amanti del
dark side, se perfino della solare Siviglia si vuol conoscere il centro oscuro, il suo Cuore di Tenebra,
non ci si pu lasciar abbagliare dai colori della Feria de Abril, n inebriare dalla musica delle
sevillanas, n ipnotizzare dal traje de luz di sole e di sangue delle corride nella Plaza de la Maestranza
(dove qualche corrida veramente bella si vede ancora), n immergersi nel carnale misticismo della
Semana Santa, quella durante la quale si corteggia la Beata Vergine Macarena rivolgendole serenate
d'amore. No. Bisogna aspettare la notte dei morti, il 2 novembre, l'Halloween andaluso quando i
cimiteri si animano, le statue si risvegliano e la citt celebra il suo Santo Blasfemo e Peccatore, el
Burlador de Sevilla, e la sua sfida alla marmorea effigie del Commendatore ("Verrete a cena?"). Come
si possa essere innamorati al tempo stesso della Vergine Macarena e del seduttore Don Giovanni 
l'autentico Mistero Sivigliano. Comprenderlo, forse, significherebbe penetrare davvero l'enigma
dell'estasi berniniana di santa Teresa.
Dopo Siviglia, se si ha tempo abbastanza, un piccolo "pellegrinaggio colombiano in Andalusia"
sarebbe consigliabile. Esso dovrebbe comprendere il villaggio della Rbida e, da l, la vicinissima Palos
da dove l'Ammiraglio salp il 3 agosto del 1492 per riprendervi terra reduce dalla traversata (quello
sarebbe stato il primo dei suoi quattro viaggi) il 15 marzo dell'anno successivo, accolto da onori
straordinari per quanto il futuro gli avrebbe riservato molte amarezze. Alla foce del Ro Tinto, uno dei
bacini minerari "storici" della penisola iberica, Palos disponeva ai tempi di Colombo di una grande
baia, adesso interrata, adiacente alla chiesa di San Jorge. Il porto dal quale prese il mare la piccola
flotta dell'Ammiraglio nell'agosto del 1492  stato riportato alla luce durante una spedizione
archeologica del 2014 ed  gi visitabile, per quanto il cantiere di scavo sia ancora aperto. Non lontano
da l, sull'estuario del fiume, il nuovo insediamento di Muelle de las Carabelas ("Molo delle
Caravelle") ospita le copie in scala 1:1 dei tre vascelli colombiani: attorno ad esse si  andata
costruendo una specie di Disneyland marinara medievale, divertente, non troppo kitsch e fornita di un
piccolo e moderno museo. La Rbida e Palos sono collegati a Huelva da un buon servizio di pullman;
in estate funziona anche un trenino turistico.
Sempre nei dintorni di Siviglia  facoltativa, ancorch consigliata, la cittadina di Santiponce,
non lontana dal capoluogo, dove si possono ammirare le rovine dell'antica Itlica fondata nel 206 a.C.
da Scipione l'Africano dopo la vittoria sui cartaginesi nella battaglia di Ilipa. Tenete presente che
Siviglia, denominata Hispalis, era all'inizio solo il porto fluviale di Itlica: oggi, visitare l'antico
anfiteatro che poteva un tempo ospitare circa 25.000 persone vale senza dubbio la pena di una
deviazione, per quanto gli italiani alle antichit romane siano abituati. Fate un po' voi.
Ma bisogna pur decidersi ad abbandonare una buona volta la valle del Guadalquivir, che del
resto ci capiter di ritrovare. Diamo pertanto un accorato addio alla Torre del Oro e prendiamo
l'autostrada libera E-5 verso nord-est, in direzione di Carmona, lasciandoci sulla sinistra le alture della
Sierra Morena (a Siviglia la chiamano Sierra Norte) che ci sorvegliano da lontano. A Carmona si 
accolti dal monumentale Alczar de la Puerta de Sevilla e sarebbe un peccato non pernottare nel locale,
confortevolissimo parador per poi procedere - attraverso Ecija col suo palazzo moresco-barocco di
Peaflor e il preziosissimo patio della Casa de las Palmas[3] - fino a La Carlota, una delle moderne
citt-modello create verso la fine del Settecento per volont del genio dispotico-illuminato di Carlo III,
che noi conosciamo come re di Napoli prima che, nel 1759, lasciasse la citt del Vesuvio al figlio
Ferdinando per ascendere al trono madrileno[4].
E finalmente, una trentina di chilometri pi a nord, Cordova: certo non pi lejana y sola come
l'ha immaginata Garca Lorca in una fantastica notturna cavalcata da bandolero: "jaca negra - luna
grande - y aceitunas en mi alforja". Senza dubbio, la capitale del califfato umayyade e, prima ancora,
della provincia romana della Hispania Ulterior, lontana e sola lo fu davvero a lungo, dopo la conquista
del 1236 da parte di Ferdinando III il Santo: i cristiani di Castiglia non si limitarono a trasformare in
chiese le moschee, lasciarono anche andar in abbandono gli acquedotti e il sistema fognario modello.
Resisterono alcune attivit artigianali per le quali la citt era ben nota: il cuoio e i pellami anzitutto - in
ci, solo il pregiato morbido "marocchino" poteva starle a confronto -, quindi la lavorazione
dell'argento e la produzione dei profumi che, nella citt mora piena di giardini, trovavano nei fiori la
loro materia prima. Ma nel Seicento la citt fu devastata dalla peste: quando il viaggiatore Richard Ford
la visitava, ai primi del XIX secolo, era davvero ormai lejana y sola, "povera e umiliata". I francesi di
Giuseppe Bonaparte infierirono contro di essa; e ancora di pi i nacionales, ai quali i cordobses
furono costretti ad aprire le porte nel 1937 dopo un brutale assedio. Essi si "vendicarono" nel 1979,
quando nelle elezioni postfranchiste si dettero la prima amministrazione comunista della storia
municipale iberica. Quel rigoroso scienziato ma indomito sognatore che fu Roger Garaudy, comunista
e convertito all'Islam, riusc a realizzare allora il suo sogno convertendo la Torre de la Calahorra, che si
erge a guardia del lato sudorientale del ponte romano sul Guadalquivir[5], in un museo
"metarealistico-iperfantastico" della civilt musulmana. Ma era il primo a sapere, il vecchio
mistico-scienziato-utopista, che nessuno ci render mai la "sua" Cordova, quella della Casa Andalus e
dei Baos Califales, quella del quartiere ebraico della Judera paragonabile solo al Barrio de Santa
Cruz di Siviglia e della noria dell'Albolafia, unica superstite tra i molti mulini ad acqua che un tempo
costellavano le rive del fiume. Tuttavia la citt resta splendida anche adesso ch' stata ripulita e
spolverata dopo secoli di abbandono. La conosciamo gi, come conosciamo la vicina Medina Azahara:
non ripeteremo qui cose gi dette.  comunque importante sottolineare che una visita, sia pure accurata,
all'incredibile moschea divenuta cattedrale - e ci vuol tempo per vederla bene - non deve far
dimenticare gli altri notevoli monumenti cittadini, dall'Alczar de los Reyes Cristianos ( l che nel
1486 Ferdinando e Isabella ricevettero per la prima volta Cristoforo Colombo) allo stesso Museo
Taurino, che pu anche sembrar kitsch e non piacere agli oggi fin troppi detrattori della corrida ma che
va pur visitato da chi intenda cercar di capire un po' meno superficialmente lo spirito iberico. In quella
sede, accanto alla copia della tomba del celebre torero Manolete, si trover anche la pelle del suo
uccisore, il toro Islero, che lo incorn a morte appena trentenne, nel 1947. La terra di allevamento dei
toros bravos, i forti e baldi tori da combattimento,  soprattutto la zona di Cadice incentrata in Alcal
de los Gazules; un toro bravo pesa di solito fra i 5 e i 6 quintali; a Campo Abierto, a ovest di Medina
Sidonia, si trova la finca della famiglia Domecq, la pi nota tra le dinastie degli allevatori.
Il destino di Cordova, citt di toreri illustri,  arcanamente legato, in effetti, al toro. Nel Museo
archeologico, ricco di reperti romani e moreschi, si trova la statua celebre di Mithra in atto di
sacrificare il toro che venne rinvenuta in un mithraeum della citt di Cabra, a sud-est della stessa
Cordova, presso le citt di Guilar de la Frontera e di Lucena, famosa quest'ultima in quanto la strada
ferrata che fino agli anni Ottanta del XX secolo vi passava vicino, e che era celebre come quella del
Tren del aceite, "Treno dell'olio",  stata trasformata in Via Verde, strada d'erba paradiso di pedoni e
di ciclisti tra i centri di Puente Genil e Luque. Lungo la strada, destinata ad allungarsi col progressivo
smantellamento e la relativa rimozione delle rotaie e delle traversine dei binari, le stazioncine che un
tempo la servivano sono state trasformate in piccoli ristoranti e in centri d'informazioni turistiche.
Verso oriente, la Via Verde tocca la Laguna del Conde, o Salobral, bella riserva idroavifaunistica. Di
tesori nascosti come questi l'Andalusia  piena. Peccato solo non poterli non dico descrivere, ma
nemmeno menzionare tutti.
In che stagione dell'anno visitare Cordova? Qui bisogna star attenti. Dall'autunno in poi si pu
dire che tutti i mesi sono buoni, compresi quelli invernali. Ma ai primi di maggio la citt  invasa,
appunto, dalle Cruces de Mayo, bei segnali fioriti che preludono alla splendida Feria de Mayo durante
la quale i patios cittadini si riempiono di tutti i colori e di tutti i profumi del mondo. Lasciate che i
vostri occhi ne siano stracolmi, che le vostre narici e i vostri polmoni ne siano inalati fino a scoppiare: e
poi fuggite da quella fornace e non fatevi pi rivedere fino a settembre avanzato. Qui si superano i 40
fino a settembre inoltrato.
Uscendo da Cordova, si continua a seguire la E-5 che poi diventa E-4, sino a Villa del Ro e
Andjar.
Andjar, questa terra andalusa benedetta da Dio per tante cose tra cui l'olio d'oliva,  celebre
come forse massimo centro al mondo di produzione dell'olio di semi di girasole; ma  anche famosa
per le ceramiche e per essere stazione importante sulla linea ferroviaria Cadice-Cordova-Jan. A nord
della citt, nel bellissimo Parque natural Sierra de Andjar, sorge il santuario della Virgen de la
Cabeza, che originariamente era del XIII secolo ma che nel 1937 venne distrutto dai repubblicani in
quanto vi si erano asserragliati 200 ufficiali della Guardia Civil schieratisi con Franco. Il fatto che la
localit fosse stata in seguito a quell'evento bellico trasformata in "santuario patriottico" non ha
tuttavia fatto dimenticare la tradizionale romera che vi si celebra almeno dal XVI secolo in quanto il
luogo era famoso per i miracoli della Madonna. Anche questo parco naturale  uno dei luoghi nei quali
allignano ancora alcuni esemplari divenuti preziosi della linx pardina, in spagnolo detta el lince
ibrico: una piccola, elegante, intelligentissima pantera andalusa.
Ma arrivati a Bailn, a parte la nuova tentazione di deviare fino a Baos de la Encina per
ammirare l'incantevole oceano interno dell'Embalse del Rumblar, davvero vogliamo privarci di una
visita a Las Navas de Tolosa, le porte montane della Sierra Morena a due passi dagli altri oceani
interni, gli embalses un po' a nord di Linares?
Attenzione per, a non confondere questa Linares con la bella Linares de la Sierra - famosa per
la sua piazza utilizzata per le corride - che sorge molto pi a ovest, vicino a quell'Aracena che fu
ceduta da Alfonso decimo ai Templari che vi eressero un importante castello e una bella chiesa duecentesca,
e che richiama i visitatori per la Gruta de las Maravillas e il Museo del Jamn... ne riparleremo.
Ora abbandoniamo per questa piacevole digressione per tornare sui nostri passi e da Bailn
superare Linares per giungere a quella beda in cui sorge uno dei pi spettacolari paradores di tutta la
Spagna, e dove tra maggio e giugno si tiene un grande festival internazionale di musica e danza. Si
tratta della Betula romana divenuta Ubdah durante la dominazione araba e luogo di rifugio dei mori
fuggiti da Baeza (cittadina ancor oggi famosa per la feria che vi si svolge a met agosto e i suoi
gigantones) dopo la battaglia di Las Navas de Tolosa. Conquistata da san Ferdinando nel 1234, la citt
divenne un centro dominato da alcune rissose e arroganti famiglie nobili, denominate i "Leoni di
beda", che si combattevano tra loro con tanta violenza che nel 1503 i Re cattolici furono costretti a
ordinarne la distruzione delle mura. Il parador  l'antico Palacio del Condestable Dvalos: dicono che
chi vi abbia passato una notte d'amore dopo una cena all'interno del suo patio non lo dimentica pi; io
mi sono dovuto accontentare di un paio di sangras, ma lo ricordo comunque con grande piacere. Oltre
al "quartiere dei vasai" (un'altra specialit locale) e alla Sinagoga del Agua celebre per le molte
sorgenti che alimentavano il bagno rituale ebraico del mikveh, va ricordato che da beda si accede al
parco naturale di Cazorla, cittadina dalle splendide mura medievali dominata dal castello di La Yedra.
In tale parco, che comprende in realt le Sierras di Cazorla, di Segura con l'immenso Embalse del
Tranco de Beas, e di Las Villas e che  una bella riserva per la biosfera con una straordinaria variet sia
botanica, sia faunistica, nasce il Guadalquivir, appunto emissario del Tranco.
E siamo ormai quasi ai confini con la Castiglia-La Mancha; siamo ai cancelli di al-Andalus
violati nel 1212 dopo la battaglia che apr ai crociati la strada verso Cordova e Siviglia. Tanta storia e
tanti paesaggi mozzafiato non ci tentano? Fino a qualche decennio fa queste montagne erano aride e
pietrose: ma una volta imbrigliate le acque di quelli che parevano magri torrenti - il Ro da las Yeguas,
lo Jndula, il Rumblar, il Guadalimar, tutti gli affluenti di destra del Guadalquivir - ecco i cieli
azzurrissimi tra la Mancha e l'Andalusia fiorire inaspettatamente di nubi candide che prima ben di rado
si vedevano, e i deserti trasformarsi in clivi verdeggianti. Come non perdersi tra Sierra Morena e Subbtica?
 semplice: un sospiro di nostalgia per chi questi luoghi li conosce, uno di rassegnazione per
chi non li ha mai visti, un bel proposito di tornar in Andalusia al pi presto per visitare quel che ora
deve restarci ignoto; e poi via lungo il nostro percorso privilegiato, il cerchio magico che, dopo il bivio
di Bailn, ci obbliga a puntare a sud alla volta dell'aristocratica e raffinata Jan, sede di una grandiosa
cattedrale che s'inizi a costruire nel 1492 dopo la demolizione della moschea che si ergeva nella
medesima area e che fu ultimata solo nel 1802. L'illustre edificio - mirabile esempio dell'architettura
rinascimentale andalusa dedicato all'Assunzione della Vergine Maria - ospita tra l'altro una celebre
reliquia, il Lienzo del Santo Rostro, ritenuto quello della "Veronica" ed esposto ogni anno per il
Venerd Santo. Importanti, ancora, i bagni moreschi pi grandi di tutta la Spagna, il vecchio quartiere
ebraico del quale restano tracce in quello attuale di San Juan e il grande castello di Santa Caterina,
fortezza araba del tredicesimo secolo in parte adibita oggi a sede di parador.
Da Jan al Roco
Ma  tempo di scendere verso sud. Lungo la A-44/ E-902, lasciandoci a ovest Alcal la Real
con la sua imponente fortezza di La Mota[6], ci s'inerpica per la Sierra de Arana e si discende poi verso
la Vega, la pianura, incastonata tra essa e la scenografica Sierra Nevada. L, dominata dall'imponente
candido ghiacciaio del Pico del Veleta, quasi 4.000 metri, si stende una delle meraviglie del mondo:
che, non visitata, si sogna di continuo e, una volta visitata, non si dimentica pi.
Granada, tierra soada por mi - mi cantar se vuelve gitano cuando es para t. Granada: per
me, la Nostalgia. Eppure,  una citt alla quale si fa un grande torto ricordandola sempre e quasi
soltanto per l'Alhambra e, al massimo, per il quartiere dell'Albaicn, per il Sacromonte: al quale i meno
distratti, o i meno abbacinati, avvicinano magari il gotico flamboyant della Capilla Real. In realt, non
fosse altro per quegli autentici gioielli che sono il monastero de los Jernimos e la Cartuja ("Certosa"),
i monumenti cittadini andrebbero pi attentamente visitati invece di esser oggetto di un'attenzione
distratta - tutti aspettano con impazienza di poter varcare quelle rosse mura, l in alto - o di una stanca
considerazione una volta sognate le Mille e una notte per le quali siamo arrivati fin l. Il quartiere del
Realejo, preso da solo e in se stesso, meriterebbe di venire rivisitato da un artista che si sforzasse di
guardarlo con gli occhi di Federico Garca Lorca o di Manuel de Falla; e la Carrera del Darro
incassata tra Alhambra e Albaicn andrebbe goduta in s e per s, non per le due meraviglie che essa e
il fiume da essa fiancheggiato separano. Per tacere delle localit vicine, che troppo in fretta si
trascurano visitata la citt. I "bagni arabi" di Alhama, ad esempio, meriterebbero da soli un viaggio; e
Mocln con i suoi bastioni, Guadix con la sua fortezza, Baza con le montagne che la circondano,
Calahorra col suo castello...
Certo, sono confini "allargati": e, dopo esserci spinti a sud verso Alhama, perch mai siamo
arrivati fino a Guadix, oltre la Sierra de Arana, la Sierra de Baza e quindi quella de los Filabres? Ti
chiederai, o lettore sospettoso, perch ti stia trascinando con tanta energia verso gli aridi massicci del
sud-est quando tu vorresti puntar magari a ovest, e pensi a Malaga e alla Costa del Sol, e agogni vino e pesce fresco.
Perch proprio questo  il punto. Alla Costa del Sol si deve arrivare da levante: dalla Costa de Almera e dalla Costa Tropical, dopo aver visitato l'Alcazaba che nel 955 il califfo di Cordova Abd
al-Rahman terzo fece edificare a guardia di quello che avrebbe dovuto essere il pi importante sbocco del suo regno sul mare: un colosso dal perimetro fortificato di 1.430 metri che traeva il suo
approvvigionamento idrico da un pozzo profondo 70 metri situato nella torre detta Noria del Viento.
Almera racchiude i pittoreschi quartieri della Chanca e della Pescadera, dalle case dipinte di colori
inaspettati che contrastano magnificamente con l'aristocratica "piazza chiusa" de la Costitucin che
quasi nessuno chiama cos ( la Plaza Vieja) e dalla cattedrale che sembra simbolizzare da sola, col suo
arcigno aspetto di chiesa fortificata, il difficile passaggio dalla dominazione musulmana a quella
cristiana: in effetti, solo dal 1524 si mise mano ai lavori di edificazione del monumento alla fede di
Ges, sui pilastri della distrutta moschea, in una terra che nonostante tutto restava ostinatamente
saracena. Ma la citt, che  tornata alla sua vivezza anche economica e commerciale, mantiene i segni
della prosperit cui la condussero - dopo il Siglo de Oro dell'impero africano e americano di Spagna -
il commercio e l'industria fra Otto e Novecento. Bastino due esempi: la stazione ferroviaria edificata
nel 1893 in stile neo-mudjar (mattoni a vista, ferro, vetro, ceramica)[7] e l'incredibile, admirabile
monstrum detto el Cable Ingls, pontone e imbarcadero costruito fra 1902 e 1904 dalla Mines and
Railways Company Limited per stivare nelle apposite navi i minerali di ferro estratti dalle miniere di
Alquife presso Granada.
Una terra ben strana, questa di Almera: dai paesaggi inaspettati ora aridi e stepposi e desertici,
quasi lunari, ora di lagune come quella dell'Almadraba de Monteleva. Come sfuggire al fascino del
Cabo de Gata-Nijar, che chiude verso est il golfo di Almera (dall'altro lato, a ovest, ci sono i monti
della Sierra de Gdor e il centro di Roquetas de Mar) dopo il quale la costa si dirige decisa verso nord,
verso la regione murciana? E come resistere invece al richiamo del Poniente, appunto con Roquetas de
Mar e il suo bell'Aquarium famoso per la collezione di squali e con la spiaggia e il porto turistico di
Aguadulce?
D'altronde, dopo tanto mare, forse vi far piacere un po' di deserto. Basta allora arrampicarsi a
nord di Almera seguendo la N-340a, tra il margine orientale delle Alpujarras e la Sierra de los Filabres
a nord, quella di Alhamilla con il monte Colativ (1387 m) a sud: e d'incanto non sapete pi se vi
trovate nel Maghreb oppure da qualche parte tra Arizona e Messico, mentre invece siete nel deserto di
Tabernas, scenario privilegiato degli "spaghetti-western" di Sergio Leone. Al villaggio di Texas
Hollywood non manca proprio nulla di tutto il caro vecchio kitsch che si pu desiderare: il forte dalle
palizzate di legno scala 1:1, il saloon e tutto quel che serve al Brutto, al Bello e al Cattivo. Qui Burt
Lancaster e Clint Eastwood sono stati di casa.
Ma basta Luna Park. La lunga, abbagliante, dolcissima costa ci aspetta. Da Almera ci attende
una sequenza mozzafiato di belle strade litoranee tra vegetazione tropicale, squarci desertici, ampie
spiagge e alte coste (non prive ohim di alcuni crimini edilizi frutto di antiche e anche di recenti
speculazioni) che porteranno chi vuole andarci sino ad Algeciras e alla punta di Tarifa, cio allo stretto
di Gibilterra. Un perfetto, ideale scenario di consumistiche vacanze estive, tipo Vamos a la playa.
 tuttavia prudente,  opportuna una tirata del genere, con relativa indigestione di panorami
costieri, di alberghi di lusso, di crostacei e di molluschi? Almeno una sosta prolungata e un'incursione
verso nord, nell'entroterra verso la Cordillera Subbtica, sarebbero consigliabili se non obbligatorie.
Per la verit si dovrebbe abbandonare la costa gi a met strada circa tra Almera e Malaga, cio
a Motril, e prendere la E-902 che, divenuta A-44, ci ricondurrebbe a Granada. La tentazione, diciamolo
pure, viene: ma bisogna reprimerla. Nostro scopo  dare un'occhiata ai contrafforti occidentali delle
Alpujarras e arrivare almeno a Lanjarn, una simpatica cittadina termale di mezza montagna, per
tornare poi indietro.
Il punto di riferimento obbligato  difatti Malaga con la sua potente Alcazaba, la sua bella
cattedrale che insieme a quelle di Granada e di Jan  uno dei massimi esempi dall'architettura
andalusa rinascimentale e la Fondazione Pablo Ruiz Picasso con annessa casa-museo del pi illustre
malagueo di tutti i tempi. Il Museo Picasso Malaga, inaugurato nel 2003, ospita una collezione donata
da Cristina, sposa di Paul, figlio maggiore dell'artista, e dal di lei figlio Bernardo. Ma non andrebbero
dimenticati nemmeno altri tesori: dal teatro romano all'immenso Paseo del Parque, al suburbano
giardino storico-botanico de la Concepcin, significativo insieme illuministico-romantico voluto a
met Ottocento dal marchese di Casa Loring.
Quando visitare Malaga? Il sole e il mare sono belli in tutte le stagioni, anche d'inverno quando
il primo  talora velato e il secondo imbronciato. Il vino e l'uva passa (o "sultanina", o "zibibbo")
eccellenti sempre. Gli italiani degni di questo nome non perdoneranno mai ai sudditi di Sua Maest
Britannica (oh, Anglia avara, perfida Albione!) di aver tradito il superbo, divino marsala siciliano
sostituendogli il dolciastro, appiccicoso porto venduto loro da quella gentaglia dell'Atlantico, quei
mangiamerluzzo che rifilavano agli stolidi acquirenti anglosassoni anche le arance andate a male nel
fondo delle loro cambuse: e quelli ci facevano la marmellata, orgoglio delle loro squallide mense. Ma
se si tratta di aver cambiato il marsala col generoso mlaga - un vino colore del mare almeno quanto il
mare  colore del vino -, allora il discorso cambia: e c'inchiniamo anche noi. A Malaga il vino rosso,
l'uva passa e il pesce fresco non mancano mai. N manca il sale (in spagnolo la sal, al femminile), che
per non  soltanto il cloruro di sodio delle saline bens, in senso traslato, il proverbiale humour e
l'ironia ora garbata ora tagliente dei suoi abitanti. Ricordate Lecuona e la sua splendida canzone
d'amore indirizzata (Que bonitos ojos tienes...) alla bella malaguea salerosa, la ragazza che incanta e
seduce - e magari, ohim, inganna e abbandona... - con la sal del suo spirito non meno che con la luce
dei suoi occhi?
Se comunque volete visitare la citt portuale andalusa in un giorno davvero speciale, che vi
consentir forse di capire un po' meglio, insieme con l'Andalusia, lo spirito profondo di quel mistero
che si chiama Spagna, andateci un Venerd Santo. Certo,  un giorno particolare un po' dappertutto tra
Pirenei, Mediterraneo e Atlantico. Ma laggi...
Viva la Muerte!  un arcaico tremendo grido di guerra del quale s'impadronirono, fra Otto e
Novecento, tanto gli anarchici quanto i legionari del Tercio. Miguel de Unamuno, che sotto le severe
volte della sua Universit di Salamanca lo ud uscire stentoreo dalla gola di un generale pluridecorato e
plurimutilato, replic pieno di pacata indignazione di aver udito "un grido assurdo", comprensibile solo
alla luce della psiche di chi l'aveva lanciato: un anziano il corpo del quale era ridotto a un sacco pieno
di ferite e desideroso quindi, magari inconsciamente, di veder tutto il genere umano martoriato alla
stessa maniera. Ma in quelle tre parole vibra una sofferenza ben pi nobile, una nobilt ben pi
sofferente, qualcosa che ci riconduce alle Cinque Piaghe del Signore, a Teresa d'Avila, a Juan de la Cruz.
Per rendere omaggio, ogni Venerd Santo, all'effigie del Cristo de la Buena Muerte giungono
via mare nel porto di Malaga centinaia di legionari del Tercio, cio della Legin dell'Ejercito de Africa.
L'adorazione del Crocifisso portato a spalla dai soldati, accompagnata dalle note solenni del canto
legionario Yo soy el novio de la Muerte, ti entra dentro, ti fa tremare, ti fa piangere: e non la dimentichi.
Si  parlato di mistica della ferocia, di santificazione della crudelt; siamo in realt dinanzi a un canto
mistico alto e profondo:  la testimonianza della disponibilit al martirio.  imitatio Christi. Si pu non
amare tutto ci: ma non si ha il diritto n di fraintenderlo, n di esecrarlo.
E ora, riprendiamo il viaggio. Via il ricordo dell'ironia delle ragazze brune e della solennit
guerriera dei legionari fidanzati alla Morte: e via per qualche giorno anche calzoncini e magliette, a
meno che non siate in piena estate. Le spiagge a sud-ovest possono attendere. Dirigiamoci a nord, verso
la Cordillera Penibtica, prendendo l'AP-46 o l'A-45. Senza dubbio, superata sulla sinistra la vista dei
1.378 metri del Camorro Alto, una meta consigliabile  Antequera. Citt antica (lo dice il nome stesso)
gi in et romana, fu da l che nel 1410 part l'avventura dell'offensiva cristiana che, sia pur oltre
ottant'anni pi tardi, avrebbe condotto a Granada. Pu darsi che vi lamentiate perch "c' poco da
vedere", ma non  vero. Tanto per cominciare, se ci andate alla fine di maggio o nella terza settimana
di agosto ci trovate delle belle ferias; poi, la Plaza de Toros non  immensa ma  tra le pi famose di
Spagna (e non a torto); inoltre c' una bella fortezza; infine il parador  moderno e ha magari l'aria un
po' dimessa, ma  comodissimo e dotato di buona cucina. N trascurerei il convento delle carmelitane
scalze con le sue delicate pasticcerie, la restaurata Alcazaba e, alla periferia settentrionale, le grotte con
i relativi dolmen. Chi va a caccia dei pittoreschi paesaggi dei "mari artificiali interni", da Antequera ha
solo l'imbarazzo della scelta: l'Embalse del Guadalhorce a ovest; quello - immenso - di Iznjar a
nord-est, tra Loja e Lucena; la Laguna del Fuente de Piedra un po' pi a nord-ovest, in direzione di
Estepa.
 comunque a questo punto chiaro dove vogliamo andare: e dove il non andare  impossibile. E
allora, andarci da Antequera  sconsigliabile: strade belle, ma impervie. Comunque, se volete provarci,
imboccate verso ovest la secondaria A-384 fino a Campillos, quindi la A-367 verso sud. Non trascurate
una deviazione verso il minuscolo, spettacolare pueblo blanco di Setenil de las Bodegas, incassato nella
roccia di tufo, dove ci sono stradette minuscole dal cielo di pietra che le rende simili a grotte. Quindi
ancora qualche decina di chilometri e siete arrivati. A meno che non preferiate farvi ancora un po' di
costa mondana dopo Malaga e, superate Torremolinos e Marbella, imboccare la AP-7 per Estepona per
abbandonarla quindi a met strada puntando a destra, vale a dire a nord, lungo la dura A-397 che vi fa
superare la Sierra del Nieves. Ma poi siete arrivati.
Dove? A Ronda, naturalmente. L'antica Arunda celtica nota anche ai fenici e ai greci, l'Arunda
Laus dei romani, divisa in due nuclei dalla ferita di un vertiginoso canyon nel fondo del quale, 130
metri sotto, scorre il Tajo: a est la ciudad con il famoso Barrio de san Francisco, ad ovest il Mercadillo.
I due nuclei sono uniti da tre ponti (Puente de San Miguel, Puente Viejo, Puente Nuevo), il pi
meridionale dei quali - senza dubbio il pi famoso: e uno dei pi celebri al mondo - varca arditamente
il pauroso strapiombo.
Quanto tempo passare a Ronda? Poche ore, come molti fanno; molti giorni, se si vogliono
visitare bene chiese, palazzi e dintorni e - durante la stagione taurina - se si  aficionados[8]; o una vita,
nel senso del viverci dentro sempre, anche quando si  mille miglia lontani. Ronda la si vive, non la si
descrive. Come la Casa del Rey Moro, inaccessibile all'interno, ma i cui giardini - dai quali, attraverso
il corridoio sotterraneo della Mina, si scende sino al fondo del canyon - bastano da soli a ripagarci di
tutto il viaggio; o come i Baos Arabes, un bellissimo hammam; e ancora, nella ciudad, la chiesa di
Santa Mara la Mayor (originariamente una moschea, con aggiunte gotiche e rinascimentali) e il
minareto de San Sebastin, curiosamente superstite dopo la rovina sia dell'originaria moschea, sia della
chiesa cristiana che l'aveva sostituita. Consigliabile altres, tra i molti altri, il Museo del Bandolero,
dedicato ai protagonisti della dura (e "romantica"?) vita banditesca nella Serrana de Ronda di un
tempo non poi troppo lontano, dal momento che essa era attiva ancora meno di un secolo e mezzo fa.
Nella "citt moderna", vale a dire nel Mercadillo a ovest del canyon, si troveranno i paseos dedicati al
"padre dell'andalusismo" Blas Infante e ai due cittadini onorari Orson Welles ed Ernest Hemingway,
nonch il convento carmelitano de la Merced, che non  visitabile ma accanto al quale sono venduti
dalle buone suore i loro dolci speciali, come il pan rondeo e le magdalenas. Il convento custodisce
altres una delle pi venerabili reliquie di Spagna, la mano di santa Teresa d'Avila, che alla fine della
guerra civile il caudillo volle presso di s fino alla sua morte, nel '75: dall'anno dopo essa torn al
convento al quale apparteneva. Chi alle reliquie cristiane preferisce quelle poetiche pu invece recarsi
l vicino, all'Hotel Reina Victoria, dove - oltre alla bella terrazza con una vista superba - potr
ammirare esposti in una teca il conto pagato nel 1913 da Rainer Maria Rilke e altri oggetti a lui
appartenuti e rimasti conservati nella camera 208 ch'egli aveva abitato. Il parador, sull'orlo del Tajo, 
l'ampio e solenne palazzo che un tempo ospitava l'Ayuntamiento.
Ma Ronda, oltre ad essere una citt pi raccomandabile o comunque meno sospetta di altre per
assistere agli spettacoli di flamenco (suggerirei quelli del convento de Santo Domingo),  soprattutto la
citt-santuario della corrida. Il "padre" della forma moderna della corrida a piedi - che si combatteva
prima a cavallo, come rejoneo: e la scuola di cavalleria, la Maestranza, era appunto stata fondata a
Ronda - fu Pedro Romero, nato a Ronda nel 1754: la Plaza de Toros locale gli  dedicata. Essa, fondata
nel 1785,  ogni anno il centro della Feria Goyesca, la prima settimana di settembre, quando i toreri si
esibiscono nei costumi che Francisco Goya ha reso celebri e che sono differenti dai trajes de luz ormai
tradizionalmente formalizzati.
Dopo l'incontournable visita a Ronda, o meglio il soggiorno di almeno qualche giorno in una
citt che richiede meditazione, la corsa litoranea lungo le spiagge  la mode della Costa del Sol pu
riprendere: Torremolinos, Benalmdena, Fuengirola, Estepona, Gibilterra - se proprio amate lo
spettacolo degli andalusi anglizzati, delle cabine rosse British style e dei mordaci talvolta socievoli
macachi -, Algeciras. Da l, lungo la A-381 e costeggiando la riva orientale dell'Embalse de Barbate,
dopo una breve deviazione e una visita a Medina Sidonia - dove non sarete ricevuti dai duchi -, potete
giungere a Puerto de Santa Mara e da l puntare a sud-ovest per Cadice (vi deluder a prima vista, con
la sua aria efficiente e un po' caotica: ma la Tacita de Plata va avvicinata lentamente alle labbra dello
spirito) o decisamente a Jerez de la Frontera. Se per siete sul posto attorno alla fine di settembre,
concedetevi una deviazione a ovest di Jerez, sulla A-382, fino ad Arcos de la Frontera. L, il 29 - feria
dell'arcangelo Michele - si celebra l'encierro detto l'Aleluya Toro: un possente toro de lidia viene
liberato per le strette strade della cittadina. Poi ecco Jerez e le cantine del suo celebre vino, Sanlcar de
Barrameda con il grande Parque Nacional de Doana e Huelva con la sua marisma alla foce del
Guadalquivir.
La parola Doana  la contrazione di doa Ana: si allude nientemeno che a doa Ana de Silva
y Mendoza, figlia della principessa d'Eboli e sposa del settimo duca di Medina Sidonia, il quale nel
1585 fece costruire per accogliervi la sua famiglia un palazzo che venne ingrandito alcuni anni dopo,
sotto Filippo IV; pi tardi, in quel palazzo, Mara Teresa Cayetana de Alba duchessa di Medina Sidonia
trascorse un lungo periodo in compagnia del pittore Francisco Goya che la ritrasse nelle vesti (e senza
le vesti) della Maja. La gran dama non fu peraltro l'esponente pi inquieta della dinastia. In ci la
palma spetta senza dubbio alla duchessa Luisa Isabel Alvrez de Toledo, soprannominata "la Duchessa
Rossa" per le sue dichiarate simpatie repubblicane che, sotto Franco, la condussero ad affrontare anche
la prigione e l'esilio. Essa don quasi per intero le sue terre ad alcune cooperative agricole, ruppe
clamorosamente i rapporti con i suoi tre figli e alla vigilia della sua scomparsa, nel 2008, si avvalse
della legge da poco approvata in Spagna che consentiva matrimoni tra persone dello stesso sesso per
sposare Liliana Dahlmann, curatrice dell'archivio ducale conservato nella residenza dei Medina
Sidonia a Sanlcar de Barrameda e sua compagna "storica".
Dopo Doana, un viaggio non superficiale dell'Andalusia potrebbe concludersi magari con una
visita ad Almonte, citt si direbbe esemplare delle "due Spagne". Vi si venera difatti con devozione la
Vergine del Roco Divina Pastora ma al tempo stesso si conserva la memoria del giuramento solenne
alla Costituzione di Cadice nel 1812.
Sempre in tema di iberiche dicotomie, dopo quella tra la Spagna devota e la Spagna laica
all'occorrenza l'una contro l'altra armate (requets[9] versus jacobinos, oppure carlistas versus
isabelinos), non andrebbe dimenticato quello tra la Spagna del mito ancestrale e del sogno moresco da
una parte, quella industriale e minera dall'altra. La foce del Guadalquivir, scrigno incessante di tesori e
di sorprese, le conserva entrambe. Dopo Almonte, date un'occhiata alla divertente e un po' inquietante
cittadina di Niebla dalle rosse mura saracene, dalla moschea sommariamente trasformata in chiesa
gotica e dal museo dedicato alla sommersa - e mitica (forse) - citt di Atlantide che secondo molti
sarebbe stata fondata e si sarebbe quindi inabissata l vicino, nel golfo di Cadice (e siamo, non
dimentichiamo, gi in Atlantico). Accanto, gli impressionanti resti di quello ch'era il vecchio circuito
minerario di Ro Tinto - in apparenza uno squallido insieme di ferraglia contorta e di canali putridi -
danno bene a sperare: sar indispensabile ordinarli in un museo di archeologia industriale en plein air
destinato a divenire a sua volta un'interessante attrazione turistica e non solo.
A questo punto resta solo, per concludere degnamente e felicemente il circuito, una visita
devota alla padrona di casa, la Blanca Paloma, la Seora.
Al Roco yo quiero volver. Bisogna trovarsi l in piena notte, non lontano dall'alba, tra la
domenica e il luned di Pentecoste, cuando sale la Seora: quando cio - a un'ora imprecisata che muta
ogni anno - i giovani della confraternita di Almonte, la fama di attaccabrighe dei quali ha forse
meritato loro di gestire in esclusiva tale privilegio, irrompono con rituale e sia pur formalizzata
violenza nel santuario, scavalcano l'alta cancellata di ferro che protegge l'altar maggiore e "rapiscono"
la sacra immagine per poi recarla a spalla ( pesantissima) per le vie del pueblo blanco del Roco che si
specchia nella grande laguna.
Molte cose sono rimaste fuori dal nostro itinerario andaluso. A nord-ovest, la Sierra de Aracena.
E qui, arte e panorama a parte, bisogna pure affrontar un altro discorso serio, del resto gi sfiorato nelle
pagine precedenti. Parliamo di prosciutto. Solo un volgare e ignorante materialista potrebbe
scandalizzarsi davanti a un argomento come questo. Il prosciutto andaluso  una delle prove
dell'esistenza di Dio,  un puro prodotto dello spirito. Tra i lecceti della Sierra de Aracena si alleva il
cerdo negro (il suino nero), o cerdo ibrico, che a crescita ultimata pu arrivare a 170 chilogrammi e
con il quale si produce il jamn ibrico de bellota ("prosciutto iberico di ghianda"), il pi pregiato e
costoso tra i rinomati prosciutti iberici, che deve il suo sapore al fatto che i suini di Aracena si nutrono
esclusivamente di ghiande. Il prosciutto di suino nero  detto anche de pata negra (o de patanegra),
cio appunto "di zampa nera". Il centro della Sierra de Aracena nel quale si produce il miglior
prosciutto  Jabugo: il nome della localit  adottato anche per indicare il prodotto. Molto buono e
raccomandabile, ma ben al di sotto della qualit dei vari bellota, patanegra e jabugo,  il prosciutto
detto semplicemente jamn serrano, prodotto dai "maiali bianchi di montagna" che non si cibano
soltanto di ghiande e le carni dei quali vengono sottoposte a un processo di stagionatura molto pi
breve rispetto a quello richiesto per le qualit superiori.
La Sierra de Aracena  comunque un tesoro, come tutta l'area settentrionale della Sierra
Morena con Pozoblanco e pi a oriente il bacino e gli embalses del Ro Segura; ad est, le Sierras de
Segura e de las Estancias e l'area di confine con il paese murciano. Aree montane e periferiche delle
province di Huelva, di Cordova, di Granada e di Almera; terre sulle quali molto ci sarebbe ancora da
rivelare e da scoprire. Quanto occorre per visitare davvero e a fondo l'Andalusia? Non so: fate voi. Una
settimana, un mese, un anno, una vita...
I viaggi non finiscono mai, le sorprese non hanno fondo, dietro un orizzonte ce n' sempre un
altro che si dubita di riuscir a vedere. Ma anche solo attraverso quel che abbiamo sfiorato ci siamo resi
conto di quanto lontane e remote siano cose e vicende che siamo abituati a considerare prossime e
familiari; e quanto vicine, quanto intime invece altre che tendevamo invece a ritenere del tutto estranee.
Forse, dopo quest'incursione, la Terra di Luce ci apparir al tempo stesso pi comprensibile e pi
misteriosa. Se non altro, dietro e al di l degli stereotipi abbiamo scoperto le diversit: gli aridi deserti
di Almera e le piogge torrenziali della Sierra de Grazalema, le mura rosse dell'Alhambra perennemente immerse nella fiaba e le potenti strutture industriali e minerarie delle quali forse non
sospettavamo l'esistenza in un paese troppo spesso immaginato tutto coperto di olivi, di vigne e di aranceti. Anda-luz: "cammina con la luce".
...
.
...
FINE.
...
.
...
NOTE.
...
[1]  Seguendo una regola generale ben nota, i vini traggono spesso il loro nome dalla regione di
provenienza. Per buona e corretta convenzione, si usa in italiano scrivere con l'iniziale maiuscola il
nome della regione e con la minuscola quello del vino, che va sempre al maschile: diremo quindi Jerez
(che  citt, non regione), ma scriveremo jerez per il suo vino: cos come parliamo della Borgogna
(regione), ma del borgogna (vino), della Champagne (regione), ma dello champagne (vino), del Chianti
(subregione centrotoscana), ma del chianti (vino), della Rioja (regione), ma del rioja (vino) e cos via.
[2]  Il jerez pu essere di vari tipi: da quello leggerissimo e secco detto pale ("pallido" in
inglese) fino al tipo oloroso dulce di color ambrato intenso, a forte gradazione e di sapore dolcissimo. Il
manzanilla per contro (che di solito si chiama la manzanilla, letteralmente "piccola mela", che al
colore potrebbe in effetti ricordare il succo di mela o il sidro),  chiamato dagli spagnoli con la stessa
parola con la quale si usa indicare la camomilla.
[3]  Da l sarebbero possibili deviazioni interessanti, verso Marchena e Osuna per esempio
(bellissimi i numerosi palazzi nobiliari di Osuna). Ma tutta l'Andalusia  un tale scrigno di bellezze che
le deviazioni consigliabili finirebbero col non farci mai raggiungere alcuna delle mete principali.
Contentiamoci quindi di quel che si pu fare, a meno di non disporre di tempo e di danaro illimitati.
[4]  La Carlota non va confusa con La Carolina, molto pi a nord, oltre Linares, non lontano dalla fatidica Las Navas de Tolosa: si tratta comunque in entrambi i casi di citt-modello del lungimirante Carlo terzo.
[5]  Splendidamente ricostruito dagli arabi due volte, tra ottavo e decimo secolo, e rovinato dagli
"interventi conservativi" del 2007.
[6]  In realt uno straordinario complesso che oggi riunisce un castello, una chiesa abbaziale, un
museo.
[7]  Ora Granada e Almera sono collegate dalla bella autostrada 92.
[8]  Nella sua plaza hanno toreato espadas quali Pedro Ordoez, Paco Romero, Manuel Bentez
detto el Cordobs, e hanno combattuto i celebri tori (500-600 kg) delle ganaderas Miura, Romero e
Ordoez. Gli autentici aficionados non ti dicono mai che in un certo giorno c' la corrida, ti dicono che
hay toros; e quando la corrida  stata davvero bella non t'informano che i toreri sono stati bravi, bens
che los toritos pelearon muy bien.
[9]  Requet (parola che si potrebbe tradurre come "rullo di tamburo")  la parola onomatopeica
che a partire dal 1833 (e durante le cosiddette "guerre carliste") indic i fautori del principe Carlo,
fratello di re Ferdinando settimo, pretendente al trono in concorrenza con la figlia del sovrano, Isabella,
ch'era stata proclamata regina nel 1830 in seguito alla denuncia della cosiddetta "legge salica". I
carlistas si definirono anche "tradizionalisti", mentre gli isabelinos si connotavano invece per
posizioni pi liberali. Milizie carliste appoggiarono anche l'alzamiento nacional del 1936 inalberando
la loro insegna, i "bastoni di Borgogna" vermigli posti in croce di sant'Andrea in campo d'argento; ma
nel 1937 Francisco Franco le obblig a fondersi con i falangisti e i nazional-sindacalisti. I requets,
celebri anche per il loro caratteristico copricapo basco di color rosso (la boina roja) durante il diciannovesimo secolo erano altres noti in quanto poveri e male in arnese: una loro  canzone, per sottolineare la loro miseria, usava il termine requet in sostituzione del nome di un organo intimo, che si esortava a
nascondere perch i loro stracci non arrivavano a coprirlo durante la marcia: "En el marchando tpate -que te se ve - el... requet".
...
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...
FINE.
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...
Ringraziamenti.
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Agli amici di Siviglia-Triana, anzitutto.
A Pinuccia Simbula, Marina Montesano e Marco Schintu, impareggiabili compagni pellegrini rocieros.
Ad Almudena Blasco, Dolores Cabaas, Victoria Cirlot, Salvador Claramunt, Blanca Gar, Mara Pont, Adeline Rucquoi, Jos Enrique Ruiz-Domnec e tantissimi  altri che mi hanno "spiegato" la Spagna, con gratitudine.
A Gabriella Airaldi, Giuditta Cianfanelli, Dianella Gambini, a tutta la famiglia Caucci von Saucken, ad Alessandro Vanoli e soprattutto alla memoria di Marco Tangheroni, "compatrioti" spagnoli.
E, last but not least, all'quipe del Mulino, soprattutto ad Alessia Graziano e a Lisa Neri.

Cronologia.
1100 ca. a.C.	I fenici fondano la citt di Gadir (Cadice).
206 a.C.	La battaglia di Ilipa (Alcal del Ro), poco a nord di Siviglia, determina la fine
dell'egemonia cartaginese sulla penisola.
205 a.C.	Cadice viene conquistata dai romani.
133 a.C.	Con la caduta di Numanzia tutta l'area corrispondente all'attuale Andalusia 
assoggettata a Roma.
46 a.C.	Battaglia di Munda.
V sec. d.C.	Successivo arrivo in Baetica dei vandali e dei visigoti.
551-54	Giustiniano conquista il meridione iberico.
711, aprile-luglio	Gli arabo-berberi passano lo stretto di Gibilterra.
711, 19 luglio	Vittoria degli arabo-berberi sul visigoto Roderico nella battaglia di Guadalete presso
Algeciras (attuale provincia di Cadice).
711, ottobre	Gli arabo-berberi conquistano Cordova.
732 (o, secondo alcuni, 733)	Battaglia di Poitiers.
780 ca.	Inizio della costruzione della grande moschea di Cordova.
818	Rivolta di Cordova e durissima repressione.
844	Saccheggio normanno di Siviglia.
844	Battaglia di Clavijo e leggendaria apparizione dell'apostolo Giacomo.
929	L'emiro umayyade Abd al-Rahman III (912-961) si arroga la dignit califfale.
996-97	Il visir califfale Almanzor assale e saccheggia Santiago de Compostela.
1009, 15 febbraio	Rivoluzione a Cordova e crisi del califfato.
1013	Saccheggio berbero di Cordova.
1031	Scomparsa del califfato di Cordova.
1086, 23 ottobre	Battaglia di Zallaqa (oggi Sagrajas): vittoria degli almoravidi contro il regno di
Castiglia.
1099, 10 luglio	Il Cid Campeador muore a Valenza.
1145	Crisi almoravide.
1184	Inizio del califfato almohade.
1195, luglio	Gli almohadi sconfiggono i castigliani nella battaglia di Alarcos.
1212, 17 luglio	Vittoria crociata a Las Navas de Tolosa.
1228	Grande rivolta antialmohade a Murcia che si estende all'intera Andalusia.
1264-66	Grande rivolta dei musulmani andalusi e murciani contro la dominazione castigliana.
1309	L'emiro nasride  costretto a riconoscersi vassallo del regno di Castiglia.
1319	Importante vittoria degli andaluso-maghrebini alla Vega di Granada contro i castigliani.
1333	I merinidi maghrebini strappano Gibilterra ai castigliani.
1344	Alfonso undicesimo di Castiglia appoggiato dai genovesi toglie Algeciras ai merinidi.
1391	Primo grave episodio di violenza antigiudaica in Spagna.
1469	Matrimonio tra Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia.
1478	Bolla di Sisto IV che introduce l'Inquisizione in Spagna sottoponendola al controllo dei Re
cattolici.
1480	Inizio della "guerra di Granada".
1483, 1o gennaio	Pubblicazione del primo editto di espulsione dal regno di tutti gli ebrei andalusi
(confermato e ampliato nel 1492).
1492, 10 gennaio	Conquista cristiana di Granada.
1516	Carlo d'Asburgo eredita i domini castigliani e aragonesi dei Re cattolici.
1519	Carlo I d'Asburgo assume come Carlo V la corona imperiale.
1551	Istituzione dell'Indice dei libri proibiti.
1556	Abdicazione di Carlo V; suo figlio Filippo II eredita i beni della corona di Spagna e i Paesi
Bassi.
1556-98	Regno di Filippo II.
1587	Assalto corsaro di Francis Drake al porto di Cadice.
1588	Rotta della Invencible Armada.
1610	Definitiva espulsione dei moriscos dalla Spagna.
1688	Trattato di Lisbona, siglato al termine della guerra ispano-portoghese.
1704, 4 agosto	Durante la guerra di successione spagnola gli inglesi occupano Gibilterra.
1704, 24 agosto	Gli inglesi battono la flotta francese nel porto di Malaga.
1717	La flotta mercantile viene trasferita a Cadice a causa dell'insabbiamento del porto di Siviglia.
1767, 2 aprile	La Compagnia di Ges espulsa dal suolo di Spagna.
1767-76	Riforme illuminate in Andalusia promosse da Carlo III di Borbone.
1783	Promulgazione della Real Pragmtica la quale decreta che in Spagna non esistono pi gitanos.
1808, 19 luglio	Vittoria a Bailn contro i francesi.
1810	Partendo da Almadn i francesi intraprendono l'occupazione sistematica dell'Andalusia.
1810, febbraio	Giuseppe Bonaparte stabilisce la sua capitale in Siviglia.
1812, 19 marzo	Promulgata la Costituzione di Cadice.
1813	Abolizione del tribunale dell'Inquisizione.
1814	Restaurazione del regno di Ferdinando VII.
1820-23	Triennio liberale aperto dalla sollevazione guidata da Rafael de Riego.
1831	Moti rivoluzionari contro la monarchia di Ferdinando VII.
1833	Organizzazione territoriale-amministrativa dell'Andalusia in otto province (Siviglia, Cordova,
Jan, Granada, Almera, Malaga, Cadice, Jerez de la Frontera).
1854-56	Pronunciamiento militare e biennio progressista.
1866	Crisi economico-sociale.
1868	Rivoluzione detta La Gloriosa.
1869	Elezioni con esito fortemente indirizzato in senso repubblicano e federalista.
1870	Congresso operaio di Barcellona.
1872, dicembre-1873, gennaio	Congresso clandestino della Prima Internazionale a Cordova.
1873	Proclamazione della Prima Repubbica (1873-74).
1873	Fondazione della Rio Tinto Company Limited per l'estrazione dei minerali di ferro e di rame.
1874	Regime di Antonio Cnovas del Castillo e Restauracin: torna la monarchia con Alfonso dodicesimo.
1876	Costituzione monarchica.
1888, 4 febbraio.L'esercito reprime duramente una  manifestazione operaia nelle miniere di Ro Tinto.
1920	Sciopero minerario durato l'intero anno.
1921, 23 marzo	Minaccioso discorso radiofonico di Alfonso tredicesimo.
1923	Grande sciopero di Sern, presso Almera.
1923, 13 settembre	Golpe del generale Miguel Primo de Rivera.
1929	Grande Esposizione iberoamericana a Siviglia.
1930	Dimissioni di Primo de Rivera.
1931, 13 aprile	Proclamazione della Seconda Repubblica (1931-39).
1933, gennaio	Rivolta popolare di Casas Viejas.
1936, 16 febbraio	Vittoria del Frente Popular nelle elezioni politiche.
1936, 18 luglio	Alzamiento militare e inizio della guerra civile (1936-39).
1939, 1o aprile	Fine della guerra civile con la vittoria delle forze nacionales.
1975, 20 novembre	Morte di Francisco Franco.
1980, febbraio	Referendum per l'autonomia dell'Andalusia: risultato negativo.
1992	Esposizione internazionale a Siviglia.

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NOTE.
1. Biblioteca del monastero di San Lorenzo dell'Escorial (Sierra Guadarrama), miniatura del Libro de los juegos realizzato per volont di Alfonso X di Castiglia: un musulmano e un ebreo giocano a scacchi (l'ebreo, a sinistra, si riconosce per l'ampio copricapo e le vesti di color giallo).
2. Cordova, la moschea. Eretta a partire dalla fine dell'VIII secolo per volere dell'emiro Abd al-Rahman I sull'impianto della chiesa cristiana dedicata a San Vincenzo, abbattuta. Quando nel XIII secolo Fernando III riconquist Cordova dispose che la moschea fosse riutilizzata come chiesa cristiana.
3. Granada, panorama della fortezza dell'Alhambra.
4. Granada, fortezza dell'Alhambra. Cupola della Sala delle due sorelle nel Palazzo dei Leoni. L'interno della cupola  decorato da motivi architettonici "a stalattite", detti in arabo muqarnas.
5. Siviglia, Palazzo della Fabbrica dei Tabacchi, oggi Universit degli Studi. Una targa settecentesca in azulejos.
6. Siviglia, scorcio del campanile della cattedrale, ex minareto (Giralda), visto dalla Corte delle seterie (o delle bandiere).
7. Parque Nacional de Doana. Prima dell'arrivo al santuario del Roco, i pellegrini affrontano il rito iniziatico del guado di un torrente. Il rito va eseguito a gambe nude e l'acqua pu essere abbastanza alta. Questo  il "battesimo del rociero" celebrato da un pellegrino anziano (foto M. Montesano).
8. Parque Nacional de Doana. Ogni sera i carri dei romeros (pellegrini) si dispongono per passare la notte (foto M. Montesano).
...
Mappe
...
1. La penisola iberica nell'VIII secolo: le conquiste arabo-berbere e il regno cristiano delle Asturie.
2. La Spagna nei secoli IX-X: al-Andalus, il regno delle Asturie, la Marca di Spagna.
3. Al-Andalus nei secoli XI-XII: i reinos de taifas, la Castiglia, l'Aragona.
4. La Reconquista nei secoli XIII-XIV.
...
.
...
FINE.
